Le Cronache Lucane

L’assassinio brutale di Willy Montero Duarte

“La morte assurda di Willy Montero Duarte esige giustizia, ma Dio non voglia dobbiate essere voi a proclamarla“

UN CASO ALLA VOLTA FINO ALLA FINE

GIUSTIZIA PER WILLY 

ECCO IL PROVVEDIMENTO INTEGRALE ORDINANZA DI CUSTODIA CAUTELARE 

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“di AVVOCATO *Gian Domenico Caiazza

Gian Domenico Caiazza
Avvocato


IL SENSO DELLA GIUSTIZIA PER WILLY MONTERO DUARTE


L’assassinio brutale di Willy Montero Duarte si iscrive a pieno titolo tra gli orrori che purtroppo quotidianamente si consumano nella società degli uomini.

Un’infamia senza possibili giustificazioni, figlia di una idea ottusa, violenta, proterva e sopraffattrice dei rapporti umani.

Si parla di comportamenti bestiali, ma non mi risulta che nel mondo animale si uccida per altro che per sopravvivere, come invece accade -spesso per i più futili o abietti motivi- tra gli esseri umani.

Dunque le regole della convivenza civile esigono che tali comportamenti, vietati e sanzionati da norme che preesistono al fatto, e che perciò si presumono conosciute da chi le viola, vengano puniti in modo proporzionato alla loro gravità, in applicazione e nel rispetto di quelle norme.

Tutti noi -tranne qualche sciagurato che non merita nemmeno la considerazione dell’insulto- desideriamo che questo accada;

perché sia resa giustizia a Willy ed ai suoi cari, certamente, ma anche per il valore di monito, e dunque di prevenzione e di difesa collettiva, che la sanzione penale assume nella società umana: ecco cosa accade -vogliamo giustamente sentir dire- a chi viola le regole della convivenza civile.

Ora, da che mondo è mondo la società degli uomini affida ai Giudici questo compito indispensabile e straordinariamente difficile: punire il reo.

E da che mondo è mondo, davvero dagli albori della nostra civiltà -con le terrificanti eccezioni dei suoi periodi più bui- essa subordina la richiesta di punizione del crimine e del criminale ad un impegno pregiudiziale ed inderogabile: che la punizione colpisca solo colui che sia accertato senza alcun dubbio come autore del crimine.

Talmente acuto è, da sempre, il timore dell’uomo che un proprio simile venga punito per un delitto mai commesso, che egli è disposto a rinunziare alla propria sacrosanta richiesta di giustizia anche solo in presenza del dubbio.

Ecco perché l’innocenza dell’imputato è sempre, necessariamente presunta.

Sarà bene che tutti voi leoni da tastiera, ma ancor di più voi cronisti, editorialisti, opinionisti, scatenati in questi giorni -con qualche eroica eccezione- nel pronunciare sentenze definitive di condanna, vi ficchiate in testa una volta per tutte che “in dubio pro reo” è la regola fondativa della Giustizia penale, scritta e codificata già nel 500 dopo Cristo, e giunta -inalterata dal trascorrere dei secoli- fino ai nostri giorni (“al di là di ogni ragionevole dubbio”, “beyond any reasonable doubt”).

Questo fiume in piena di ignoranza, di tracotanza, di malsana ostentazione esibizionistica di una pelosa solidarietà vendicativa e -sissignore- violenta, scaturisce dalla idea becera che quella regola secolare, che salvaguarda la vita, la dignità e la libertà di tutti noi, debba cedere il passo alle pseudo-analisi antropologiche di tatuaggi, muscoli in bella mostra, profili Facebook desolanti e foto di sguardi ottusamente minacciosi.

In tanti, troppi di voi avete già deciso che, tale essendo il profilo umano di quei due fratelli, il calcio mortale -o i calci, o i pugni, o si vedrà- non possano che averlo sferrato loro, o comunque anche loro.

La linea difensiva della quale leggiamo -non siamo stati noi, abbiamo cercato di separare- potrà naturalmente essere posticcia, implausibile, rabberciata, ma può essere in egual modo rispondente al vero, ed è esattamente ciò che gli inquirenti prima ed i Giudici dopo sono chiamati a stabilire.

Invece, more solito, monta un’aria per la quale sareste tutti delusi, increduli ed indignati se per caso {io non ne ho la minima idea, naturalmente} la magistratura dovesse accertarne la fondatezza.

Vi viene così bene l’equazione tra la responsabilità penale ed il “tipo d’autore” (sei un bullo violento ed ottuso, da tutti temuto e conosciuto come tale, dunque noi puoi essere stato che tu, e anche se non sei stato tu te la meriti lo stesso), che non potreste accettare venisse sconciata da un esito investigativo diverso.

Certo, qualcuno di quei quattro ha posto fine alla vita di Willy, e magari anche tutti e quattro insieme, e chi se ne è reso responsabile merita la punizione più severa, per la insensata, feroce, gratuita violenza di quella sciagurata condotta: ma è così difficile per voi attendere che ciò venga accertato, oltre ogni ragionevole dubbio, da chi ha il compito di farlo?

È impresa così ardua attendere che le indagini facciano il loro corso, e che sia vagliata l’attendibilità delle singole postulazioni difensive?

Siete dunque davvero così orgogliosamente affezionati al vostro diritto al linciaggio, videogioco oggi tra i più praticati ed amati, ma antico quanto è antica la voglia di giustizia sommaria?

La morte assurda di Willy Montero Duarte esige giustizia, ma Dio non voglia dobbiate essere voi a proclamarla.”

Biografia di *Gian Domenico Caiazza

GIAN DOMENICO CAIAZZA 64 anni
salernitano di origine ma avvocato in Roma, ha festeggiato i suoi 62 anni durante il congresso dell’Ucpi a Sorrento che lo ha eletto presidente.
Laureato all’università La Sapienza di Roma, per anni ricercatore presso la fondazione ‘Piero Calamandrei’, è stato presidente della Camera penale di Roma dal 2006 al 2010, è stato avvocato di Enzo Tortora nella causa per responsabilità dei magistrati che lo avevano ingiustamente arrestato e condannato.

Per anni è stato difensore di Marco Pannella, Emma Bonino, e altri militanti radicali nei processi penali nati dagli atti di disobbedienza civile.

È stato ed è avvocato difensore in molti processi nazionali di grande rilievo, è stato portavoce delle camere penali sotto la presidenza di Giuseppe Frigo.

Ha coordinato la raccolta delle firme a favore del disegno di legge di riforma costituzionale per la separazione delle carriere della magistratura per l’Unione delle camere penali.

Gian Domenico Caiazza
Avvocato

Dall’ottobre 2018 è il Presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane

 

LE VITTIME NON CHIEDONO VENDETTA MA HANNO DIRITTO DI OTTENERE VERITÀ & GIUSTIZIA 

per restituire quella DIGNITÀ troppo spesso NEGATA alla vittima stessa, ai familiari delle vittime, agli amici stretti, ai conoscenti, ad una intera comunità ed anche alla nazione

OLTRE i quintali di DROGHE che c’è dietro questa storia assurda !

#sapevatelo2020

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