Le Cronache Lucane

IL TAR RIPORTA CICALA SULLA TERRA: NON È UN RE

Il presidente del Consiglio nella bufera. Mazzata pesantissima, finanche l’avvocatura regionale ha avuto difficoltà a difenderlo

Il “Re” Carmine Cicala ha perso la corona per una donna, anzi quattro donne. Non si tratta di bramosie d’amor, ma di nomine. Precisamente delle quattro nomine, in rappresentanza delle Associazioni di donne, che il presidente del Consiglio regionale Cicala ha fatto con decreto, “regio”, il 20 ottobre dell’anno scorso, quali componenti della Commissione regionale per le parità e le pari opportunità tra uomo e donna: Giuseppina Anna Selvaggi, Eugenia Rosaria Lucia Lasorella, Romina Giordano e Antonella Viceconti. Il Tribunale amministrativo regionale (Tar) della Basilicata, accogliendo il ricorso proposto dall’Arci Basilicata e dall’avvocatessa Morena Rapolla, ha annullato le nomine. Da annotare che la Regione si è sì costituita in giudizio, ma «con atto di mero stile». Come se il “Re” abbia finanche snobbato il Tar. O meglio, per via del principio dell’autonomia degli avvocati, i legali della Regione non trovando appigli per difendere il “Re” si sono dovuti limitare a un «atto di mero stile». Ad ogni modo i giudici amministrativi lucani hanno bacchettato anche il presidente della prima Commissione consiliare permanente, “Affari costituzionali”, il leghista Pasquale Cariello. Agli atti della controversia giuridica, anche i «presupposti pareri» inviati da Cariello a Cicala tre giorni prima delle nomine. Il “Re” Cicala ne esce sconfitto, ma anche la Lega, per il coinvolgimento nell’iter del consigliere regionale Cariello, ne esce distrutta. Eppure, e meno male che la Lega lucana ha fior di fini giuristi che appellano «novelli costituzionalisti» chi non è in linea con le interpretazioni del Carroccio, il procedimento in questione è come se rappresentasse l’Abc dell’agire amministrativo. L’iter è tanto lineare, quanto semplice, che Cicala che vuol fare il “Re”, deve però ripartire dalle basi.

IL RE NON HA RISPETTATO LA LEGGE La Commissione regionale per le parità e le pari opportunità tra uomo e donna è costituita «all’inizio di ogni legislatura, con decreto del Presidente del Consiglio Regionale ed è composta da 21 donne». Di queste, come accennato, quattro componenti sono nominati in rappresentanza delle associazioni di donne. Ciò che non ha compreso il presidente del Consiglio regionale, Cicala, è che vero è che l’iter burocratico è «caratterizzato da lata discrezionalità» e non è «connotato in senso strettamente comparativo», ma discrezionalità, e la sentenza del Tar lo chiarisce ampiamente, non è arbitrarietà. Non casualmente, i giudici hanno rimarcato «la centralità, per i fini di causa» dei «limiti del potere del Presidente del Consiglio regionale». Il contesto normativo, costituito in combinato disposto sia dall’Avviso pubblico che dalla relativa legge regionale del 1991, presuppone «il preliminare riscontro dei requisiti di natura soggettiva (relativi ai candidati), e oggettiva (relativi alle associazioni designanti)». Requisiti come, per le candidate, la «specifica e comprovata competenza ed esperienza in materia di parità e di pari opportunità», o per le Associazioni femminili designati, l’esser «costituite da almeno 3 anni», l’aver «tra le finalità statutarie quella di perseguire la crescita culturale, politica e sociale della donna», e soprattutto la «riconosciuta rappresentatività a livello regionale» deducibile anche «in ordine al numero degli iscritti». Tre quindi i paletti principali al potere discrezionale di “Re” Carmine: il requisito di professionalità, il requisito di rappresentatività e il requisito operativo. Il presidente Cicala doveva scegliere obbligatoriamente quattro donne in possesso di questi, e non di altri, requisiti. Per il Tar lucano lui non l’ha fatto e Cariello non ha eccepito quanto, invece, avrebbe dovuto eccepire. Per l’Associazione Senior Italia Federanziani, per esempio, che ha proposto Selvaggi, non è chiaro il requisito di rappresentatività. Risulta che l’associazione abbia 3milioni e 800mila iscritti, ma in Italia. Per la Basilicata «alcun riferimento al dato regionale»: «La nomina è, dunque, viziata». Anche la nomina di Lasorella difetta in maniera analoga. L’associazione designante, l’International Inner Wheel ha «49 associati», mentre quella che ha proposto Rapolla ha «2mila e 700 associati»: «La nomina è, dunque, viziata». Per Giordano, per l’Associazione Amici del Cuore di Potenza, difetta, invece, il principio operativo. Le lodevoli finalità socio-sanitarie dell’Associazione, sono «prive di qualsiasi specifica afferenza con i prescritti obiettivi di “crescita culturale, politica e sociale della donna”». Rispetto all’Arci, viziata anche la nomina della Viceconti per l’Associazione Cif Centro italiano femminile, sul fronte della «minore rappresentatività». Per il Tar di Basilicata, la richiesta di annullamento delle quattro nomine in questione è «fondata sotto più profili». «L’accoglimento della domanda di annullamento – hanno concluso i giudici amministrativi lucani – restituisce alla parte ricorrente (Rapolla, ndr), in sede rinnovatoria, la chance di conseguire il bene della vita ambito» e di conseguenza la possibilità di «nomina nell’organismo» della Commissione regionale per le parità e le pari opportunità tra uomo e donna. L’avvocatessa Rapolla, però, non è stata l’unica ad impugnare il decreto, “regio”, di Cicala. Anche l’Associazione Lud Libera Università delle Donne, e l’avvocatessa Cristiana Coviello, rappresentate e difese da Valentina Bonomi, hanno fatto ricorso al Tar. Nel merito, l’udienza è stata fissata al prossimo 8 luglio. Alla luce dell’annullamento giuridico già avvenuto, verosimilmente verrà dichiarato improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse. Essendo il possesso dei requisiti dirimente per la scelta dei componenti della Commissione, per entrambe, Rapolla e Coviello, la revisione del decreto offre ottime possibilità di nomine. Tecnicamente dovrebbe essere riconfermata anche la stessa presidente Margherita Perretti in quanto la sua nomina deve innestarsi su una Commissione che ha tutte le componenti legittimamente insediate. Ultimo dettaglio, rilevante e sintomatico: il Tar ha anche condannato la Regione Basilicata al pagamento delle spese di lite in favore dei ricorrenti, quantificandole forfetariamente nella somma onnicomprensiva di 3mila euro. Il non aver disposto la compensazione delle spese di lite, è un altro giudizio-mazzata nei confronti di Cicala, in quanto non è stata giudicata la sussistenza di «gravi ed eccezionali ragioni» e quindi della «complessità della materia». Il “Re” ha perso la corona sull’Abc.

L’EX DG AGOSTINO AVEVA RAGIONE La sentenza offre spunti anche su altri versanti. Quello delle nomine citate, come riportano i rumors, è stato uno dei primi precedenti che ha visto scricchiolare il rapporto tra l’ex Dg del Consiglio regionale, Arturo Agostino, e il presidente Cicala. Una delle prime occasioni in cui, ob torto collo, l’ex Dg seppur facendo notare la non regolarità della scelta, si è dovuto piegare alle forzature di Cicala. Il quale addirittura avrebbe poggiato l’eccesso di arbitrarietà su una tesi del tutto anomala. Scattando i poteri sostitutivi del presidente, lui si poteva sostituire non al Consiglio, ma alla legge. E quindi pur l’Avviso pubblico e la legge regionale prevedendo determinati criteri, lui con i poteri sostitutivi poteva agire come meglio credeva anche non rispettando i paletti del quadro normativo. Cicala, se andata come raccontano i rumors, in un eccesso di arbitrarietà ha scambiato i poteri sostitutivi, finalizzati all’individuazione del decisori, con i poteri assoluti che avocando a sé, illegittimamente, la facoltà di procedere non secondo legge, ma secondo la volontà del “Re”, la sua.  Anche su altre nomine, visti i ricorsi in corso, a questo punto si aprono spiragli interessanti. Le carte parlavano chiaro, le leggi non si possono piegare ai voleri della politica. Questo in sostanza quanto affermato dal Tar, ma parrebbe che la giustizia amministrativa sia solo la prima a presentare il
conto ad un’amministrazione che in plurime circostanze ha dimostato inadeguatezza

IL COMMENTO A CRONACHE LUCANE DI MORENA RAPOLLA Sulla sentenza del Tar di Basilicata che ha dichiarato illegittimo l’agire del Presidente Cicala sulle nomine fatte all’interno della Commissione regionale Pari opportunità, è intervenuta, contattata telefonicamente da Cronache Lucane, colei che ha presentato il ricorso, l’avvocata Morena Rapolla, presidente regionale dell’Arci Basilicata. «Si tratta di una battaglia di principio che sentivo di dover portare avanti non solo come cittadina ma come avvocata – ha dichiarato Rapolla -. Di fronte al dispregio della legge, non solo in mio danno, non potevo rimanere inerme. Per questo mi sono sentita in dovere di fare questa battaglia». Un vero e proprio terremoto politico, non solo giudiziario, considerato che la sentenza, come ritiene Rapolla, «rende nulle alcune delle nomine delle Commissarie Crpo perché ci sono state delle gravi violazione delle legge regionale istitutiva proprio della Crpo». «Voglio ringraziare l’avvocato Genovese – conclude l’avvocata Rapolla – per avermi affiancato con la sua professionalità rendendo possibile questo importante risultato. Un pensiero anche tutte le persone dell’Arci che mi hanno supportato. Per ora attendo di vedere l’evolversi della situazione prima di prendere altre decisioni importanti. Sicuramente il mio obiettivo è, e resterà, stare al fianco delle persone»

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Ferdinando Moliterni

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