Le Cronache Lucane

GIORNO DEL RICORDO, CERIMONIA SOLENNE IN AULA

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L’omaggio musicale della violoncellista Giovanna D’Amato e del fisarmonicista Salvatore Cella ha introdotto, sulle note dell’Ave Maria di Astor Piazzolla, le celebrazioni per il “Giorno del Ricordo” dedicato alle vittime torturate, assassinate e gettate nelle foibe e ai tanti italiani costretti all’esodo dalle ex province italiane della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Un momento solenne, denso di emozioni, voluto dal presidente del Consiglio regionale, Carmine Cicala, svolto nell’aula della massima assise regionale, prima dei lavori consiliari.

“Il ricordo, in quanto esercizio della mente e del cuore – ha sottolineato il presidente dell’Assemblea consiliare Cicala – per rivivere quei tragici e dolorosi avvenimenti. Ricordare per restituire giustizia, per costruire, tutti insieme, un futuro che non ripeta gli errori del passato, diventa atto doveroso e di responsabilità”.

Sono trascorsi 16 anni da quando il Parlamento italiano, con la legge 92 del 30 marzo 2004, ha ufficialmente riconosciuto il 10 febbraio quale “Giorno del Ricordo”, con l’obiettivo di conservare e rinnovare la memoria di una pagina buia della storia italiana del secondo dopoguerra. La data del 10 febbraio fu scelta per ricordare il giorno in cui a Parigi, nel 1947, venne firmato il Trattato di pace in conseguenza del quale venne sancita la cessione di buona parte della Venezia Giulia alla Jugoslavia di Tito e l’abbandono di numerose città della sponda orientale dell’Adriatico dove vivevano numerosi italiani.

Durante il suo intervento in Aula, il Presidente del Consiglio Cicala ha richiamato più volte l’attenzione sul valore del ricordo che si esprime con l’etimologia della parola stessa, dal latino re-cordor che significa ‘richiamare al cuore’: un termine attinente ai sentimenti che esprime non solo l’esigenza di non dimenticare il tragico eccidio ma – ha detto – ci invita a rivivere quelle pagine di storia, per molto tempo oscurate, che portarono al dissolvimento dell’identità, delle radici, della cultura e delle tradizioni di più di 350 mila italiani che furono costretti ad abbandonare la propria terra, la casa e il lavoro, sotto il terrore del regime comunista di Tito.

L’esodo fu solo l’epilogo delle barbarie che si intensificarono dopo lo scioglimento del partito fascista, l’armistizio dell’8 settembre del 1943 e l’annessione di Trieste e dell’intera penisola istriana al Terzo Reich. Fu proprio in quel periodo che ci fu la prima ondata di violenza nella quale si consumarono arresti arbitrari e sanguinose vendette contro gli italiani. Da quel momento in poi iniziò l’uso sistematico delle foibe, quelle cavità naturali, voragini a forma d’imbuto, che sprofondano nel terreno per decine di metri, autentici pozzi naturali, abissi che appaiono all’improvviso sul territorio.

Le foibe rappresentano il simbolo di una tragedia spaventosa che colpì la popolazione giuliano-dalmata, quando alcune migliaia di persone vennero uccise dai partigiani di Tito e i loro corpi furono gettati in parte in queste voragini, in parte nelle fosse comuni o in fondo all’Adriatico, oppure non tornarono dai vari luoghi di prigionia.

A far rivivere all’intera Assemblea consiliare quei momenti così drammatici, i versi della poesia “Foibe” di Ermanno Eandi, letti dall’attore Tonio Epifania.

E dure sono state le parole del Capo dello Stato Mattarella nei confronti di quanti hanno, per anni, fatto scendere un velo di nebbia su quei drammatici avvenimenti definendo le Foibe “Una sciagura nazionale alla quale i contemporanei non attribuirono, per superficialità o per calcolo, il dovuto rilievo”.

Insegnamenti, però, che non hanno attecchito in maniera diffusa. E’, infatti, cronaca attuale, purtroppo, il verificarsi di atti vandalici su lapidi poste a ricordo di quei tristi avvenimenti, a dimostrazione che la mancanza di conoscenza della storia e l’ignoranza che ne consegue sono un problema che è ancora lontano dall’essere estirpato.

Prendendo ancora a prestito le parole del Presidente Mattarella: oggi il vero avversario da battere, più forte e più insidioso, è quello dell’indifferenza, del disinteresse, della noncuranza, che si nutrono spesso della mancata conoscenza della storia e dei suoi eventi.

Dalle riflessioni dei rappresentanti istituzionali del Consiglio regionale l’invito ad alimentare il ricordo e stimolare lo studio delle vicende sconvolgenti del secolo passato per evitare atteggiamenti disinteressati e per dare un senso al sacrificio degli innocenti che furono travolti dalla cieca violenza nutrita dall’odio etnico e dal fanatismo ideologico.

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