GIANNI PETROSILLO: LE MANOVRE GEOPOLITICHE DIETRO I FLUSSI MIGRATORI

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LE MANOVRE GEOPOLITICHE DIETRO I FLUSSI MIGRATORI
Dott. GIANNI PETROSILLO

L’immigrazione di massa è un fenomeno ricorsivo, comune a molte epoche storiche, ma, nel nostro presente, esso è diventato soprattutto un’arma di ricatto, più di quanto non accadesse in periodi precedenti. In un certo senso potremmo dire che l’immigrazione “incontrollata” ha una sua architettura, è frutto di un progetto (geo)politico, che alcuni gruppi dominanti usano per raggiungere degli obiettivi ed indebolire le controparti. Ovvero, esiste una “supervisione” di quanto sembra sfuggire a qualsiasi vigilanza anche se ciò non significa che tutto sia stato previsto nei minimi dettagli (sia chiaro che non esiste nessun piano di sostituzione dei locali con stranieri, come qualcuno va vaneggiando).

Detto è l’elemento specifico da fissare per andare dritti al cuore dell’argomento.

Per questo parliamo di ricorsività degli avvenimenti che si somigliano negli aspetti generali, anche se riferiti ad età più remote, ma divergono nei loro caratteri specifici legati a ciascuna “contemporaneità”.

La Storia è proprio tale caleidoscopio di fasi, un déjà–vu di episodi producenti effetti originali, da contestualizzare in continuazione. Chi si sottrae a questo arduo compito non arriva a cogliere i passaggi epocali insiti negli accadimenti e, dunque, o è un propagandista dei poteri che sorvegliano il “programma” e che, pertanto, sceglie scientemente di fare confusione, oppure è semplicemente uno stolto che parla a vanvera.

Quando cambia la natura sociale di un fenomeno si deve modificare l’approccio cognitivo utile ad interpretarlo altrimenti si perde l’orientamento e si va fuori strada. L’immigrazione esisteva anche sotto l’Impero romano ed il civis Romanus, come il cittadino odierno, non vedeva di buon occhio gli stranieri che dalla periferia si spostavano, sospinti da mille ragioni, verso il centro.

Alessandro Barbero, nel suo testo “Barbari, immigrati, profughi” ci ricorda che: “Apuleio, scrivendo nel pacifico II secolo, dà per scontato che i forestieri rischiano sempre d’essere aggrediti, perché in ogni città lo straniero è disprezzato; due secoli dopo, in un’epoca ben più torbida, la plebe romana vociferava volentieri contro gli stranieri, gridando che bisognava cacciarli tutti”.

Queste reazioni istintive ci sono molto famigliari eppure trattiamo di situazioni che si manifestano similmente ma si spiegano differentemente, di tempo in tempo. Se ci fermassimo alla superficie dei fatti, che stimolano reazioni epidermiche, sempre uguali in tutte le stagioni umane, non saremmo in grado di chiarire quello che sta realmente accadendo oggi. Tale approccio è comune tanto ai cantori del (multi)culturalismo che ai cosiddetti seguaci dell’intolleranza. Entrambi i fronti (se in buona fede) sono vittime di un discorso emotivo, basato sulle passioni, reversibile all’infinito.

Gli uni interpretano le resistenze estemporanee degli autoctoni, ad accogliere con amore e solidarietà gli alloctoni, come fattori di restrizione mentale: la rimozione dell’altro da noi, i pregiudizi verso chi è estraneo, la paura del diverso che tracima in razzismo e xenofobia1. Gli altri “somatizzano” etnicamente incertezze sociali di difficile discernimento (a fortiori in gravi periodi di crisi) che, appunto, trovano sfogo contro i nuovi arrivati, gli alieni.

Tutto viene ridotto ad una battaglia di coscienza tra i buoni (i politicamente corretti dell’ospitalità senza freni) ed i cattivi (gli inospitali rinchiusi in se stessi e nella loro grettezza intellettuale) che decreta la morte della ragione. Ciononostante, è innegabile che il discorso “aperturista” sia presentemente meno ragionevole del suo opposto benché, effettivamente, si stia verificando qualche grana di troppo.

La faccenda si risolverebbe, anche banalmente, chiedendo a lorsignori quale sarebbe la loro reazione se degli sconosciuti si accalcassero all’improvviso sull’uscio della loro abitazione o entrassero in casa in massa senza bussare, spinti da qualche genere di motivazione, sempre legittima quando si ha poco da perdere. La strizza sarebbe normale e costoro, al posto di alte argomentazioni culturali, vorrebbero avere, a portata di mano, assi e chiavistelli per sbarrare le porte della loro dimora piuttosto che frasi vacue per certi bei sermoni del piffero. Si opporrebbero alla violazione del loro recinto (NIMBY) come recentemente successo a Capalbio, località di turistica meta di molti radical chic pro-immigrazione che però hanno storto il naso per la mini invasione di migranti nel loro buen retiroprediletto.

Ma, ripetiamo, non è questo il centro del tema benché sarebbe ora di smetterla con le frasi fatte ed i luoghi comuni delle opposte fazioni che si sorreggono nei reciproci errori.

Purtroppo, la dogmatica dei buoni (finti) sentimenti è parte integrante di una strategia che mira ad incrementare l’ insicurezza dei nostri confini, provando a far percepire determinate dinamiche come inevitabili. Per giustificare alcune di queste scelte si parla anche di crisi demografica, ben sapendo che i dati forniti dalla demografia sono solo quantitativi, dunque, è totalmente arbitrario far discendere dalle letture dei numeri così ricavati scenari ed effetti che restano tutt’altro che ineluttabili. I vaticini inesorabili di chi vuol farci digerire ad ogni costo l’invasione di profughi, clandestini, ecc. ecc. si rintuzzano anche col buon senso e con l’esperienza di quanto noi stessi, o meglio i nostri padri, hanno dovuto affrontare in tempi per noi più difficili3.

In primo luogo, sono davvero irritanti le favole sulla diversità che arricchisce. Gli esuli che bivaccano per le nostre città senza fare nulla o, al massimo, chiedendo l’elemosina davanti ai supermercati, sono un triste “spettacolo” che non ha nulla di stimolante. Sono la merce esposta nella boutique dei saldi sentimentali, quella frequentata dal semicolto di sinistra che col beau geste prêt-à–porter fa shopping di immeritata superiorità morale.

Gli accampamenti di sfollati nelle metropoli, che occupano luoghi pubblici e vivono in mezzo al degrado, generano situazioni potenzialmente esplosive per l’ordine collettivo e stremano la popolazione residente, i cui timori di disordini conducono ad un aumento della diffidenza verso gli stranieri e alla protesta contro l’autorità che li ha inseriti (per modo di dire) in quel quartiere o spazio urbano. A vederle, inoltre, queste persone non sembrano proprio in condizione di profonda indigenza. Molti sono giovani ben nutriti e “armati” di smartphone. Infatti, è risaputo che non sono i più poveri a prendere il mare poiché hanno potuto versare quattrini ai trafficanti che li hanno trasportati da noi.

Chi ha veramente bisogno d’aiuto non riesce a sfuggire al tragico destino nel suo paese e va incontro a quasi sicura brutta fine, per stenti, malattie e conflitti. Addirittura, nel dubbio che possano naufragare durante il viaggio, ce li andiamo a prendere in acque extraterritoriali con navi militari il cui compito dovrebbe essere quello di pattugliare le coste e proteggere i confini, non renderli massimamente infiltrabili e porosi.

La loro presenza in sparuti gruppi, nemmeno selezionati, sul nostro suolo crea delle vere e proprie emergenze sociali. Si moltiplicano gli episodi di violenza, di stupri, di furti e le scene di disadattamento al nuovo background, con rifiuto di assimilare le tradizioni dell’ambiente ospitante che contraddicono le grandi narrazioni dei buonisti, i quali parlano di integrazione e di risorse delle quali non possiamo fare a meno per il nostro benessere. Per non dire di un grattacapo ancora più serio: quello del terrorismo internazionale. Tra le orde di miserabili si mimetizzano anche terroristi di varia specie che vengono in Europa ad organizzare stragi e attentati o a fondare cellule di attacco ai nostri sistemi. Siffatti drappelli di sabotatori spesso si nascondono dietro sigle jihadiste ma sono manovrati da cervelli che non rispondono ad Allah. Questo è l’unico mascheramento da far cadere, sul quale i “solidaristi” glissano ignobilmente.

Come scrive correttamente l’economista veneto Gianfranco La Grassa, la crescita reciproca tra etnie eterogenee “avviene se gruppi di popolazioni diverse s’incontrano senza tuttavia essere sradicati dal loro territorio, dalla loro cultura e modo di vita e via dicendo. L’incontro di diversità è un conto; la mescolanza confusa e indifferenziata impoverisce culturalmente, crea attriti e conflitti, impoverisce e abbrutisce sotto tutti i punti di vista. Gli Usa da quasi due secoli ricevono migranti di tutti i colori e culture.

Si è ben visto proprio in questi giorni come si sono ben integrati neri e bianchi, ecc. E gli Usa reggono perché sono ancora, e già da un secolo o poco meno, la più grande potenza mondiale, quella con più ampie sfere d’influenza. Se dovessero conoscere un periodo di vero declino, i loro guai in tema di convivenza sociale diverrebbero traumatici. E poi basta con questa storia dell’amor cristiano, della misericordia, ecc. Serve ormai a minare società già stabilizzate da secoli…Sarei d’accordo con chi introducesse misure di difesa dure e poco pietose”.

Inoltre, di che risorse avremmo bisogno se sono i nostri conterranei a lasciare la nazione per cercare una sistemazione più dignitosa altrove? Si continua a ripetere che gli stranieri vengono a svolgere lavori che nessuno vuol più fare in Italia o nell’Ue, perché a scarsa resa economica e troppo dura fatica. Ma sono miseri pretesti. Il migrante che arriva si abitua presto ai nuovi standard (innanzitutto a quelli economici mentre spesso rigetta quelli dei costumi) e, comunque, le seconde e terze generazioni pretendono le stesse opportunità di italiani ed europei, essendo nati qui o essendo giunti da piccoli. Giustamente.

La verità è che la crisi colpisce chiunque e non ci possiamo permettere nessuna accoglienza a braccia aperte in una situazione economica stagnante, se non di decrescita, in cui le opportunità di impiego si riducono di molto e attecchiscono le professioni precarie e sottopagate, alle quali si adattano pure i nostri ragazzi. E’ una diceria quella per cui i migranti permetterebbero al sistema di sopperire agli squilibri occupazionali delle nostre civiltà progredite, dove il più alto grado di scolarizzazione fa aumentare la pretesa per i posti a competenze elevate e scarseggiare il personale per le funzioni cosiddette umili.

Sono tantissimi i nostri giovani iper-istruiti e super-specializzati che devono barcamenarsi accettando soluzioni lavorative temporanee, per nulla adeguate alle skills apprese nel corso degli studi o di percorsi formativi, con retribuzione che non garantisce l’indipendenza dalla famiglia.

Anzi, poiché non si vedono nemmeno margini di miglioramento della situazione, costoro dovranno pure accettare simile condizione difficoltosa e arrivare a scontrarsi con gli omologhi forestieri per accaparrarsi le briciole. C’è poco da sorprendersi se poi i soggetti allogeni sconfitti dalla concorrenza o che nemmeno possono accedere alla competizione per i mestieri più infimi vadano ad ingrossare le file della delinquenza, della mafia e del terrorismo.

Per limitare i danni presenti e, soprattutto, futuri le istituzioni operano stoltamente agevolando forme di razzismo all’incontrario, discriminando gli italiani e favorendo gli stranieri. A questi si offrono prestazioni sanitarie gratuite, soggiorni a gratis negli alberghi, cibo in abbondanza (non raramente rifiutato perché non in linea con le loro diete) e soldi per le esigenze giornaliere, dalle ricariche per il cellulare ad altri svaghi. Privilegi dai quali gli italiani bisognosi sono esclusi. Quest’ultimi sono minacciati persino nei diritti acquisiti e si vedono sottrarre viepiù le certezze della vecchiaia, come per le prestazioni pensionistiche ridotte riforma dopo riforma, nonostante la vulgata seconda la quale sarebbero stati gli immigrati impiegati nel Belpaese a garantire la sostenibilità del nostro sistema di Welfare.

Altra bugia intollerabile, perché ciò che i lavoratori stranieri ci danno con una mano, si riprendono con l’altra. Secondo alcune statitistiche della Cgia di Mestre gli stranieri producono ricchezza per 127 mld ma costano allo Stato italiano (in termini di prestazioni sociali) una cifra di poco inferiore.

È un gioco a somma zero che ci viene presentato come un guadagno.

La misura è colma e con tutta l’empatia che si può avere per degli esseri umani più sfortunati o svantaggiati, in fuga dalle guerre e dalla miseria (di cui sono responsabili i “colonizzatori” democratici che hanno portato instabilità nei teatri africani e Medio Orientali, gli stessi che sostengono il politicamente corretto imperante) è stata già oltrepassata una pericolosa linea rossa di tolleranza.

Oltre questo limite può accadere di tutto, poiché all’occorrenza, qualcuno potrebbe decidere di dar fuoco alla miccia, lasciandoci sbranare tra noi come cani, con istigazioni e altre subdole provocazioni, al fine assicurarsi la più pregnante sottomissione del nostro Stato e del Continente ai suoi obiettivi strategici.

Se non saremo in grado di cambiare la prospettiva con la quale affrontiamo tali criticità ritorneranno molti fantasmi del passato che credevamo scomparsi e superati (non fu Hitler ad inventarsi l’antisemitismo e i campi di sterminio) e commetteremo esattamente gli stessi errori di quanti ci hanno preceduto. Specialmente, dobbiamo tenere fermo un punto cruciale. Attualmente, diatribe razziali e religiose vengono manipolate ad arte da attori geopolitici in corsa per garantirsi la supremazia mondiale, in particolare da uno di questi, il pre-potente per eccellenza, quegli Usa che non rinunciano all’idea di voler dominare incontrastati il mondo, mentre si fanno avanti potenze che puntano a sovvertire i rapporti di forza sfavorevoli. Su ciò dobbiamo concentrarci per non farci sviare da vaneggiamenti culturali o anticulturali dei politicamente corretti e dei rozzamente scorretti: siamo in presenza di una fase storica transitoria di lotta multipolare tra Stati/potenze che, tra le altre faccende, orientano etnie e religioni per indebolire gli avversari. I cospiratori nell’ombra mettono anche in conto eventuali perdite di controllo della situazione a causa dei loro atti (stragi e delitti commessi negli stessi Paesi che foraggiano copertamente ribelli e terroristi ecc. ecc. ), poiché c’è sempre un prezzo da pagare per il raggiungimento di determinati scopi politici ritenuti più vasti ed essenziali.

Per queste motivazioni il dilemma dell’immigrazione non lo si può lasciare egemonizzare ai benpensanti, con i loro (simulati) rimorsi di coscienza, o ai loro alter ego che agitano la ruspa e la clava. Anche la Chiesa, in particolare con questo Papa, si è aggregata al carro dei sobillatori di caos sociale che approfittano dell’immigrazione incontrollata, e di altre circostanze di fragilità collettiva, per perseguire i loro propositi. Ma c’è chi stabilisce direzione e andatura del carro e chi, facendosi trascinare, rischia di andare sotto le sue ruote, danneggiando l’intero Paese.

Ciò che i gendarmi mondiali compiono appellandosi all’interventismo umanitario, con quel che di negativo ne consegue, lo stesso pianifica il governo ecclesiastico, richiamandosi dissennatamente a carità e misericordia, al cospetto di spinosità manifeste che reclamerebbero tutt’altra concretezza, con quel che ne deriva in termini di accrescimento delle emergenze per noialtri. Marciano separatamente ma colpiscono uniti perché aderiscono al medesimo disegno emergenzialistico imbastito per imbrogliare le carte. Ovviamente, le mie riflessioni saranno bollate come farneticazioni populistiche, razziste o fasciste, dagli ipocriti che hanno fatto precipitare la situazione.

Che i collaborazionisti di assassini e criminali, artefici irresponsabili di cataclismi umanitari in varie parti del mondo, mi stigmatizzino così non è cagione per me di conversione dai certi convincimenti.

Come ho già scritto altrove, è in atto un tentativo di rompere la gabbia d’acciaio Atlantica – che da qualche decennio ha intrappolato il pianeta, quasi nella sua interezza, dopo l’implosione dell’Urss – da parte di formazioni nazionali emergenti/riemergenti (Russia e Cina in primis), le quali puntano ad un riequilibrio delle relazioni egemoniche. L’azione di “disturbo” di questi paesi al predominio statunitense fa dilatare l’instabilità complessiva. Il depotenziamento del centro regolatore americano provoca squilibri alla base dell’edificio mondiale e i vecchi dominatori reagiscono fomentando il caos nella speranza di rallentare l’avanzata degli sfidanti.

Il dirottamento dei flussi migratori sull’Europa rientra in questa strategia perché è qui che, gioco-forza, si plasmeranno i futuri assetti dello scacchiere geopolitico, scaturenti dall’inevitabile conflitto tra Occidente ed Eurasia. Inevitabile però non significa che domani scoppierà la III Guerra Mondiale (chi fa simili profezie apocalittiche ignora l’essenza del processo storico) perché l’energia degli attriti continuerà ad accumularsi, di periodo in periodo, e si sprigionerà del tutto soltanto quando il multipolarismo (fase in cui si vanno livellando i gap d’influenza tra le aree geografiche) sfocerà, infine, in acceso policentrismo (epoca di un pieno regolamento di conti tra potenze che farà risaltare una nuova nazione predominante, intorno a cui ruoteranno diverse formazioni alleate subdominanti versusaree soccombenti).

Quando ci si avvicina a questa prospettiva lo scontro viene praticato con molti meno infingimenti e si mostra frontalmente (anche se mai totalmente, o meglio, trasparentemente) in tutta la sua violenza ed anche brutalità. Molte ideologie, ora tanto in voga, come quelle dei diritti umani e dell’accoglienza, si sfalderanno come fichi al sole e saranno smascherate per quello che sono sempre state: coperture di piani di dominazione e strumenti di sviamento dai veri intendimenti dei decisori politici in lotta per la supremazia4. Questi “raddoppiamenti idealistici” dei tempi di “pace” saranno velocemente sostituiti da impostazioni conformi ai tempi di belligeranza.

Un mondo post-ideologico non è mai esistito ed è una pia illusione o un basso imbroglio da intellettuali (ben remunerati) che sguazzano nell’esistente prospettarlo perché l’ideologia rientra nella maniera umana di comprendere ed interpretare la realtà (sia per semplificarla che, purtroppo, per complicarla).

Comunque, la sensazione attuale è che pur essendo gli Usa ancora la nation prédominante, pare ci si avvii verso il multipolarismo, sebbene ancora di tipo imperfetto. Il caos mondiale si espande sempre in epoche di questo tipo; come verificatosi verso la fine del secolo XIX.

Di fronte a tale evenienza, gli Stati Uniti producono uno sforzo maggiore per accentuare la presa sull’Europa ed impedire che questa sia attratta dalla Russia. Le iniziative americane di riconfigurazione dei regimi nordafricani (tramite manifestazioni di popolo definite primavere), che già erano stabilmente sotto il suo controllo ma, evidentemente, in una forma tatticamente inidonea al contesto in trasformazione, l’interventismo occidentale sotto mentite spoglie islamiste in Medio Oriente (la sanguinosissima guerra civile siriana e quella meglio riuscita in Libia), il golpe dei nazionalisti ucraini, il tentativo di putsch in Turchia, il costante foraggiamento, se non addirittura la creazione dal nulla, di svariate sigle jihadiste, che dopo l’azione russa sono state in parte scaricate per non rendere troppo evidente il coinvolgimento yankees nella strategia globale del terrore, sono “operazioni che avranno certo motivazioni legate ai rapporti di forza nelle aree interessate; e tuttavia non vi è dubbio che il principale obiettivo degli Stati Uniti è, in ultima analisi, il mantenimento della presa in Europa e l’isolamento massimo possibile della Russia” (La Grassa).

Se l’asse europeo si sposta troppo verso Est, Washington rischia di essere buttata fuori dal Vecchio Continente. I timori americani di essere respinti sulle loro sponde dell’oceano, dopo 70 anni d’ingerenza in Europa, si materializzerebbero di colpo5.

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Se il quadro che abbiamo tracciato ha una qualche validità, i rischi nascenti dai flussi immigratori incontrollati, come altre incombenze del periodo, si risolvono fortificando lo Stato ed i suoi apparati (coercitivi, su tutti i Servizi), nonché approntando strategie di protezione della propria sovranità nazionale, attraverso intese con i paesi che condividono le medesime preoccupazioni.

Gli aspetti culturali sono secondari e, comunque, discendono dalla problematica sovranista.

Quella tra xenofobi e integrazionisti è una diatriba ideologica, priva di sbocchi razionali, che contribuisce ad alimentare le tensioni interne e a facilitare la disgregazione dei tessuti sociali, per la divaricazione delle scelte politiche che ne conseguono, le quali possono essere tanto di orientamento eccessivamente rigido (innalzamento di barriere materiali e psicologiche) che troppo elastico (sfilacciamento rapido dei tradizionali legami collettivi). Come dicevamo, le ondate di profughi e clandestini sono la conseguenza di conflitti regionali (e dell’ampliarsi della crisi economica che colpisce disugualmente le nazioni poiché i singoli capitalismi procedono a velocità impari) che si allargano per il venir meno di un centro regolatore a livello mondiale.

A questo incipiente squilibrio, conseguenza di dinamiche oggettive innescate dal processo storico, non corrisponde un equilibro delle forze in competizione. Equilibrio che, in ogni caso, non è mai l’anticamera di una pace duratura ma la base per lanciare ulteriori sfide geopolitiche che non siano perse in partenza. Dunque, aumentano i competitori potenziali dell’unipolarismo statunitense, tuttavia, nessuno è ancora concretamente in grado di fronteggiare apertamente gli Usa.

Gli stati Uniti, in crisi di potenza, sebbene ancora in relativo vantaggio sugli avversari, percorrono la strada delle guerre per procura, nei ventri molli del planisfero sui quali si allenta la loro egemonia, per evitare che altri possano avvantaggiarsi delle congiunture. In questo senso, la questione migratoria diventa un mezzo nelle mani dei predominanti americani contro i paesi antagonisti (i quali vengono coinvolti e trascinati sui campi di battaglia che produrranno orde di disperati in fuga) ma, più ancora, verso le formazioni subdominanti a loro affini, le quali possono essere tentate di mettere in discussione gli assetti delle vecchia alleanza o persino di slegarsi dalla originaria area di influenza, in virtù della percezione di queste difficoltà del polo attrattore.

Questo è il perno della nostra esposizione. Infatti, chi non è sottoposto agli Usa o non è legato ad essi da patti militari stringenti ha tante altre inquietudini da affrontare ma non quelle della gestione delle orde di disperati che si ammassano alle frontiere; l’immigrazione, per costoro, non diventa mai una vera e propria calamità, come accade nei nostri contesti occidentali. Insomma, agendo coraggiosamente sulla nostra politica internazionale anche il profilo di questo allarme sociale potrà essere disinnescato o almeno decomplessificato. Restando immobilizzati sulle vicissitudini culturali si precipita nella guerra di civiltà che è sempre un pessimo affare perché annebbia la vista, spinge al rancore, coinvolge i sentimenti reconditi dell’animo umano ed impedisce di separare le contraddizioni sociali principali da quelle secondarie, le priorità dalle superfluità. Le società che si fanno attirare nell’inganno finiscono in una pentola a pressione destinata, prima o poi, ad esplodere; è proprio quello che vuole chi ha innescato il caos su basi etniche per puntellare la sua supremazia.

Viceversa, occorre riportare l’attenzione sulla necessaria indipendenza dagli Stati Uniti di cui l’Europa e l’Italia hanno bisogno per uscire dal pantano in cui sono piombate.

Senza questo recupero di potenza resteranno vittime di tutte le “intemperanze”, spontanee o condizionate, che si verificheranno in questa fase. I governanti europei si sono già fatti trovare impreparati a dette sfide e, in alcune occasioni, hanno persino agevolato l’approfondimento delle difficoltà perché succubi della visione occidentalista, di matrice americana. Il problema immigratorio è un pericoloso nervo scoperto sul quale manovrano in molti, sia all’interno che all’esterno del Continente europeo. Eppure, data la nostra collocazione geografica non era così difficile prevedere i disastri in atto e correggerli con più adeguate contromisure. Come scrive Robert Keegan mentre gli Stati Uniti sono protetti “da ampie frontiere oceaniche e da un rigido ed efficiente sistema di controllo dell’immigrazione”, pur non essendo “immuni dalla penetrazione terroristica, come gli eventi dell’11 settembre 2001 hanno tragicamente dimostrato”, gli Stati dell’Europa occidentale “fisicamente contigui a nazioni con centinaia di migliaia di giovani che cercano in tutti i modi di emigrare e le cui legislazioni basate sui diritti civili non prevedono il rimpatrio coatto dei clandestini, anche dopo che la loro condizione di illegalità è stata provata, hanno difese meno efficaci.

I problemi di sicurezza con cui devono misurarsi gli Stati dell’Europa occidentale non solo sono senza precedenti in termini di scala o intensità, ma sembrano senza soluzione. Le comunità sospette si ingrossano ogni giorno di più, cosicché le cellule di cospiratori e di aspiranti attentatori che nascondono al loro interno acquisiscono un sempre maggiore anonimato e una sempre maggiore libertà per preparare le loro azioni. Il supporto finanziario non è un problema, dato che i terroristi possono accedere a fondi ottenuti nei loro paesi d’origine mediante vari tipi di ricatto: tangenti, ma anche donazioni presentate come offerte per la causa della guerra santa [per non dire di quelle recapitate dall’Intelligence Usa e dai suoi amici Sauditi]”.

In sostanza, era tutto abbastanza prevedibile ma i decisori europei anziché premunirsi per allontanare le minacce ne hanno favorito l’estensione in virtù di famigerate politiche dell’accoglienza, richiamantesi equivocamente a valori universali ma quale schermatura di interessi molto particolari. Un autolesionismo che non si spiega se non con una partecipazione consapevole di questi politici agli abili maneggi atlantici che hanno esposto i cittadini europei ad atti criminosi e a mattanze tragiche.

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L’ipotesi che il flusso di profughi riversatosi in Europa non sia un moto spontaneo trova conferma non solo nei sospetti di alcuni membri Ue più esposti, per collocazione geografica e posizionamento all’incrocio delle “rotte della speranza”, ai traffici di esseri umani, ma anche nei dati.

Le statistiche delle Nazioni Unite parlano di 65,3 milioni di sfollati, in tutto il mondo, nel 2015. Tra questi i rifugiati sono stati 21,3 milioni. Il 12% del totale ha trovato “riparo” nel Continente Americano, il 14% in Asia e solo il 6% in Europa. Gli altri sfollati sono ospitati tra Africa Sub-sahariana, Medio Oriente e Nord Africa (68%). Le nazioni che accolgono in numero maggiore simili disperati, ovviamente senza garantire loro un trattamento umanitario “alla europea”, sono Turchia, Pakistan, Libano, Iran ed Etiopia.

Come osserva il Direttore Generale del Russian International Affairs Council, Andrei Kurtonov: “Adoggi, circa 3,9 milioni di sfollati (lo 0,7% della popolazione totale) sono ospitati in Europa. Allo stesso tempo, l’Europa è la patria di 76 milioni di migranti (il 15% della popolazione totale), ed in ciò non è seconda a nessun altra regione del mondo. Di conseguenza, i cambiamenti demografici e socio-culturali fondamentali in Europa sono stati determinati dalle politiche migratorie nella regione nel corso degli ultimi cinque-sei anni, piuttosto che dall’attuale “invasione di profughi”. L’invasione dei rifugiati ha messo in evidenza solo i numerosi problemi accumulati a partire dalla metà del secolo scorso”.

Quando si parla di politiche si parla di opzioni e decisioni, perciò è evidente che l’Europa ha stabilito volontariamente di farsi assalire dai migranti (economici, molti dei quali camuffati da perseguitati) in tempi non sospetti e che le ultime ondate di esuli, abbattutesi sui nostri territori, hanno “soltanto” fatto saltare il tappo della situazione. Dunque, i nostri governanti ci stanno raccontando frottole, se siamo giunti a questo livello di criticità nella gestione di tali masse umane non è (tanto) per le guerre e i conflitti intorno all’Europa ma per la maniera in cui essi hanno “fabbricato” l’emergenza. Sempre ammettendo, ma non concedendo, che tutto sia nato dalle loro menti. E qui dobbiamo ritornare all’affermazione iniziale di questo scritto: l’immigrazione come arma di ricatto geopolitico.

Non siamo gli unici a pensarla in questi termini parossistici, non siamo i soli a credere che il migrante sia divenuto un grimaldello con il quale scardinare la nostra sicurezza sociale. Non c’è nessuna forma di razzismo in queste ansie, che non sono fobie immotivate per l’alterità, timori ingiustificati per la diversità ed altre sciocchezze consimili di cui si riempiono la bocca sinistri figuri. Dietro il fenomeno migratorio si intravedono intenzioni perniciose di attori che lottano per l’affermazione internazionale e per razionalizzare le nostre apprensioni dobbiamo afferrare queste specifiche dinamiche.

A paventarlo è stato anche il Presidente ceco Milos Zeman il quale ha dichiarato, al cospetto del suo popolo, nel discorso del Natale 2015, di essere profondamente convinto di trovarsi di fronte “ad una invasione organizzata e non un movimento spontaneo dei rifugiati…

A volte mi sento come Cassandra, che mette in guardia contro chi trascina un cavallo di Troia nella città… La grande maggioranza dei migranti illegali sono giovani uomini in buona la salute, e single…

Mi chiedo perché questi uomini non stanno prendendo le armi per andare a combattere per la libertà dei loro paesi contro lo Stato islamico”.

Al pari di Zeman la vede anche Viktor Orban, Presidente ungherese, che il 2 ottobre scorso ha portato i suoi connazionali ad esprimersi sul seguente quesito referendario: “Vuoi che l’Unione europea imponga l’insediamento di cittadini non ungheresi in Ungheria senza il consenso dell’Assemblea nazionale ungherese?”. La consultazione non ha raggiunto il quorum del 50% dei votanti ma di quel 43,4% che si è recato alle urne il 98,3% si è pronunciato contro le imposizioni delle quote-migranti da parte di Bruxelles. I malori serpeggiano da un angolo all’altro della comunità europea anche se cambia il modo delle classi dirigenti nazionali di mettersi all’ascolto dei propri cittadini. In Italia, per esempio, nonostante i sentimenti anti-immigrazione siano in crescita, per il susseguirsi di episodi spiacevoli, il dibattito viene immediatamente smorzato dai custodi del politicamente corretto che non ammettono discussioni sull’argomento e affibbiano marchi di sgradevolezza e repulsione civica a chiunque esca dal seminato dell’inclusività ad ogni costo.

Tappare la bocca a chi ha un’opinione contraria è il vero razzismo, così come l’autentica discriminazione consiste nell’elargire ai profughi quello che gli italiani indigenti devono ormai pagare di tasca loro, anche se non possono farlo perché hanno perso il lavoro o una fonte stabile di guadagno. E coi tempi che corrono avviene sempre più spesso.

La Penisola è più che coinvolta (ed anche sconvolta) da quanto si va verificando negli ultimi anni davanti alle sue coste, a fortiori quando i nostri partner nordici (vedi l’Austria o la Francia) chiudono le vie di passaggio di questi stranieri lasciandoci col cerino in mano. I nostri politici fingono di lamentarsi con l’Ue, chiedono il rispetto dei patti ma finiscono per sottostare a qualsiasi abuso perché sulla scena europea e mondiale non hanno voce in capitolo. Anche quando le problematiche ci riguardano da molto vicino veniamo estromessi dal processo decisionale, costretti a subire le azioni altrui e, “amaris in fundo” a pagare per ogni nefasta conseguenza causata dalle spinte di chiunque. E’ quanto capitato sul fronte libico dopo la guerra al “tiranno” Gheddafi, nel 2011, voluta della Nato e, nonostante qualche tentennamento iniziale dell’Esecutivo Berlusconi, appoggiata da tutto il nostro panorama politico, a partire dal gradino più alto del Quirinale, reggente, all’epoca dei misfatti, un riconosciuto etnocrate amico degli Usa, colui che più di Berlinguer contribuì allo spostamento del Pci dall’area sovietica a quella Atlantica. Di quella scriteriata avventura ci restano i barconi carichi di libici che fuggono dal caos e dai macellai dell’Isis, per dirigersi sulle nostre sponde, i contratti stracciati nel settore energetico, i miliardi di affari sfumati coi nostri dirimpettai per la costruzione di infrastrutture e l’estinzione di qualsiasi influenza nel Mediterraneo1.

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Il quadro è disperato e quel che si sviluppa dietro le quinte è decisamente peggio di quel che si scorge, quotidianamente, sul palcoscenico sociale. Parliamo, soprattutto, dell’Italia che è osservatrice asservita e passiva di quanto si stabilisce, alle sue spalle, in Europa e nella Nato. Sul tema immigratorio e su tutto il resto. Come si esce dalle sabbie mobili?

L’unica alternativa praticabile è quella dell’autonomia nazionale da impattare con una forza politica risoluta nell’operare una rottura degli assetti istituzionali italiani, capace di fare pulizia (con la “polizia” e gli altri apparati “corazzati di coercizione”) dell’attuale ceto (non)dirigente che ci (s)governa, abile nello spezzare i suoi addentellati nell’alta nomenclatura pubblica e privata, senza distinzioni partitiche o di orientamento ideologico, idonea ad espellere lo “straniero” dalla “terra avita”. Ci vorrebbe un’altra marcia su Roma, non di tipo nazionalista, ma di genere sovranista che abbia questo tipo di avanguardia indipendentista a guidarla. Del resto, quando Mussolini si preparava alla spallata al putrido Stato liberale, non mancava di attrarre simpatie anche tra i nemici acerrimi, come Salvemini, i quali però capivano che in mancanza di un repulisti radicale del marcio il paese avrebbe subito maggior nocumento. Scrive lo storico meridionale nel 1923: “Se Mussolini arriverà a spazzare via queste vecchie mummie e canaglie, avrà fatto opera utile al paese. Dopo che lui abbia compiuto questo lavoro di spazzature, verranno avanti uomini nuovi, che spazzeranno lui …Se Mussolini venisse a morire, e avessimo un ministero Turati, ritorneremmo pari pari all’antico. Motivo per cui bisogna augurarsi che Mussolini goda di una salute di ferro, fino a quando non muoiano tutti i Turati, e non si faccia avanti una nuova generazione liberatasi dalle superstizioni antiche”. Mutatis mutandis, non siamo così distanti dai nefasti giolittiani, con l’unica differenza che i nostri amministratori della cosa pubblica non hanno lo spessore dei Turati e dei Giolitti. Noi ci troviamo precisamente in una fase storica in cui gli antagonismi più acuti sono quelli tra gli Stati (altro che globalizzazione armonica e unico governo mondiale!) ma avendo messo il nostro in liquidazione. Con queste premesse negative il destino dell’Italia è praticamente segnato, a meno di una svolta nel senso indicato, invertente l’annoso processo di sottomissione agli USA che va avanti almeno dal tradimento di Badoglio del 8 settembre 1943.

Ovviamente, non sarà semplice fendere le catene che ci tengono in ceppi. La posizione geografica del Belpaese è strategica per gli Usa, in primis come base per sorvegliare i movimenti degli altri stati dell’Europa centrale, Germania in testa, continuamente in predicato di rafforzare la propria orbita d’influenza per intersecarla a quella russa. E’ l’area europea (o euroasiatica), sede di molti potenziali protagonisti competitivi, che, senza ombra di dubbio, sarà eletta dal policentrismo a ring delle principali lotte globali per la prossima preminenza. Il moltiplicarsi dell’instabilità intorno ad essa è una manovra di accerchiamento che precede l’affondamento dei colpi più duri. Roma, in tal senso, è fondamentale per il controllo europeo in quanto già ridotta all’insignificanza internazionale con i suoi tenutari al servizio della Casa Bianca e l’infiltrazione dei suoi corpi speciali da parte dell’Intelligence statunitense. Tuttavia, la tendenza del processo storico al multipolarismo aprirà delle finestre di fuoriuscita da questa pesante sottomissione anche per lo Stivale. Bisognerà saper cogliere le opportunità che si materializzeranno nel corso oggettivo degli eventi attivandosi “per il rafforzamento delle relazioni – non solo economiche, bensì proprio politiche e di collegamento tecnico-scientifico e di “Informazione” e magari anche militari – con i paesi che hanno maggiori prospettive “oggettive” di ergersi quali antagonisti degli Stati Uniti; e fra questi…il principale è la Russia… Multipolarismo e indipendenza sono in relazione biunivoca. E sono il primo compito per la fase attuale” (La Grassa). Una di queste chance potrebbe venire dal rinsaldamento di un asse Berlino-Mosca (e Parigi) nel quale introdursi per divincolarsi dal giogo americano. Altrettanto utile sarebbe creare dei saldi legami antiegemonici tra le imprese strategiche di queste nazioni e la nostra impresa pubblica di punta, per coprirsi vicendevolmente le spalle, soprattutto sui mercati più redditizi e ad alto tasso tecnologico, dove gli americani agiscono quasi indisturbati e approfittando della loro proiezione militare. Occorre prepararsi a questa evenienza e lavorare politicamente per favorire la nascita di una forza collettiva che sappia farsi portatrice di queste istanze effettivamente liberatorie. Affidarsi e sperare in ripensamenti e ravvedimenti dei partiti esistenti è tempo perso, sono tutti americanizzati e assoggettati a concezioni “reazionarie” di un mondo in irrimediabile decomposizione.

1 Per esempio, Lucio Caracciolo in Limes n.6/2015: “Ilmigrante ci smaschera. Lo straniero che approda sulle nostre sponde rompe il ritmo della quotidianità. È l’irregolare per eccellenza. Perciò ci costringe a riflettere sulle regole della nostra vita sociale e politica. Ce ne spalanca gli abissi insondati, ce ne illumina gli angoli oscuri. Mette in questione tutto ciò che per noi non è questionabile. E ci espone alla più radicale delle domande: chi siamo? Pur di non rispondere a tanto dolorosa interrogazione, spesso preferiamo respingere – non solo metaforicamente – l’altro da noi. Rimuoverlo. Almeno restringerlo in un ghetto che ce lo renda invisibile. E configgerlo in una definizione di specie – «il marocchino», «l’afghano», «il somalo» – a certificare che di fronte non abbiamo una persona, con la sua storia di vita, ma una molecola di un mondo inferiore che non vogliamo conoscere. Una razza, non un individuo. Un oggetto, non un umano. Cui imponiamo una maschera, mentre lui ce la toglie.Di fronte al migrante diventiamo stranieri a noi stessi. Soli con la nostra ipocrisia cognitiva, indifferenti a riconoscerlo e ad esserne riconosciuti, perché «straniero è colui il cui sguardo è incapace di farci provare vergogna»”. Onestamente, trovo queste affermazioni molto letterarie e poco scientifiche. Lo stile fa effetto ma la sostanza fa molto difetto.

2 Un anno dopo, nel numero di Luglio 2016, Limes ritorna sul tema dell’immigrazione e Lucio Caracciolo, nel suo consueto editoriale, scrive ancor più convintamente che: “La posta in gioco è l’adeguamento del patto informale di convivenza tra italiani al rimescolamento identitario ormai inevitabile. Non possiamo tornare quel che fummo, né restare quel che siamo. Il primo scenario prevede un’impensabile epurazione di massa, concepibile solo da un folle o da un neonazista (la cronaca informa che ce ne sono) [ci risiamo coi soliti triti spauracchi che l’intellighenzia evoca per darsi un motivo di esistenza, facendosi assistere dal circo giornalistico che propala menzogne a catena chiamandole cronaca]. Il secondo, quasi altrettanto improbabile significa erigere formidabili barriere ai valichi esterni e affondare barconi in arrivo. Entrambi sono ipotesi insostenibili. Non solo se vogliamo restare un paese abbastanza civile, ma anche per salvare la nostra economia e quel che resta del nostro welfare [potevano mancare i due mantra della preservazione della civiltà e del salvataggio economico, che i multiculturalisti ripetono ad nauseam, per convalidare le loro sballate posizioni sui boat–people?]. Caracciolo non fa nessuno sforzo per evitarci gli abituali luoghi comuni sul fenomeno immigratorio, compresa la balla sesquipedale che il nostro sistema pensionistico potrà reggere unicamente in virtù dei nuovi ingressi di lavoratori stranieri (ma con gli italiani che sono a spasso in numero esorbitante). Tutto ciò dopo averci rammentato che le radici sono immaginarie mentre ciò che davvero ci caratterizzerebbe sarebbe “l’appartenenza di specie”, perché siamo umani. Bella scoperta biologica che non ci fa avanzare di un millimetro nello sbrogliamento dei problemi politici di fronte a noi.

3 “Non credo che la seconda guerra mondiale fosse qualcosa di più leggero di quanto è avvenuto in quei luoghi da cui arabi e africani fuggono. Anzi, semmai tutto il contrario. E dove andavamo noi come profughi? Pochissimi (e sempre sappiamo chi) in Svizzera, alcuni altri negli Usa. La grande massa è rimasta in Europa (e così pure in Italia) a sorbirsi disastri, massacri e, nel migliore dei casi, disagi terribili. Quindi, basta con il pietismo d’accatto. Non si devono ricevere questi migranti per nessuna ragione al mondo. Restino da dove vengono, subiscano i disagi della guerra, che molti di loro hanno di fatto favorito, appoggiando così, magari anche inconsapevolmente, le mene degli Usa e dei loro “alleati” (servi) per i loro scopi” (G. La Grassa, in Conflittiestrategie).

4 È quello che ha scritto, papale papale, Thomas L. Friedman, columnist del NYT ed autore di saggi di geopolitica. Secondo l’analista per gli Usa è arrivato il momento di smettere i panni del gendarme buono e di vestire quelli dell’agente cattivo che opera ad esclusiva tutela dei propri interessi diretti, senza ricorrere ad eccessi di propaganda e giri di parole. Tale motivazione è sufficiente per intraprendere qualsiasi azione indirizzata alla preservazione dell’ordine mondiale che ha al suo apice proprio gli Usa. Per lo studioso, il periodo della carota si è irrimediabilmente concluso, ora è il momento del bastone. Basta con i discorsi demagogici e le perdite di tempo per perorare, soprattutto presso gli alleati, la causa della democrazia e dei diritti umani come mezzo di persuasione “gentile” e di coinvolgimento collettivo. Occorre derubricare il soft power e ricorrere alla mano pesante per ottenere la vittoria e non perdere posizioni. Washington dovrebbe avere il coraggio d’intervenire nelle contese internazionali facendo appello all’unica ragione che davvero conta: la sua sicurezza nazionale che ha come limite i margini della sua capacità di proiezione. Essa, infatti, viene prima delle grandi narrazioni di copertura, delle forme di esortazione blanda, quelle col guanto di velluto, di cui l’America si è servita in precedenza per “legalizzare” le sue ingerenze all’estero. Dunque, fine dell’ipocrisia: è la ragione del più forte che autorizza qualsiasi intromissione negli affari altrui.

5 È quello che paventa George Friedman, pezzo grosso della rivista, vicina all’intelligence Usa, Stratfor: “Noi ci troviamo costantemente in delle guerre. L’Europa non tornerà agli anni ’30 ma tornerà alle cose umane, avrà le sue guerre e le sue paci, avrà perdite di vite umane, magari non si conteranno centinaia di milioni di vittime ma il fatto che l’Europa si ritenga eccezionale, penso sia la prima cosa che mi colpisca…ci saranno conflitti, ci sono già stati conflitti, in Jugoslavia ad esempio, ora c’è di sicuro un conflitto in Ucraina…il principale interesse per gli Usa, per via del quale abbiamo combattuto delle guerre, I, II guerra mondiale e Guerra Fredda, consiste nella relazione tra Germania e Russia, perché se si uniscono sono l’unica potenza che possa minacciarci. Dobbiamo essere sicuri che questo non succeda. Gli Usa hanno un interesse fondamentale, ora controllano tutti gli oceani del mondo, nessuna potenza si è mai nemmeno avvicinata a farlo, è grazie a questo che possiamo invadere senza essere invasi. Tenere saldo il controllo dei mari e dello spazio è la base della nostra potenza. Il modo migliore per sconfiggere una flotta nemica è impedire che sia mai costruita…gli Stati Uniti non possono invadere l’Eurasia, non appena il primo soldato mette il suo stivale sul terreno scatta la superiorità numerica…però possiamo dare appoggio a numerose potenze rivali affinché si scontrino tra di loro: appoggio politico, economico, militare, consulenti. Possiamo, inoltre, destabilizzare il nemico con attacchi invalidanti. Dunque, gli Usa non possono intervenire costantemente in tutta l’Eurasia, devono intervenire selettivamente. E solo come estrema ratio…La vera incognita in Europa è rappresentata dal fatto che mentre gli Usa costruiscono il loro cordone sanitario…noi non conosciamo la posizione della Germania. La Germania si trova in una posizione del tutto particolare. Il suo ex cancelliere Gerhard Schroeder fa parte del consiglio di amministrazione della Gazprom e in Germania hanno una relazione molto complessa con i russi. Gli stessi tedeschi non sanno che fare. Devono esportare ed i russi possono comprare le loro merci. D’altro canto, se perdono la zona di libero scambio devono pur inventarsi qualcosa di differente. Per gli Usa la paura più forte è data dal capitale russo, dalla tecnologia russa. La tecnologia tedesca ed il capitale tedesco, assieme alle risorse naturali russe e alla manodopera russa, rappresentano l’unica combinazione che da secoli spaventa gli Usa. Come finirà? Gli Stati Uniti hanno messo già messo le carte in tavola: si tratta del corridoio dal Baltico al Mar Nero”.

1 Come sostiene il diplomatico pugliese Gianni Castellaneta, con Turchia e Russia che si stanno erigendo a risolutori del conflitto siriano e “in parallelo di altri focolai di instabilità” nella zona, le cancellerie europee dovrebbero tornare “a reclamare nuovamente l’importanza della politica estera e di sicurezza quale dimensione fondamentale per la stabilità e la prosperità di ogni Paese. A maggior ragione questo vale anche per l’Italia: non bastano frasi a effetto sull’accoglienza dei migranti e sulla contrapposizione muri/ponti. Occorre una vera visione strategica per evitare di perdere ogni residua influenza nella regione mediorientale, e con essa anche importanti interessi economici: che dire, ad esempio, del gasdotto Tap (tuttora bloccato dall’ostruzionismo della Regione Puglia) se il Turkish Stream dovesse andare in porto?”.

O, piuttosto, perché si è permesso il fallimento del gasdotto russo-italiano-tedesco-francese South Stream che avrebbe incrementato la sicurezza degli approvvigionamenti europei, allentando le preoccupazioni per i rifornimenti da altri scenari incerti?

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