ANGELILLO, UN FUORICLASSE “LUCANO”

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Di Leonardo Pisani

Dall’Argentina all’Italia di Milano e Roma, poi in Marocco a cercare di insegnare il calcio prima a Rabat poi alla nazionale marocchina, protagonista di tre nazionali, quella argentina, quella italiana come giocatore e la marocchina come allenatore. Di lui si può dire è stato il calciatore dei tre continenti, certo di madrelingua spagnola, ma il legame ancestrale con il paese del nonno, non l’ha aveva perso. Anzi, lo aveva percepito dai racconti del padre, della nonna, dei nonni e da piccolo immaginava come poteva essere quella Valle dell’Ofanto e come poteva essere Rapone, dove vivevano quasi tutti i parenti. Antonio Valentin Angelillo, fu un fuoriclasse, ebbe la cittadinanza italiana e vestì la maglia della nazionale, grazie a quei nonni lucani. Di lui, il maestro Gianni Brera scriveva : «Se il nostro calcio fosse serio com’ è dispendioso, Angelillo verrebbe onorato come un grande insegnante di tecnica: non essendo serio, Angelillo deve fare l’ allenatore di ventura. In questo momento insegna calcio in Marocco. Se i marocchini sono seri, come non ho motivo alcuno di dubitare, presto il loro calcio si troverà ad aver compiuto grandissimi progressi dal punto di vista dei fondamentali. Pochi pochissimi al mondo ho veduto trattare palla come Valentin Antonio Angelillo, originario lucano come i miei amici Leonardo  Sinisgalli e Gerardo Guerrieri, che Dio li benedica».

Figlio unico di Antonio e Soledad, nacque il 5 settembre 1937 a Buenos Aires, “La Ciudad nunca duerme”, ma il giovane Antonio non era uno scavezzacollo, fu un ottimo studente e allo stesso tempo un promettente calciatore, così raccontava a Italo Cucchi in un’intervista su Avvenire, una delle poche e l’ultima, non amava darle, fuoriclasse sì ma sempre umile: «Sono nato in una famiglia modesta ma ho potuto studiare, sono diventato perito meccanico. Mio padre lavorava in macelleria, si alzava alle cinque del mattino, quando andavo a scuola passava a darmi un bacio, sapeva di sudore… Al resto pensava mamma, anche al calcio. Quando mi presero all’Arsenal, vicino a casa, ragazzino, era lei che gli raccontava i miei progressi. Era davvero una scuola, lì erano cresciuti Di Stéfano, Maschio, l’allenatore era Fortunato, un vero maestro. Quando ancora ero la mascotte vennero a vederci Perón e Evita, davamo spettacolo. Perón mi vide e mi regalò cento pesos, una bella cifra allora sai… Poi mi prese l’Huracán, poi al Boca per 4 milioni, poi all’Inter per 80. Mi ritrovai con altri argentini a Sanremo, ospiti di Moratti, con Recagni, Conte, Tacchi, Pesaola, che grande il “Petisso”, aveva messo su un bardavanti al casinò. Che tempi!». Poi sempre a Cucchi parlò della sua italianità: «Molti giornalisti allora dicevano che i ragazzi argentini dovevano andare in Spagna per la lingua, forse non si erano accorti che a Mar del Plata, alla Boca, nell’intera Baires era pieno di italiani, si parlava italiano. Per molti come me l’Italia è subito diventata un’altra patria, io qui ho imparato tutto, tranne il calcio, mi sono sposato in civile a Brescia, in chiesa a Arezzo dove sto ora, ho dovuto anche aspettare vent’anni prima di rimettere piede in Argentina perché non avevo fatto il servizio militare. Eppoi la maglia azzurra… Però capisco anche chi, come Icardi, ha scelto la Selección. Oggi arrivano tanti argentini, magari spinti dal bisogno perché l’economia laggiù è cambiata». Straordinario bomber,ma alla fine non raccolse i frutti e i successi che meritava. In Argentina fu un idolo, cresce al  Racing Club de Avellaneda. Nel 1956 fu acquistato dal Boca Juniors, con cui totalizzerà 34 presenze e 16 gol.

Poi i successi nella nazionale argentina, un mitico trio d’attacco che rimarrà alla storia come “Gli Angeli dalla faccia sporca” Antonio Angelillo, Humberto Maschio e Omar Sívori Al campionato sudamericano del 1957 fu l’apoteosi: l’Argentina segnò 25 reti in 6 partite:8-2 alla Colombia, 4-0 all’Uruguay, 6-2 al Cile, 3-0 al Brasile, e tutti i cronisti di calcio dell’epoca davano per scontata la vittoria dei biancocelesti al Mondiale dell’anno successivo. Maschio segna 9 reti, Sivori 3 e Angelillo 8 con numerosi assist a Maschio, tanto che la stampa sudamericana lo proclama “el nuevo Di Stefano”, che nel frattempo si trovava al Real e giocava pure per la nazionale spagnola.

Ma gli “Angeli dalla faccia sporca”, tutti e tre di origine italiana, furono chiamati nel Belpaese, dove si guadagnava di più. E chi giocava all’estero non poteva stare in nazionale della “nazionalista e peroniana” Argentina.  Angelillo, richiesto da tante squadre europee ma oggetto del desiderio di Moratti all’Inter, Sívori alla Juve, Maschio al Bologna. 

Nella prima stagione interista, Angelillo trova come compagni d’attacco il vecchio “Veleno” Lorenzi, che gioca l’ultima sua stagione in maglia neroazzurra, il non più giovane Skoglund e Massei, oriundo argentino pure lui. Segna 16 reti. Nel campionato successivo 1958/59 il boom: Angelillo si laurea capocannoniere con 33 gol (tra cui una cinquina alla Spal), stabilendo un record per i tornei a 18 squadre. con 39 reti complessive, inoltre, eguaglia il primato stagionale di gol realizzati con la maglia dell’Inter del mitico Giuseppe Meazza.  Il raponese Angelillo rimarrà all’Inter per quattro stagioni, giocando 127 partite e realizzando 77 gol.  Ma qualcosa si rompe, nel 1961, però il nuovo allenatore, il “mago “ Helenio Herrera accusa Angelillo di «dolce vita».  I due non si amavano, Herrera considerava il “raponese” troppo prima donna, ma non era vero, qualcuno parlava della gelosia del “mago” nei confronti dei successi femminili del lucano. All’epoca Angelillo frequentava la nota ballerina di night, Attilia Tironi (nome d’arte Ilya Lopez), che poi diventerà sua moglie.  L’attaccante argentino dunque fu ceduto alla Roma inserendo nel contratto di cessione una clausola che impegnava la, società acquirente, a non cedere Angelillo né al Milan né alla Juventus, né alla Fiorentina, clausola che lo stesso Angelillo ignorava

 Qui il fuoriclasse “lucano” perde la prima occasione della vita: di poter vivere la svolta epocale che porterà l’Inter a vincere, nel quinquennio successivo, tre scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali.

Alla Roma, dopo un inizio stentato, disputa quattro stagioni ad altissimo livello, totalizzando 27 gol in 106 presenze e vincendo la Coppa delle Fiere 1960-1961e la Coppa Italia 1963-1964. Vi trova Pedro Manfredini, pochi anni prima in Argentina considerato il suo erede. Fu l’occasione anche per conoscere i suoi parenti lucani, infatti l’otto settembre 1963 in un Viviani tutto esaurito con 11mila spettatori, per la Coppa Italia si affrontarono il Potenza Sport Club del presidente Francesco Petrullo e la Roma di Angellilo e Sormani con la presenza di 11.000 spettatori. I Rossoblù si apprestavano a disputare il suo primo campionato di serie B, fecero un’ottima partita ma persero 2 a zero con doppietta di Manfredini. Antonio Valentin incontrò una delegazione di Rapone, i suoi partenti accompagnati dal sindaco Mario Amendola. Poi pur giocando benissimo, arriva il declino, va al Milan di Nils Liedholm ma é mal visto dai tifosi rossoneri, per la sua lunga militanza con la maglia dei cugini dell’Inter. Ha un’occasione di rifare il tandem con Sivori al Napoli, disputa un’ottima tournèe in America Latina ma Sivori s’infortuna e l’accordo salta.

Potenza, 8 settembre 1963: Il sindaco di Rapone Mario Amendola, Angelillo e il presidente del Potenza Francesco Petrullo

Sfiduciato e senza squadra, Angelillo accetta di ritornare al Milan in cerca di un attaccante d’esperienza che giochi solo in caso d’emergenza. Sarà scudetto e nonostante solo 3 presenze riuscirà anche a segnare 1 gol. Poi la B con il Genoa e Nel 1969 scende tra i dilettanti accasandosi all’Angelana di Santa Maria degli Angeli, frazione di Assisi, in cui riveste il doppio ruolo di giocatore e allenatore sino al 1971, anno del suo ritiro dall’attività agonistica. Anche con la nazionale italiana, dove entrò grazie alle origini lucane, ebbe poco successo: solo due gare: contro l’Austria (1-2 a Napoli, il 10 dicembre 1960), Angelillo giocherà e il 4 novembre 1961 a Torino, nella sonante vittoria (6-0) contro Israele, partita nella quale realizza, al 69′, il suo primo e unico gol in azzurro.

Ha lavorato come osservatore per l’Inter in Sudamerica: tra le sue principali scoperte, l’argentino Javier Zanetti, futuro capitano del club nerazzurro.

Rimasto legato ad Arezzo, Angelillo ha vissuto nella città toscana; è morto all’età di 80 anni il 5 gennaio 2018 al Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, dove si trovava ricoverato da due giorni Rapone non l’ha dimenticato, una delibera della giunta della sindaca Felicetta Lorenzo del 6 marzo 2019 ha deciso di dedicare l’impianto sportivo di Rapone al fuoriclasse Di certo Rapone saprà ricordare il concittadino Angelillo anche con altre iniziative nel frattempo .

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Leonardo Pisani

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