OMICIDIO DI MARCO VANNINI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO: LA TESTIMONIANZA DI DAVIDE VANNICOLA NON AVREBBE CAMBIATO L’ESITO DEL PROCESSO

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Davide Vannicola

LA TESTIMONIANZA DI DAVIDE VANNICOLA NON AVREBBE CAMBIATO L’ESITO DEL PROCESSO

OMICIDIO DI MARCO VANNINI, CRIMINOLOGA URSULA FRANCO

Marco Vannini è stato ucciso il 17 maggio 2015 da un colpo d’arma da fuoco esploso da Antonio Ciontoli. Antonio Ciontoli è stato condannato in primo grado a 14 anni di reclusione per omicidio volontario; in appello, a 5 anni per omicidio colposo; sua moglie, Maria Pezzillo, e i suoi figli, Federico Ciontoli e Martina Ciontoli a 3 anni sempre per omicidio colposo, è stata invece assolta la fidanzata di Federico, Viola Giorgini per la quale era stata chiesta una condanna per omissione di soccorso.

Secondo “Il Messaggero” la procura di Civitavecchia sarebbe intenzionata a convocare Davide Vannicola, l’artigiano di Tolfa che ha rilasciato un’intervista a Giulio Golia de “Le Iene”. Nel servizio de “Le Iene”, andato in onda domenica 5 maggio, Davide Vannicola aveva riferito di alcune confidenze fattegli dal maresciallo Roberto Izzo, ex comandante della stazione dei carabinieri di Ladispoli.

Abbiamo sentito su questo caso la criminologa Ursula Franco che ha sempre sostenuto che si è trattato di omicidio colposo e non di omicidio volontario. In un’intervista precedente la Franco aveva dichiarato: “Se Antonio Ciontoli avesse sparato per uccidere, di sicuro non avrebbe chiamato il 118 con il rischio che Marco, ancora cosciente, riferisse l’esatta dinamica dei fatti”

  • Dottoressa Franco, se la Procura di Civitavecchia avesse convocato Davide Vannicola durante le indagini, la sua testimonianza avrebbe cambiato l’esito del processo?

No, che il Maresciallo Roberto Izzo conoscesse Antonio Ciontoli era noto a tutti; il fatto che Izzo potesse o possa ritenere che a sparare a Marco sia stato Federico non è di alcuna rilevanza posto che le risultanze investigative parlano chiaro, a sparare fu Antonio Ciontoli. In un caso giudiziario non ci si può aspettare che tutti i protagonisti la pensino allo stesso modo. È nella natura umana.

  • Dottoressa Franco, le carenze investigative hanno impedito alla verità di emergere?

No, la verità su come andarono i fatti si può facilmente inferire dagli atti. Se può consolarla, a scoprire la verità si arriva anche nel caso una scena del crimine sia stata oggetto di staging, sia stata inquinata da chi è accorso o non sia stata congelata, sono tanti e sufficienti i mezzi a disposizione di chi investiga.

  • Dottoressa, dov’è la verità nel caso Vannini?

È nelle telefonate di soccorso, negli interrogatori e nelle intercettazioni. Bisogna solo saper ascoltare e incrociare i dati. Quando disponibili, le telefonate di soccorso sono da considerarsi dei veri e propri interrogatori, i primi. In questo caso sono disponibili due telefonate di soccorso durante le quali ben tre dei protagonisti di questa dolorosa vicenda si confrontano con le operatrici del 118. Peraltro durante le telefonate si odono in sottofondo alcune frasi pronunciate dalla vittima e una risposta della sua fidanzata Martina che sono dannatamente utili a ricostruire la dinamica dei fatti.

  • Dottoressa, cos’è mancato in questo caso giudiziario?

Una esatta ricostruzione dei fatti.

  • Lei ha ricostruito i fatti con precisione?

Sì, posso solo dirle che chi cerca la verità dovrebbe chiedersi non se sia stato Federico a sparare ma dove si trovassero le armi quella sera e in che occasione Federico le abbia toccate.

  • Dolo eventuale o colpa cosciente?

Colpa cosciente.

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