IL CAVALLO OSTINATO NELL’ANTICA CRACO

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Di Giampiero D’Ecclesiis

C’era una volta un piccolo paese vuoto, fatto di sabbia e un cavallo ostinato che cercava il suo padrone, saliva piano ogni giorno, oscillando la testa, le vecchie scale fatte di sassi mentre, tra i vicoli silenziosi e deserti, fischiava un vento freddo e dalle finestre spalancate si affacciavano topolini curiosi. Ogni pomeriggio al calare della sera, appena le ombre si allungavano, risuonava secco il rumore degli zoccoli del cavallo ostinato lungo i vicoli in salita, risuonava forte nel silenzio del paese abbandonato, si propagava per le stanze vuote del palazzo del barone, echeggiava nella Chiesa vuota e volava via nel vento verso est, tra granelli di sabbia e foglie secche.

Era vuoto il paese, abbandonato in tutto fretta per la frana, le case sbilenche, i muri fratturati, i focolari spenti, da vecchie porte spalancate refoli di vento gelido come fantasmi correvano incontro alla groppa sudata del cavallo ostinato che saliva le scale, girava i vicoli stretti fino alla porta di casa e lì si fermava, aspettando che il padrone arrivasse per una carezza. Sullo stipite della porta l’aspettava ‘u munaciedde, l’unico della famiglia rimasto tra le mura, sempre più vecchio, con i capelli bianchi e le rughe che gli attraversavano il viso come le mille lesioni   della casa, si appostava dal primo pomeriggio aspettando il ritorno del cavallo ostinato, sperando che in groppa al cavallo tornasse il padrone di casa e poi, dietro di lui, la moglie e i bambini correndo e cantando canzoni.

Ma il cavallo saliva sempre da solo.

U’ si’ viste a Nicola? – domandava ‘u munaciedde, e il cavallo sbuffava e scuoteva la testa

Ehh povero cavadducce meje, nun turna cchiù ‘u patrone! Mannaggia la frana e l’acqua ca la purtaje!

Poi si mettevano vicini, il cavallo ostinato e ‘u munaciedde, si tenevano compagnia e, piano, andavano in sogno.

Era bello ‘u paise, quando c’era la gente, da dietro il vicolo della Chiesa risuonavano i colpi del ciabattino, aveva i baffetti sottili e un dente d’oro, sorrideva alle donne in giro per la spesa e nei giorni di sole cantava e martellava le tomaie a ritmo.

Sognavano il Paese com’era, ‘u munaciedde sognava di fare i dispetti alla padrona di casa e alle ragazzine non ancora sbocciate, ‘u cavadduzze sognava la cavezza e i viaggi al mercato insieme al padrone.

Era faticoso scendere a valle, in discesa il bastio pesava di formaggio e verdure e in salita pesava di fascine di legna ma, superata la curva sulla vecchia statale, compariva la vecchia torre e il paese tutto stretto lì intorno e la casa del padrone che d’estate odorava di fiori, di erba e di fichi messi a seccare e d’inverno di fieno.

Risaliva ogni giorno il cavallo ostinato, vecchio, affaticato, risaliva ogni giorno dalla Peschiera fino al vecchio Paese, cercando la casa e il padrone che era andato via da tempo, scacciato dalla frana.

Era risalita da valle, come una malombra, la frana, e si era portata via la Chiesa all’entrata del paese, poi la strada, poi aveva reso sbilenche le case, le strade e via via il paese era caduto, le case abbandonate, la gente sfollata verso valle, lontano dalle tombe degli antenati, dalla Chiesa dei Padri, dal palazzo del vecchio barone.

Si era mangiata la collina dall’interno, l’aveva tagliata, piegata, squassata, a niente erano valsi i tentativi, troppo maldestri, di uomini troppo piccoli per affrontarla, dopo aver resistito millenni il vecchio abitato, piano, si era spezzato e poi svuotato fino a diventare il guscio di una vecchia lumaca, leggero e diafano, corroso dal vento e dalla pioggia.

C’era una vecchia statua di un santo in una casa mezzo crollata, aveva il naso spaccato dal crollo di un pezzo di tetto, neanche più di capiva che santo fosse, non c’era colore, non c’erano segni, solo un busto mezzo corroso dal vento, una testa di grigia arenaria senza più lineamenti e un braccio alzato, forse a fare un segno di croce o forse un saluto.

Il crollo aveva aperto come una finestra, una breccia a forma di vago trapezio dalla quale la statua si affacciava e salutava, verso valle, calanchi inariditi.

Arrivò la fine del mese di ottobre, c’era un freddo maligno, con l’umidità che filtrava tra le carni e gelava le ossa e il cavallo ostinato saliva piano, la fatica era tanta, anche senza la fascina di legno, saliva con la schiuma alla bocca, col sudore che gli bagnava la groppa, saliva piano con le lacrime agli occhi per la fatica, dietro la curva della Chiesa la casa, l’ultimo sforzo, ‘u munaciedde lo vide avanzare barcollando, fece ancora pochi passi e stramazzò a terra, davanti alla casa, ‘u cavadduzze ostinato, sembrava fosse giunto il suo ultimo giorno.

Peschiera fino a vederlo cadere, nella piazza del vecchio paese, la Mamma gli aveva detto di non andare, che era pericoloso, le case cadevano, gli amici giù al borgo parlavano di strani rumori, fantasmi dei tempi passati e pure il cavallo ostinato era diventato parte delle storie, dicevano che trasportava le anime dei morti giù dal paese fino alla Peschiera per vedere parenti e nipoti e che, a sera, li riportava su alla Chiesa del paese.

Ma era intrepido Michelino, si era preparato la borsa col panino e la borraccia ed era salito al paese, nel primo pomeriggio si era appostato sul sentiero e aveva aspettato il Cavallo, lo aveva visto avanzare sudato, barcollante, lo aveva seguito fino alla piazza e lì, ad un passo della chiesa, lo aveva visto stramazzare a terra.

-Maronna meja, è cadute u cavadduzze!- E accarezzandogli il collo sudato –Mhè cavadduzze, beviti l’acqua, mhè cavadduzze nun fa accussì.

Il tocco di quella piccola mano calda su collo, il tono acuto di quella vocina decisa, la freschezza di quel sorso d’acqua spruzzato sulla lingua sudata, fece aprire gli occhi a‘u cavadduzze.

Pensò:

So’ turnate i uaglingiedde! So turnate! E’ turnato ‘u patrone!

Piegò le zampe anteriori, grattando con gli zoccoli sull’acciottolato davanti alla vecchia casa, a ‘u munaciedd’ si riempirono gli occhi di lacrime, il cavallo si diede slancio sulle zampe posteriori, oscillò, barcollò, oscillò il collo e, alla fine, fu in piedi.

Bevve l’acqua che gli dava Michelino, guardando quella faccina sporca, decisa, quegli occhi neri spaventati e quelle mani piccole, calde, decise che porgevano l’acqua e per un attimo, nella nebbia che offuscava la sua vista, gli parve che il Paese fosse tornato com’era.

E guardava ‘u cavadduzze, con gli occhi del sogno, e Michelino che lo guardava negli occhi, rivide il paese com’era: La campana della Chiesa suonava a raccolta e la gente sciamava verso il tempio per la messa, le case non erano più spezzate e la strada era piana, il padrone sorrideva dalla stalla e nella piazza giocavano a palla tra grida e schiamazzi.

Poi, piano, per poco, la vista del cavallo tornò chiara e non c’era che il vento sabbioso tra i vicoli e quella faccia di topolino spaventato, preoccupato, che lo guardava e quella mano, piccola, sul suo muso a rinfrancarla.

Chissà se può sorridere un cavallo, ma quell’espressione che gli sfilò sul muso a ‘u munaciedd parve proprio un sorriso, il bambino prese la cavezza con la mano piccola e fece un piccolo verso con le labbra, scese una lacrima sul suo viso e ‘u cavadduzze s’addormentò per sempre sognando il paese rinato e abbellito di fiori e ghirlande.

Quando andate a Craco, nelle giornate di ottobre, quando il sole è caldo e il cielo è terso, fermatevi nella piazza grande del paese, c’è una casa a due piani e davanti, su un palo di legno, ingrigito dal sole e dal vento, oscilla piano una vecchia ghirlanda, tendete le orecchie e se siete veramente fortunati sentirete gli zoccoli del cavallo che torna al paese e vi porterà fortuna.

Ogni tanto Michelino sale ancora e porta su una ghirlanda nuova.

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Leonardo Pisani

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