MASSIMO CONTE,UN BOXER D’ALTRI

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Di Leonardo Pisani

Parlare con Massimo Conte è sempre un piacere, quel suo accento toscano, quella sua curiosità  su cosa avviene in Basilicata: il petrolio, il lavoro, la crisi. Si parla in pochi minuti di tutto, oltre la boxe che lo vide tra i migliori pugili professionisti di fine anni 80. Uno dei quei lucani di antica genia che sono sparpagliati in tutto il mondo; etnia capace di fare sacrifici e piantare radici in nuovi terreni senza perdere le proprie. La storia di Conte nato il 20 aprile 1970  potrebbe essere una delle tante di quei lucani andati via per cercare una vita migliore; quei lucani che Leonardo Sinisgalli definiva “Girano tanti lucani per il mondo, ma nessuno li vede, non sono esibizionisti. Il lucano, più di ogni altro popolo, vive bene all’ombra.”  Ma il piccolo emigrante di Gallicchio nell’ombra non ci è stato; esibizionista non lo è ma la sua caparbietà gli ha permesso quasi per caso di diventare un pugile e di coronare la sua carriera con il titolo di Campione D’Italia. Un titolo vinto quando salire sul ring sia da dilettante che da professionista significava fare la gavetta per emergere; quando per diventare un prima serie dovevi vincere incontri e poi diventare un “prizefighter” come dicono gli americani  e lasciare la maglietta del dilettantismo non era carriera per tutti.  Come le querce ed i duri castagni nelle montagne di Gallicchio, sferzate dal vento, tenace come quella genia guerriera  enotria  ed osca  che abitava il suo paese il boxer Conte si è fatto largo affrontando i migliori in Italia e mai evitando nessuno. Quel 24 agosto 1994 Conte non lo dimenticherà mai; sul ring de L’Aquila batte ai punti Antonio Strabello 12 round tirati ed il tosco- lucano  corona la sua carriera con il titolo italiano. Massimo non è stato un campionissimo ma un ottimo pugile, determinato e combattivo allo stesso tempo un avversario corretto come ricorda Stefano Zoff, l’ex campione mondiale dei pesi leggeri suo avversario per il titolo italiano dei superpiuma. Conte fa parte di quella schiera di pugili che nel quadrato hanno dato tutto, combattendo e senza darsi arie di quel vanesio effimero. Pugili di altri tempi, poche parole ma fatti, quando un titolo italiano contava più di tante sigle e siglette inventate dai signori della boxe negli ultimi anni. Pugili lo si è per sempre e Massimo lo rimane come approccio nella vita dove si combatte sempre, ora non per rincorrere il titolo dei leggeri ma per vivere da uomo e artigiano specializzato quale è. Un ottimo pugile sul ring, un galantuomo nella vita.

Massimo Conte, campione italiano dei pesi leggeri nei professionisti. Sei nato in Basilicata a Gallicchio. A che età ti sei trasferito in Toscana. Inutile rimarcare che sei tra i tanti lucani che sono emigrati. Ci racconti qualcosa ?

«Vivo  a Pieve a Nievole. Ci siamo trasferiti in Toscana il 15 giugno 1979 all’età di 9 anni. Devo dire che il primo anno che sono stato in toscana è stato molto brutto avevo tanta nostalgia delle amicizie e del posto subendo anche una sorta di “razzismo” per il mio accento lucano e gli usi del mio paese. Piano piano tirando fuori le unghie mi sono fatto rispettare».

 Conte come ti sei avvicinato alla boxe?  Cosa ti ha attratto ad praticare uno sport così faticoso e duro?

«All’età di 10 anni avevo degli amici che praticavano atletica e mi sono avvicinato a questo sport. All’età di 12 anni mio fratello Tiziano, scomparso purtroppo nel 2001 in un incidente, ha cominciato a praticare la boxe per una società di Borgo a Buggiano. Io ero contrario perché lo consideravo uno sport violento e lo incitavo a smettere. Una sera sono andato a vedere gli allenamenti per curiosità e quando sono tornato a casa una parte di me è rimasta in palestra. Il giorno dopo sono  tornato in quella palestra in tuta e ho fatto il primo allenamento. Era così piacevole che me ne sono innamorato. Non mancavo a nessun allenamento». 

Spesso si parla solo del pugile, mai dell’ambiente dove ha fatto i primi passi; dell’importanza del maestro non solo come istruttore ma come guida . Tu avevi un rapporto molto stretto con il tuo maestro ce ne parli?

«Il mio maestro Graziano Melosi era come un padre per me , sempre attento sia nel pugilato sia nella vita, consigliandomi sempre il meglio».

La tua carriera dilettantesca come è stata?

«Nella mia carriera dilettantistica ho combattuto 64 volte vincendo 2 titoli regionali e 1 italiano di seconda serie. All’inizio nessuno credeva al mio talento, ma con sacrificio e duri allenamenti sono riuscito a crescere più di quel che tutti si aspettavano facendoli ricredere tutti. Posso dire che il talento non basta, serve sacrificio e impegno per arrivare sempre più in alto».

Poi il professionismo. Hai vinto il titolo italiano nei pesi leggeri nel 1994 battendo Strabello. Che ricordo hai di quell’incontro?

«Il titolo italiano con Strabello è stato preparato tanto in palestra perché lui mi conosceva molto vene, avevamo fatto la leva militare insieme al centro sportivo smef e tante volte ci siamo allenati insieme. Credo si aspettasse un avversario aggressivo, ma ho utilizzato un altra tecnica. Ho fatto molte finte per poi colpire di rimessa mettendolo 2 volte al tappeto confondendogli le idee». 

Hai boxato in due categorie di peso, sia nel leggeri che nei superpiuma in un periodo con ottimi pugili in Italia. Ne hai affrontati tanti: Strabello, Cassi, Zoff che poi è diventato campione mondiale; Athos Menegola; Massimo Bertozzi; Silvano Usini e il compianto Prisco Perugino.  Hai incontrato chiunque e  senza  mai aver timore di nessuno. ai qualche rimpianto nella  tua carriera?

«I rimpianti ci sono. Nonostante fossi della categoria pesi leggeri combattevo per la categoria super piuma e le diete che dovevo seguire erano pazzesche aggiungendo poi lavoro e allenamenti le conseguenze non sono state belle. In allenamento perdevo anche 4 kg senza rendermene conto, non mangiavo e non bevevo abbastanza nel recupero ma me ne sono reso conto troppo tardi. Volevo essere uno dei pochi pugili a vincere il titolo italiano in 2 categorie di peso al contrario passando cioè dalla categoria superiore a quella inferiore».

C’è un detto chi è stato rimane pugile per sempre. Segui ancora la boxe? Ma soprattutto ora a mente fredda che pensi del pugilato. Cosa è stata la noble art per te?

«Il pugilato per me è stato tantissimo poiché  mi ha fatto crescere e mi ha fatto trovare anche un lavoro ma mi ha anche fatto capire che lo sport in generale aiuta a rispettare il prossimo e ad essere anche umili verso gli altri».

Ritorniamo alle tue origini lucane. Che ricordi hai della tua Gallicchio?

«A Gallicchio ci sono ritornato solo 3 volte in 35 anni, l’ultima nel 1995 ed è stata una sorpresa perchè non conoscevo quasi nessuno, ma tutti conoscevano me grazie ai titoli conseguiti grazie alla boxe. Gli incontri li hanno dati sulla rai e in piazza nel mio paesino di origine hanno messo lo maxi schermo. Il paese  è cambiato molto dopo il terremoto del 1980. È stato ricostruito quasi tutto e molte persone si sono trasferite a nord. Dentro di me vivono solo i ricordi dei boschi, la campagna e alcuni amici d’infanzia».

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Leonardo Pisani

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