C’è voluto un incidente aereo per riscoprire cosa sono le Ong

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di Angelo Ferrari | 13 marzo 2019 AGI

Dire “aiutiamoli a casa loro” per qualcuno è un escamotage. Per loro è la quotidianità

Josefa, la donna salvata dalla Ong Proactiva Open Arms

Le Ong vanno nei luoghi dove non va nessuno. Luoghi remoti, oppure metropoli africane stracolme di povertà, di gente che ha come orizzonte, quando va bene, solo la sera.

Trovare cibo per sfamare i figli quel giorno, se gli va bene. Domani si vedrà.

Luoghi dove curarsi è un’impresa quasi impossibile, trovare cure adeguate è un miraggio, a meno che tu non abbia i soldi, denaro per pagare anche la più banale siringa o la garza di cui hai bisogno.

Se non hai il denaro niente siringa, niente garza.

Luoghi remoti dove l’istruzione è un privilegio per pochi, quei pochi che hanno il denaro per pagare la retta, la divisa scolastica, le scarpe che in tutte le scuole d’Africa è necessario portare se si vuole accedere alle strutture scolastiche.

Le Ong vanno in questi luoghi remoti, entrando nelle pieghe di un’umanità che non ha nulla, senza nessuna retorica dell’aiutiamoli a casa loro, ma solo con l’intento di aiutare questa umanità a sperare in un futuro migliore per sé, per i loro figli, per il loro paese. Le Ong vanno dove l’umanità è più dolente. Uomini e donne, volontari, professionisti che dedicano parte del loro tempo per questa umanità o hanno fatto del volontariato una professione umanitaria. In ogni angolo, in ogni baracca In ogni angolo dell’Africa trovi una Ong italiana. La trovi nelle baraccopoli di Nairobi dove sono assiepate, in mezzo a fogne a cielo aperto e in baracche fatiscenti, più di 2 milioni di persone. I volontari battono palmo a palmo quei vicoli putrescenti per dare speranza a qualcuno e per strappare dalla strada bambini e bambine abbandonati dalle loro famiglie, semmai ne hanno avuto una, instupiditi dalla colla che sniffano e lasciati a loro stessi da uno Stato che di loro non si cura. In quei luoghi l’unica speranza sono le Ong e i loro volontari.

Le Ong le trovi in mezzo alla foresta della ricchissima Repubblica democratica del Congo, a riabilitare ospedali e dispensari.

Li trovi a Bukavu per strappare dalla morte certa bambini e bambine che la società ancestrale di quei luoghi li considera streghe e stregoni, posseduti dal male.

Li considera i responsabili della morte di un familiare o di un vicino.

Bambini e bambine destinati alla “purificazione”, vittime delle cosiddette “Camere di preghiera”, che non sono altro che luoghi di tortura, dove i bambini vengono costretti a digiuni di giorni o a ingoiare pesce crudo per vomitare il demonio, che nei loro corpi non c’è, ma si pensa ci sia. Ed è in questi luoghi che mi è capitato di assistere alla lapidazione di un bambino perché si riteneva essere la fonte del male che aleggiava nel villaggio.

Oppure di salvare dal rogo una bambina considerata la responsabile, perché strega, della morte della madre.

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