NUOVE FRONTIERE DELLA RICERCA STORICA

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di Leonardo Pisani
Università, croce e delizia non solo per gli studenti, croce semmai per le ansie da “notte prima degli esami”, delizia perché è il fondamento per la crescita culturale di un territorio, anche oltre i propri confini. Ma anche un oggetto misterioso per i non addetti ai lavori, facile ad essere criticata, ma senza poi conoscere le reali dinamiche del mondo accademico, dei suoi risultati. Semmai ci si ferma a puri dati statistici, ma quelli qualitativi?  Ne parliamo con Francesco Panarelli, direttore del Dipartimento di Scienze Umane dell’Unibas e medievista di fama internazionale. Partiamo dal PON 2014-2020 bando pubblicato il 27/02/2018 (Attraction and International Mobility), riservato alle Università delle regioni meridionali e insulari, che prevedeva complessivamente un finanziamento di 110 milioni, scesi a 88 milioni nel novembre 2018. A norma di bando ogni Dipartimento poteva candidare sino ad un massimo di tre progetti all’interno di 12 precise linee di intervento, con una serie di vincoli. Il finanziamento è destinato esclusivamente al reclutamento di ricercatori a tempo determinato di tipo a (cioè per un triennio). Qui arrivano le sorprese da quello che è considerato un piccolo Ateneo.
Professor Panarelli, il DiSU, il Dipartimento da lei diretto ha ottenuto un ottimo finanziamento nel Pon ricerca e innovazione. Quindi anche i piccoli atenei possono essere grandi nella qualità…
«Direi che si è trattato di una buona performance del nostro piccolo Ateneo, che nel suo insieme, ha ottenuto il finanziamento per 20 posizioni di ricercatore; ma, con un pizzico di orgoglio, posso dire che davvero sorprendente è il risultato del nostro Dipartimento, il più piccolo dell’Ateneo, e probabilmente uno dei più piccoli nell’intero Mezzogiorno, che è riuscito da solo a portare a casa ben otto posizioni, con l’approvazione dei tre progetti presentati. E questo significa un finanziamento per il nostro Dipartimento di quasi un milione e mezzo di euro. Per intenderci, un solo altro Dipartimento sul piano nazionale ha ottenuto un finanziamento di pari misura; per gli altri si è trattato di cifre sempre notevolmente più basse. Insomma siamo riusciti a mettere in campo progetti credibili e sostenibili, presentati da docenti ben accreditati sul piano della ricerca nazionale».

Entriamo nello specifico, tre progetti approvati. Di cosa si tratta?
«Seguendo una sorta di scaletta cronologica, il primo progetto si concentra sull’età antica, in particolare sui modelli urbani del mondo classico, di cui si propone di studiare le caratteristiche nell’area lucana e meridionale, e soprattutto valutare la esemplarità di quei modelli di vita comunitaria anche per la contemporaneità. Si mettono quindi in gioco competenze storiche, letterarie e archeologiche con una attenzione anche a valorizzare i possibili esiti in termini di sviluppo turistico. Un secondo progetto si concentra invece sull’età basso-medievale e primo moderna per cercare di fare il punto sulle fonti documentarie e letterarie, tanto latine quanto in volgare, che permettono di riconsiderare i tratti caratterizzanti della nuova provincia di Basilicata nel contesto meridionale, in rapporto all’ascesa centripeta di Napoli e nel più ampio tessuto di relazioni europee. In questo caso molto si punta sulla edizione digitale delle fonti disponibili, oltre alla loro elaborazione critica. Il terzo progetto si muove invece all’interno delle tecnologie applicate alla didattica, in particolare sviluppando l’utilizzo degli strumenti audiovisivi per un discorso volto all’acquisizione di consapevolezza nei nuovi processi di partecipazione democratica. Si punta quindi sullo sviluppo anche dell’area pedagogica ben attestata nel Dipartimento e fondamentale nella formazione degli insegnanti di ogni ordine».
Spesso sentivo, ora meno, che la Basilicata, la Lucania è una regione con poca storia. A volte si confondono i grandi avvenimenti – che pure ci sono stati – con quella che poi è la storia, nelle migliaia di angolazioni che ha.
«Mi pare evidente, anche dalla buona valutazione che i progetti imperniati sulla storia regionale hanno avuto, che la Basilicata si vede riconoscere un suo ruolo significativo nel passato remoto e recente, spesso difficile però da sottrarre a visioni pervicacemente negative della storia meridionale. Matera è un caso esemplare di rovesciamento entusiasta dei pregiudizi; l’importante è poi non eccedere nel valutare positivamente qualsiasi cosa il passato ci abbia trasmesso, o peggio nel piegare il passato alle mere esigenze di marketing. Ecco, sarebbe anche tempo di tornare ad uno studio meno finalizzato della storia, dove, ad esempio, non è eresia dire che Matera è una invenzione del medioevo e che sino ad allora, come città, non esisteva».
Accademia e divulgazione, ricerca scientifica e comunicazione per il grande pubblico. La mia esperienza è che la Storia se ben “narrata” appassiona. Ma sono due approcci che spesso “vanno in guerra”. Metaforicamente un conflitto più combattuto delle crociate. Che ne pensa?
«Si tratta di un falso problema: ogni disciplina ha i suoi tecnicismi, ma ha anche suoi rappresentanti in grado di comunicarne in maniera meno complessa i contenuti; ricerca e divulgazione non sono e non possono essere in contrapposizione, anche se non necessariamente si sommano nelle stesse persone. Ed in questo il compito di un presidio universitario è essenziale, anche, anzi, a dispetto dei numeri piccoli del nostro Ateneo e della sua regione. Nell’Università si svolge ricerca di alto livello e complessità, ma allo stesso tempo l’esigenza della didattica e della comunicazione obbliga i professori a dialogare ininterrottamente con i giovani studenti e con la società. A volte la sensazione è che sia la società ad arroccarsi di fronte alla discussione con lo specialista».
Basilicata, terra di transito da millenni, ma anche una regione nel contesto della storia del Mediterraneo?
«Quando devo spiegare a colleghi stranieri dove è Potenza dico che è a mezza strada tra Napoli e Bari, in una posizione quindi di mediazione geografica. E questo significa anche passaggio tra due mari, tra due anime del Mediterraneo, quella greca e musulmana e quella latina e ispanica, di cui trovo una bella metafora nella elaborazione mitica nella Parata dei Turchi di san Gerardo.»
Una ultima domanda, i rapporti internazionali con altri Atenei. Direi che non siamo proprio provinciali…
«Assolutamente. Anche un piccolo Dipartimento come il nostro intreccia rapporti continui con le realtà internazionali, a cominciare dagli ormai consolidati, ma non scontati, scambi Erasmus, il primo motore per la mobilità europea dei nostri studenti; poi i dottorandi che trascorrono parte del loro triennio all’estero. Poi ci sono progetti che sviluppiamo in rete con altre università europee; penso ad esempio al progetto Imperialiter, dove si lavora sui modelli imperiali in contesti non imperiali; ai progetti sulla cultura umanistica nel Mediterraneo aragonese; ai progetti di area pedagogica con il Sudamerica; alla consolidata relazione archeologica con la Grecia. Chiudo presto un elenco noioso, dove non vorrei dimenticare colleghi di valore, che non necessariamente si occupano del territorio, ma che comunque sulla formazione del territorio incidono. Ricordo soltanto che sei dei nuovi ricercatori che andremo a reclutare saranno dei giovani che si impegnano a trascorrere un anno delle loro ricerche all’estero, mentre gli altri due rientrano dopo una esperienza almeno triennale all’estero: tutti ovviamente riporteranno il bagaglio di rapporti e di formazione maturato in anni di permanenza presso istituti di ricerca stranieri. Non li considero “cervelli” che rientrano, ma giovani che hanno partecipato ad un processo di formazione e scambio che sarebbe miope considerare sempre e solo su scala nazionale e men che meno regionale. L’università è, per suo codice genetico, fondata sulla mobilità e sullo scambio di docenti e studenti».

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Leonardo Pisani

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