E COME EMARGINAZIONE

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di Rosella Corda (PhD Filosofia e Storia)
E come “Emarginazione”. Immaginiamo che i nostri discorsi siano dei luoghi metaforici e abbiano delle coordinate di spazio e di tempo assegnabili, uno dei luoghi verbali in cui più spesso occorre il termine che ci siamo dati, è “emarginazione sociale”. Lo ritroviamo a volte in senso fortemente deteriore, quando di qualcuno diciamo essere “un emarginato”, oppure a voler esprimere un’attenzione compassionevole, nei confronti di gruppi di persone che vivono nel disagio o nel degrado, o comunque “fuori”, da esclusi da qualcosa o rispetto a qualcosa. “Emarginazione” è un altro di quei termini, insomma, che presenta quella fisionomia semanticamente complessa in quanto composto di più elementi. E, come forse abbiamo già imparato a notare, la complessità presente in queste parole si traduce spesso come dialettica immanente del senso. E non sarà forse proprio questo, il motivo per cui queste particolari parole si rivelano estremamente interessanti? Ma che vuol dire “dialettica immanente”? Si identifica spesso “dialettica” con abilità retorica, tecnica del discorso, facilità di parola. Piuttosto, tornando al significato che il termine dischiude, e prima delle pratiche cui esso storicamente rimanda, “dialettica” intende innanzi tutto un’azione, il movimento di legare insieme qualcosa di per sé eterogeneo: dal greco DIA-LEGEIN, dove fondamentale è il prefisso “dià”, che sta appunto per “attraverso”. In questo caso, “attraverso” sta a rafforzare il senso del movimento per due ordini di ragioni: indica il legare attraverso qualcosa, ma anche il legare stesso, inteso come un tenere insieme cose che sarebbero di tra-verso. Una sorta di nodo impossibile eppure reale. Dialettica è il legare i tra-versi, attraverso la dialettica stessa. Un’azione che ricade su stessa? Questa è la ri-flessione, fatto salvo che la riflessione ha sempre un oggetto. Quindi anche la riflessione, che conduciamo su qualcosa che in genere ci riguarda e da vicino, assomiglia a un legare insieme cose disparate, attraverso questo stesso legare. Il movimento di ricaduta, di ritorno, la curva del movimento che stiamo delineando, come una sorta di cane che si morde la coda e disegna una serie di cerchi, può dirsi “immanente”. Questo termine, altisonante tanto quanto “dialettica”, osservato più da vicino, dal latino IMMANERE, vuol dire proprio questo: restare-in. Cosa resta? Il movimento della dialettica non si ar-resta… Al più si compie, come si compie un atto. Un arresto è una cosa che viene da “fuori”, un’interruzione… Allora cosa significa il “restare” che abbiamo attribuito alla dialettica intesa come immanente, a sua volta accostato a termini come “emarginazione”, che fanno riferimento a un “fuori”? Un passo alla volta. Il compiersi della dialettica, come di una riflessione che abbiamo a cuore, è il tentativo di un legame tra elementi tra-versi. È rispondere alla tentazione del “tra”. Ed è il “tra” ciò che separa e perciò unisce, in una separazione che mai si può elidere, pena la distruzione della dialettica stessa. La dialettica immanente è proprio l’affermazione di questo implicito “tra”, così vitale, così decisivo. Il “tra”, allora, è ciò che resta al cuore della dialettica, il suo fuori come il suo dentro più intimo. Quello squilibrio che fa sì che si produca il movimento. La dialettica immanente è un auto-movimento, il cui assurdo è di essere mossa da un ar-resto. Ciò che viene da fuori. E si pensa solo grazie a ciò che viene da fuori, altrimenti non ci sarebbe movimento e, senza movimento, la vita. La vita che brilla negli occhi di chi sente ciò che pensa. Sentire è l’accendersi di un movimento che ci sta cambiando proprio mentre lo stiamo cogliendo e a tentoni verbalizzando. La dialettica immanente, dunque, come movimento profondo del pensiero, è ben altro dalla retorica o dalle pratiche di scuola, riguarda ciascuno di noi, a suo modo. Si serve dei simboli, ma parte da lontano e arriva ben oltre. Che c’entra con “emarginazione”? E con tutte quelle parole composte e complesse incontrate fino ad ora? Questo termine ci dice molto sia della dialettica immanente che della Dignità, che dell’Umiltà. Che della violenza che vuole soggiogare il “fuori”, di cui siamo portatori, nel tentativo di fermare la vita, condizionarla dall’esterno – ovvero piegare la radicalità del “fuori” in “esterno”, la sua domesticazione biopolitica.Perché l’interno indicato dal prefisso “in” di in-manente ci racconta di un “fuori” che è un punto di squilibrio, una forza, una pulsione, e non del de-centramento. In altri termini, il “fuori” non ha un centro di riferimento e per questa ragione rimane l’al di là del centrabile. L’in-afferrabile. Nell’emarginato c’è questa forza, la forza dell’in-afferrabile, del vivido, del potente, dell’inarrestabile perché sempre nell’ar-resto dell’immanente – ciò che rimane-fuori. Non puoi fermare il vento con le mani e il movimento del pensiero con la prepotenza delle categorie asfittiche. “Emarginazione” viene dal francese “émarger”, prefisso “é” e “marge”, che significa margine. L’emarginazione traccia un movimento di fuori-uscita dal margine inteso come confine, laddove il confine può essere un muro o una membrana osmotica. Il movimento di e-marginazione, inteso nella sua potenza immanente, è il proprio della vita e del pensiero: più sensibile sui bordi, sulla pelle. È il tatto, come uno dei cinque sensi, della dialettica immanente. Dove, invece, sorge l’intoppo, per cui incontriamo il senso deteriore del termine, perdendo di vista che, se non fossimo tutti degli “emarginati”, saremmo tutti dei soggiogati, vittime delle retoriche, non pensanti, dell’ordine della paura? Dove si ferma il movimento e dove il “fuori” diventa l’esterno di un centro di comando. È qui che si annichilisce il vitale: nessun movimento è più possibile. Il confine diventa un muro: una pelle indolente, che smette di sentire, che uccide perché indifferente alla morte, sia dell’affettività che del pensiero. Quando il “fuori” del “margine” diventa il limite esterno, rispetto a un interno che è un centro dispotico, si produce il massimo dell’esclusione possibile: l’esclusione di tutto ciò che è diverso, di tutto ciò che faceva la ragione stessa di quel tentativo e di quella tentazione al legame. La sintesi, ovvero il nodo che stringe i tra-versi, diventa un cappio. Non è una sintesi, è un’epurazione. L’epurazione non si fa in nome dell’identità, se questa rima con dignità. L’epurazione si fa in nome dell’annichilimento della pulsione vitale che innanzi tutto alimenta il nostro proprio atto vitale. E se la filosofia non sta dalla parte del margine, sul “tra”, per unire e non epurare, è falso movimento, è pensiero mortifero. Il posto della filosofia è con gli “esclusi”, da qualunque “discorso”, da qualunque regione di senso, per rinnovare le ragioni del “fuori” e le ragioni della vita. È la partecipazione al margine – continuamente mobile – come sua propria ragione di nutrimento.Per riflessioni e richiedere approfondimenti inviare una mail a rcorda06@gmail.com

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Leonardo Pisani

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