Le Cronache Lucane

SHOAH: SENZA MEMORIA NON C’È FUTURO

Quando erano malate o sfinite dalla frequenza delle prestazioni richieste venivano rispedite ai lager di origine per diventare cavie degli esperimenti medici o inviate direttamente a Auschwitz per essere uccise con il gas e eliminate nei forni crematori. Alla fine del 1945 molte donne che riuscirono a sopravvivere allo sterminio nazista e tornarono nelle loro case non ebbero il coraggio di raccontare le atrocità subite.

La Shoah delle donne, incubo senza fine
accadde il 13 Ottobre 1943 Storia di Pietro Frattini

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Un bordello ad Auschwitz per i prigionieri più produttivi, con tanto di turni, tariffe e orari di ingresso. Quella che al primo impatto suona come un’idea assurda rappresenta una triste realtà: nel campo di concentramento simbolo dell’orrore nazista le SS crearono una casa chiusa destinata a particolari categorie di internati.
E non solo ad Auschwitz: simili baracche, ribattezzate Sonderbauten («edifici speciali»), erano attive anche in altri Lager. Atti sessuali forzati a pochi metri da montagne di cadaveri ammonticchiati l’uno sull’altro: un capitolo poco noto nella storia del nazismo riportato ora alla luce da Robert Sommer in Das KZ-Bordell («Il bordello nel campo di concentramento»), un libro presentato al parlamento della città-Stato di Berlino.
A partorire l’idea fu, nel 1942, il capo delle SS Heinrich Himmler, che puntava in tal modo ad aumentare la produttività degli internati, tutto con la fredda regolamentazione tedesca, a cominciare dalla scelta delle donne: si trattava soprattutto di giovani sotto i 25 anni, provenienti da Germania, Polonia o Ucraina («non c’erano italiane») e reclutate per lo più tra quelle internate come «asociali». Rigorosamente escluse per principio, invece, le ragazze ebree.
Ma chi frequentava simili bordelli? Non si trattava né di ebrei, né di prigionieri di guerra sovietici, cui l’ingresso era vietato, né tanto meno di internati «semplici», bensì di cosiddetti Funktionshäftlinge («detenuti-funzionari»), internati che svolgevano compiti di sorveglianza all’interno del Lager, come ad esempio decani o kapò. Gli unici a poter pagare i due Reichsmark richiesti dalle SS.
La visita era disciplinata in modo meticoloso: i prigionieri dovevano presentare domanda, farsi inserire in un’apposita lista, sottoporsi a una visita medica e infine attendere di essere convocati a un appello. Lo stesso rapporto – sorvegliato da alcune SS attraverso degli spioncini – era rigidamente organizzato: 15 minuti per internato.
I casi di gravidanze furono pochi (e accompagnati sempre dall’aborto), dato che le ragazze venivano sterilizzate prima del loro arrivo nel campo di concentramento, oppure le condizioni estreme della loro prigionia le rendeva incapaci di avere figli.
Quando erano malate o sfinite dalla frequenza delle prestazioni richieste venivano rispedite ai lager di origine per diventare cavie degli esperimenti medici o inviate direttamente a Auschwitz per essere uccise con il gas e eliminate nei forni crematori. Alla fine del 1945 molte donne che riuscirono a sopravvivere allo sterminio nazista e tornarono nelle loro case non ebbero il coraggio di raccontare le atrocità subite.

Articolo di: Pietro Frattini

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