I COME INVIDIA

Condividi subito

di Rosella Corda (PhD Filosofia e storia)

Che significa la parola “invidia”, posto che non ci accontentiamo di dare per scontato l’ovvio sentimento malevolo inteso da questo termine? Chi è l’invidioso? Articolo per articolo, passo dopo passo, ci siamo fin qui costruiti una specie di glossario, un abecedario molto sui generis, una sorta di diario dell’ordine sparso, in cui parole tratte da discorsi quotidiani, “parole di cronaca”, sono diventate spunto di riflessione in vista di temi che, forse, siamo riusciti a portare oltre il piano dell’immediatezza, in modo da formulare concetti in grado di orientarci nel ginepraio delle opinioni correnti. Non a caso, infatti, spesso e volentieri abbiamo poi richiamato il senso in cui si sono intese certe parole, rivelatesi più funzionali di altre allo scopo di delineare una sorta di cono prospettico, attraverso cui inquadrare le trame esistenti, tra significanti e significati possibili, che animano in modo più o meno latente i nostri discorsi. Con cosa si trova a rimare, allora, la parola “invidia”?  Chi è l’invidioso? Ovvero, come si soggettivizza l’invidia e, a rigore, è una forma di soggettivazione o una de-figurazione del soggetto in assoggettato al proprio vuoto di soggettività? Prima di tentare una riflessione nel merito, è utile, come sempre abbiamo fatto, chiarirsi preliminarmente dando uno sguardo all’etimologia. La parola “Invidia” è fra quei termini che abbiamo spesso definito complessi, poiché, essendo composti, mostrano già il loro grado immanente di tensione concettuale, una specie di polemos originario che ci portiamo dietro come bagaglio di relazioni conflittuali irrisolte – e, in un certo senso, irrisolvibili.Il termine deriva dal verbo latino INVIDERE, composto dalla particella IN e VIDERE,  che significherebbe appunto “invidiare” e, più nel dettaglio analitico, vorrebbe dire innanzi tutto “guardare”. Ma, ci chiediamo, guardare come? E a cosa ci riporta, poi, il senso di questo guardare? A quale Idea fondamentale? Come e cosa si vede attraverso lo sguardo dell’invidioso? Partiamo dal prefisso IN. Dovrebbe significare la direzione: IN come “su”, “intorno”, “sopra”. La direzione dello sguardo. Ma perché poi questa ridondanza del guardare-su, considerato che guardare ha sempre un oggetto? Il punto è il modo del guardare. Quindi non tanto guardare-cosa, ma guardare-come che ci racconta della prospettiva di chi guarda. Si tratta di un guardare che “separa”, laddove la ridondanza espressa da quella particella indica il taglio di una sottrazione. INVIDERE vuol dire guardare in maniera sottrattiva. Non semplicemente “selezionare”, come pure sempre opera lo sguardo che vede e coglie. Ma partire già dal piglio di una negazione: togliere. Si guarda, allora, per non-vedere. Si guarda coprendosi gli occhi. E quanto più si fissa lo sguardo tanto meno si vede. La qual cosa non riguarda prioritariamente l’oggetto, come dicevamo, ma su di esso si riverbera come in un gioco di specchi distorti – dacasa stregata delle immagini. “Invidia” significa appunto guardare per coprire, proprio laddove si vuole sottrarre. Coprire la disvelatezza propria e altrui. Misconoscere la propria verità, aletheia, prima ancora di quella del malcapitato su cui si riversa lo sguardo bieco. Di certo si obietterà, rilanciando le ragioni materiali dell’invidia, che si invidia spesso qualcuno in ragione di un improprio possesso di qualcosa, ritenuto in più o in meno rispetto-a una qualche data misura. Ma questa logica abbiamo già avuto modo di definirla come profondamente mediocre. O meglio, fino a che punto questa misura, il limite, può dirsi facilmente impropriamente surrettizio e non propriamente giusto e rispondente a un ideale di sana moderazione? In realtà non bisogna far confusione. Il guardare sottrattivo e negativo dell’invidia richiama principalmente una ingenerosità nei confronti di se stessi, prima che un’ingenerosità nei confronti dell’altro. Un risentimento represso che muove dalla vulnerabilità originaria di quella paradossale “determinatezza aperta” che abbiamo chiamato “pienezza di merito”, problematica dignità, su cui poggiano le basi instabili del nostro quotidiano e incessante, benché sottotraccia, tentativo di essere un soggetto – di identificarci, riconoscerci, guardarci con non troppa diffidenza e, o supponenza e presunzione. Questo precario equilibrio, che ci fa dondolare tra una sbavatura e l’altra del nostro profilo, richiede l’abilità di una attenta – e allo stesso tempo non “fissata” – moderazione. Assumere la misura instabile del cambiamento di cui siamo parte.  L’invidioso, invece, tradisce questo vuoto di soggettività originaria, dando troppo spago alla paura di perdere terreno, convinto che sia un altro a sottrarglielo. In realtà, solo una misura condivisa, può rendere ragione al sentimento di sfiducia e non declinarlo in risentimento. Perché, vale la pena sottolinearlo, l’invidia promuove rancore, rabbia, sfiducia e perfino tendenza all’annientamento. Pulsione di morte. La mediocrità sposa la sopraffazione di tutto ciò che è straordinarietà, fuor-di misura. La misura condivisa, invece, è quella che si dà nell’amicizia e nella giustizia, quest’ultima colta nel senso di una consapevolezza fondamentale: la condivisione di una condizione universale, di precarietà sostanziale, che appunto solo il patto comune, che sempre va rinnovato, dell’amicizia collettiva, può sollevare dalla decadenza dell’ingenerosità e della carenza di solidarietà. L’invidioso, dunque, guarda da un punto di vista incentrato sulla carenza e rilancia la sottrazione nelle relazioni, scarnificando l’altro e se stesso fino all’osso, fino allo zero, distruggendo la possibilità stessa di una relazione. Fino a che non ce n’è più per nessuno. Si tratta di un assoggettamento a un’Idea (parola, anche questa, che richiama il vedere) satura di negatività: un narcisismo dell’ego, e non di soggettivarsi in virtù di un’idea, un’immagine di sé che rilanci la costruttività delle relazioni. L’invidioso tradisce le ragioni del proprio merito misconoscendo quelle altrui. Interrompe il patto comune, declinando in deprivazione la precarietà che riguarda tutti e che solo nella condivisa solidarietà può essere assolta. Egli riporta la misura al più-o meno del proprio mediocre narcisismo e la giustizia all’orizzonte delle proprie vendette – più che rivendicazioni. Riorientare lo sguardo. Passare dalla sottrazione al dono, può polarizzare differentemente le pratiche di soggettivazione e, dunque, di liberazione. Si obietterà, ancora, da dove sorge la possibilità del dono se la condizione universale è di precarietà? Il punto è che l’invidioso fissa lo sguarda sul nulla. La persona generosa, invece, riesce sempre a intra-vedere qualcosa, all’orizzonte, per sé nella condivisione con gli altri. Da costruire.

Condividi subito

Leonardo Pisani

3923214606