VENT’ANNI SENZA FABER

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di Leonardo Pisani

Venti anni senza Fabrizio De Andrè, ma il suo ricordo permane perenne,se ne andò in silenzio quel 11 gennaio 1999, avrebbe compito 59 anni il 18 febbraio. Erano le 2,30 all’Istituto dei tumori di Milano, quando il Cantautore spirò. «Non doveva andarsene, non doveva. È stato il più grande poeta che abbiamo mai avuto.» disse Fernanda Pivano, amica dai tempi di “Non al denaro non all’amore né al cielo” 

, trasposizione musicale dello Spoon River di Edgar Lee Masters,, proprio lui che affermava di non essere un poeta ma un artigiano della parola, diceva: «Benedetto Croce diceva che fino all’età dei diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi, rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini. E quindi io precauzionalmente preferirei considerarmi un cantautore». La sua Genova, dove era nato il 18 febbraio 1940 lo salutò con una folla di 10mila persone, ma volle essere cremato e le ceneri sparse nel mar Ligure, nella tomba un pacco di sigarette e la sciarpa del suo Genova. Faber fa parte della memoria collettiva di questo paese, e memoria collettiva è la nuova edizione del libro “La mia prima volta con Fabrizio De André. 515 storie” a cura di Daniela Bonanni e Gipo Anfosso, la seconda edizione che sarà presentata oggi a Pavia, dove tutto incominciò. Ci hanno scritto persone di ogni età, dai 10 agli 82 anni. Da persone comuni e personaggi famosi (tra cui musicisti e stretti collaboratori di De André). Tutti inseriti, rigorosamente e molto democraticamente, in ordine alfabetico. Questa edizione, oltre al messaggio pieno d’affetto di Dori Ghezzi, è impreziosita da una introduzione –accurata e appassionata – di Enrico de Angelis.  – giornalista,operatore culturale, per anni direttore artistico della Rassegna Tenco della canzone d’autore, ha scritto per questa seconda edizione una introduzione accurata e appassionata. In queste pagine riportiamo il racconto del Magnifico Rettore di Pavia Fabio Rugge , del maestro percussionista Ellade Bandini e del sottoscritto. Fabrizio De André, che, a distanza di vent’anni, è ancora così vivo, così amato e così presente nel nostro immaginario collettivo.

TRA MARINELLA E IL RE, SIAMO DIVENTATI UN PO’ PIU’ ADULTI

di Fabio Rugge (Magnifico Rettore Università degli Studi di Pavia)

La scala a chiocciola collegava due mondi. Giù la cucina; su la stireria. Da lì si accedeva a un localino e a un bagnetto. Pensati per una tata, erano diventati poi la camera di mio fratello maggiore, che sarebbe presto partito per l’università.

La cucina era il mondo degli altri, famigliare e ordinato; la “cameretta” era il nostro mondo, appartato e complice. Lì era stato trasportato il giradischi Farfisa, bianco e blu. I miei genitori l’avevano comprato perché l’avevano tutti. Per un po’ avevano ascoltato “Signorinella” e la colonna sonora di “Scandalo al sole”. Poi l’avevano lasciato a noi, ai nostri 33 giri.

Su quel piatto ascoltammo a non finire Volume 1. Era il 1967. Attorno c’era Lecce, gentile e riposante, monarchica e democristiana, barocca e struggente. La protesta sociale era lontana pochi mesi, e dalle finestre della “cameretta” in cima a quella bella casa borghese salivano al cielo le parole del disco: dolci e dure, irridenti e colorite. Annunciavano qualcosa che forse era confuso, forse chiarissimo. Le musiche dei Los Indios Tabajaras soffriggevano le nostre passioncelle.  De André invece ci diceva che la poesia era possibile, raccontava di puttane chiamandole per nome, esponeva l’infelicità e la purezza. “Ti piace De André?” chiedevamo alle ragazze leccesi di mezzo secolo fa.Fabrizio sulla copertina dell’LP era bello. Aveva una cascata di capelli sulla fronte, come una bandana corsara, e le labbra disegnate bene e gli occhi di una malinconia pertinace da adolescente.   Eppure Volume 1 ci fece un po’ adulti – comunque quello che siamo.  Ascoltandolo ci figuravamo quali meraviglie seguissero ai baci e ai sorrisi tra Marinella e il re; e ci ripromettevamo di essere la generazione che non avrebbe più permesso l’emarginazione e la guerra. Così, cerchiamo ancora di essere quella generazione.

ALL’OMBRA DELL’ULTIMO SOLE LUCANO (RACCONTO DI LEONARDO PISANI)

Lallallalla là.. Lalllallallà lallà là….Il vecchio giradischi funzionava a balzi, ogni tanto la puntina saltava  su quel vecchio vinile pieno di graffi, ricordi ma non ferite ma di tanti e tanti ascolti da parte dei “grandi”.

Era un giorno come tanti altri di un normale giorno giocato all’ultimo sole di un “Inverno”; chissà un sabato forse. Sì un sabato. Il nostro sabato del villaggio lucano.Quando terminati quei terribili 6 giorni di scuola con levata alle 7 di mattina per correre a prendere il vecchio treno della calabro lucana; l’intero sabato pomeriggio era dedicato alle attività più sfrenate: “la mia ora di libertà”… Si giocava all’ombra di un cortile cercando di non far arrivare i gendarmi senza  armi ma sempre pericolosi…

Lallallaà lallà..  Dovevamo decidere cosa fare quel sabato; primo incontro con Cosimo per andare da Pinuccio e poi ideare come divertirci. Din Din don, suonammo  il campanello; la porta rimaneva chiusa…Din Don Din Don Don Din .. Poi pugni e calci ridendo…; si sentiva  una musica. Un assolo; un lungo assolo ma non era una chitarra; non era una tastiera ma un violino. Mah….. Finalmente  la porta si aprì ; finalmente… e Pinuccio  brusco: “ entrate  presto presto presto, aviett, aviettt ”. Ci guardammo sorpresi; ma che sarà successo… Intanto il giradischi di chissà quale anno e chissà a quante feste della febbre del sabato sera  era sopravvissuto indenne a balzi continuava a cacciare quella musica . Pinuccio alzò la stecchetta – come si chiamava non lo so, mo’ c’è il digitale..- e rimise  la canzone.. – Citt.. Citt ascoltate., troppo bella …

Chitarre, batteria stratosferica, violino e quella voce… Non mi era nuova ma fu la prima volta che ascoltai con attenzione.. Soprattutto l’inizio..

All’ombra dell’ultimo sole 

s’era assopito un pescatore

e aveva un solco lungo il viso

come una specie di sorriso.

“Troppo forte, troppo bella…”. Questo è in gamba, stò De Andrè- disse Pinuccio.

“Ma chi suona? “ chiesi. Vedemmo la copertina. Mai visto una cosa del genere; De Andrè in concerto con la Pfm … E quel De Andrè in una foto ironica con il vicino al termosifone  con la scritta “col culo esposto al radiatore s’era assopito il cantautore” o qualcosa del genere.

Venne alla spiaggia un assassino

due occhi grandi da bambino

due occhi enormi di paura

eran gli specchi di un’avventura.

Rimanemmo affascinati da quella canzone; dal suono  e dalle parole.. Facemmo quasi una analisi del testo; decisamente più divertente delle traduzioni del latinorum e del grecorum ed anche di quella Eneide che era un incubo.

Ma all’ombra dell’ultimo sole

s’era assopito il pescatore

e aveva un solco lungo il viso

come una specie di sorriso

e aveva un solco lungo il viso

come una specie di sorriso

“Hai capit stu strunz… Prima magna gratùs, poi vev il vino e poi l’accir.. Alla faccia della gratitudine”. Sentimmo quel pezzo 3 , 4, 7 volte …. E poi poi via di nuovo verso il vento  davanti agli occhi ancora il sole  pronti ad andar a girovagare verso una nuova avventura con il rimpianto di un aprile; parlando di qualche “amore perduto” ,. Chissà forse come al solito andammo al nostro torrente, che per noi era un fiume come l’Hudson o il  Sand Creek; e quel ritornello lo cantavamo – questo lo ricordo bene—all’ombra dell’ultimo sole trallalllalllààà e marciando per le campagne lucane c’era  “una donna che seminava  il grano e poi vedemmo il villano che zappava la terra”  … Non ci sembrava di essere in una “via del campo” ma in una  fantasiosa epopea con “Re Carlo” che tornava dalla guerra” o in una avventura; sognando di essere in qualche film del far west in una avventura tra apache, giacche blu e una taverna a Durango dove lei Maddalena dai lunghi capelli; pelle abbronzata e unghie da pantera ballava il fandango.

IL VIAGGIO A MATERA CHE ISPIRO’ DE ANDRE’ E FOSSATI

DI Leonardo Pisani

Fabrizio De Andrè è subito collegato alla sua amata Genova e anche alla sua terra d’adozione, la Sardegna, ma la Basilicata e i Sassi di Matera lo affascinarono e lo ispirarono. Mastica e sputa /da una parte il miele /mastica e sputa /dall’altra la cera . Sono le parole iniziali  di “Ho visto Nina volare,  in Anime Salve, ultimo lavoro di De Andrè a quattro mani con Ivano Fossati. Questa canzone fu ispirata da un viaggio a Matera da parte dei due cantautori, nel blog di Giuseppe Melillo “Tra cielo e mandarini” vi è sono belle testimonianze  di  Ivano Fossati: «Con De André giravamo il Sud in cerca di idee, presso Matera c’erano dei vecchi  che separavano la cera dal miele masticandola : ci colpi’  molto vedere usi secolari proiettarsi nel Duemila . E fu cosi’ che , in 40 minuti, nacque Ho visto Nina volare». Poi l’intervista  a Rai Storia. «Si è verissimo. La collaborazione che riguarda Anime Salve è partita da un viaggio. Una sera da Milano, in macchina, veramente in quel caso senza sapere dove andare. Non avevamo programmato nulla, sapevamo solo di voler andare al sud, verso la Basilicata, perché eravamo convinti – Fabrizio moltissimo ma anche io – che li avremmo potuto raccogliere delle storie, delle impressioni, parlare con delle persone semplici senza sovrastrutture, senza difficoltà. Ed in effetti fu cosi. Restammo li qualche giorno e con grandissima facilità incontrammo gente con cui parlare. Poi credo che di vicende e di storie che siano finite nelle canzoni ci sia ben poco, ma ugualmente il viaggio fu importante perché comunque, anche se non ricavammo il materiale in materia stretta, ricavammo il modo di raccontarle. In quei giorni era come se ci fossimo sintonizzati su un onda. Invece di metterci a tavolino e fare tanti progetti un po’ freddi, andare da quelle parti, stare insieme noi due e parlare con quelle persone fu come aver creato un codice di scrittura. Come dire: scriveremo storie come queste oppure parleremo in questo modo, ma non ce lo siamo nemmeno detto perché non serviva». E  Carlo Bonanni, fondatore dell’associazione “Carodeandrè”: diede questa testimonianza «Fabrizio De Andrè ed Ivano Fossati hanno soggiornato spesso a Matera per alimentare il fiume di poesia portato dagli enormi affluenti che sono le tradizioni orali dei territori del materano. Entrambi gli artisti sono stati rapiti dal gesto che compivano le donne anziane, le quali masticavano fettine di favo, preparate all’occorrenza, per ore ed ore, ottenendo in tal modo la separazione del miele dalla cera. Queste due preziose sostanze venivano quindi espulse dalla bocca in appositi recipienti, pronte per l’uso».

UNA TELEFONATA E MAURO MI DISSE: «VUOI SUONARE CON DE ANDRE’?»

di Ellade Bandini (musicista, già batterista di De Andrè)

“Cosa stai facendo di bello?” fu la domanda che mi fece Mauro Pagani dopo i soliti saluti tra persone che non si vedevano da tempo. Una semplice domanda che decise gran parte del mio futuro.  Ci eravamo incontrati per caso all’uscita di un Supermercato a Peschiera Borromeo, zona dove ho abitato per un lungo periodo. Gli risposi che ero in tour con Francesco Guccini e che avrei terminato nel giro di  un paio di giorni, praticamente alla fine di Agosto. Pensò per un attimo a qualcosa e ci salutammo. La sera stessa – era il 26 agosto 1984 – verso le 23.00 mi chiamò. Nessun saluto ma solamente  un secco e deciso ” Vuoi venire a suonare con De Andrè” – ” Sì “…..” Sai del suo carattere!? ” – ” Lo so. “.  Fabrizio De Andrè non lo avevo mai ascoltato… solamente … sentito. 

Le sue nuvole che ” … vanno, vengono…  a volte …” su di me non si erano mai fermate a scrollare parole dense di significati che come la polverina di Campanellino mi indicassero la Via…. No, non fu così. Il destino aveva in serbo per me qualcosa di speciale. Una domanda e una risposta al momento giusto hanno fatto in modo che la prima volta che ho ascoltato Fabrizio è stato a Mestre il 7 settembre 1984. Una prima volta lunga ventunanni.Ventunanni non solo di musica ma anche di normale ( se così si può dire ) quotidianità con l’artista  sicuramente  più difficile dell’ambiente musicale italiano. Il contrario del contrario del contrario era all’ordine del giorno. Praticamente ogni volta era sempre una prima volta. L’esatto contrario dei concerti che si ripetevano invece “perfettamente e splendidamente uguali”. Fabrizio De Andrè era / è  la magia della sua voce.

Era / è ciò che diceva quando dalle cuffie mi entrava nel cervello trasformando le parole nelle stesse immagini che riflettevano dagli occhi del pubblico sempre diverso ma sempre uguale nelle emozioni provate.

Fabrizio era il sorriso e l’abbraccio sincero che ci dava quando arrivava in teatro al pomeriggio, ma erano anche le urla e certe scenate –  alle volte per noi inspiegabili – dopo bellissimi concerti. È meglio cercare di non capire De Andrè. Se avessero chiesto a lui un parere su sè stesso avrebbe probabilmente risposto con l’immancabile ” Belìn!!! a me lo chiedete? Io sono un cantautore contadino mica uno psicologo. Mi venite a rompere i coglioni con queste belinate?”. Da parte mia gli direi solamente: “Fabrizio,  è stato meglio passare certi momenti difficili che non averti mai conosciuto.”….ma anche questo l’aveva già detto lui.

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Leonardo Pisani

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