GIANNI BESSI: CARI CASCHI GIALLI CI MOBILITIAMO CONTRO LO STOP A 5 STELLE SU TRIVELLE E DINTORI ?

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Su segnalazione di : I Lavoratori “invisibili” dell’Oil&Gas

“Le dichiarazioni dei giorni scorsi di alcuni esponenti del Governo, schierati in modo ingiustificato contro le attività estrattive nel nostro Paese, hanno destato non poche preoccupazione nel distretto energetico ravennate. Gianni Bessi, consigliere regionale Emilia Romagna, pone alcuni quesiti ai membri dell’esecutivo e chiama a raccolta tutti I Lavoratori “invisibili” dell’Oil&Gas. Vi abbraccio”
Cari Caschi Gialli, ci mobilitiamo contro lo stop a 5 stelle su trivelle e dintorni?

Vorrei che i Caschi gialli, le migliaia di laureati, tecnici e maestranze del settore, si mobilitassero.
L’intervento di Gianni Bessi autore del saggio “Gas Naturale – l’energia di domani” edito da Innovative Publishing
Il governo sta facendo un gran favore a Putin, Trump e a tutti i Paesi produttori di risorse energetiche.
Un paradosso?
No, perché con l’ultimo provvedimento che di fatto sospende per tre anni i permessi di prospezione, ricerca e di coltivazione di idrocarburi, di fatto l’Italia si sfila dalla competizione nel settore e decide di affidarsi per la produzione di energia esclusivamente a fonti importate.
E pensare che proprio il Movimento 5 Stelle ha accusato a lungo i difensori dell’esigenza di aumentare la produzione nostrana di gas di essere al servizio delle multinazionali.
Oggi le multinazionali del settore ringraziano sentitamente l’esecutivo giallo-verde per questo regalo inaspettato.
Insomma più Gazprom, per tutti parafrasando un fortunato slogan di Berlusconi.
A questo segue un’amara constatazione, cioè che ancora una volta abdichiamo a sostenere un’attività industriale in cui siamo all’avanguardia nel mondo e che dà lavoro a migliaia di persone, che permette a migliaia di famiglie di vivere e pagare le tasse.
E questo contrariamente ai dati inesatti forniti da esponenti della maggioranza, che puntano a minimizzare l’impatto del settore, definendolo marginale: bene, è così marginale che solo in Emilia-Romagna l’occupazione diretta o indiretta è pari a 10mila unità.
Dopo la constatazione arrivano le domande, che pongo a questo governo anche a nome di tutti i lavoratori italiani del settore, che ho avuto il privilegio di conoscere e di ascoltare.
Dei progettisti, dei tecnici, delle maestranze che hanno competenze di livello internazionale e che grazie a una formazione di livello continuano a essere protagonisti di un processo di innovazione energetico.
La prima è come impatta questo emendamento sulle autorizzazioni, in essere o in attesa, e di conseguenza sullo sviluppo del distretto Adriatico, che almeno fino a ieri poteva contare su 2 miliardi di investimento dell’Eni per l’estrazione di 4 miliardi di mc/anno di gas naturale ‘italiano’.
Quel gas naturale, vale la pena ripeterlo, che è la fonte fossile che il COP21 di Parigi ha convenuto dovesse fare parte del mix energetico per attuare la transizione verso l’utilizzo di sole fonti rinnovabili.
E poi cosa intende rispondere il governo alle migliaia di lavoratori, che ogni mattina indossando il proprio casco giallo lavorano onestamente nelle ‘ormai definitivamente ‘demonizzate’ piattaforme, a cui sta costruendo un futuro incerto – per usare un eufemismo – e che definisce ‘marginali’?
Su che cosa intende basare la politica industriale italiana?
E soprattutto con che cosa intendono pagarla, nel momento in cui si mettono i settori trainanti dell’economia nazionale nell’impossibilità di svilupparsi e produrre ricchezza?
E gli investitori dove andranno?
Lo stop alle trivellazioni deciso del Governo non ha impatto sull’ambiente: oppure pensiamo che le operazioni di estrazione che Croazia, Montenegro e Grecia continueranno a portare avanti, grazie agli investimenti stranieri, possa essere evitate con un pezzo di carta firmato dal ministro dell’ambiente?
Lo stesso ministro che ha dichiarato che non firmerà mai, a prescindere, alcun permesso di prospezione e ricerca.
Signor ministro, in una democrazia di solito non si prendono decisioni a prescindere, ma dopo avere ascoltato le ragioni delle parti in causa e aver valutato se esistono o meno rischi.
E poi, se siamo certi che sia in corso un attentato all’ambiente, perché la magistratura non viene coinvolta?
Siamo alla presenza di un reato e, ancora una volta la democrazia funziona così, si deve procedere con le inchieste.
Un’altra domanda.
La transizione verso l’utilizzo per la produzione di energia da sole fonti rinnovabili, condizione che non è proprio dietro l’angolo, come verrà sostenuta?
Con l’acquisto di gas dall’estero, con conseguente aggravio della bilancia dei pagamenti?
Il nostro gas è a chilometro zero, è la risorsa fossile più pulita e forse, si potrebbe verificare, ha anche un impatto ambientale minore visto che non ha bisogno di utilizzare una filiera dei trasporti ‘pesante’ e inquinante (pipeline, navi gasiere ecc).
E poi si prosegue a dare l’immagine di un’Italia dove un comitato può bloccare l’economia del Paese.
Dove il benessere comune, la crescita che permetterebbe di fare ripartire un’economia sgonfia – e pagare forse anche dei redditi di cittadinanza più consistenti… – viene messo in crisi da opposizioni di principio, ideologiche.
Allora, caro Governo, chi investirà mai più in Italia e non solo nel settore oil& gas?
Perché lo stesso principio potrebbe essere applicato a qualsiasi altro settore produttivo: all’agricoltura, alla metalmeccanica alla chimica fine ecc.
Rammento quando il primo ministro ha ricevuto gli amministratori delegati delle aziende partecipate per chiedere ragione dei piani di investimento.
Fra di essi c’era anche Claudio Descalzi che aveva presentato un piano consistente, in grado di fare ripartire l’economia di diversi territori, fra cui quelli che si affacciano sull’Adriatico, grazie a due miliardi di risorse.
Era solo una passerella?
Non so se queste domande troveranno una risposta, ma ritengo che i lavoratori italiani del settore ne abbiano diritto perché sono, come disse una volta Beppe Grillo, i ‘datori di lavoro del Governo’.
E penso che, come è diritto di ogni cittadino che viva in una democrazia, debbano cominciare a fare sentire la propria voce, a domandare al governo rispetto per il proprio lavoro, per le proprie competenze, per la propria vita.
L’impressione è che non servano le spiegazioni logiche a chi non vuole sentire.
Vorrei che i caschi gialli, insomma le migliaia di laureati, tecnici, maestranze, ecc., si mobilitassero per andare sotto i palazzi del potere e chiedere ai propri rappresentanti, a chi governa la cosa pubblica, di fare il proprio lavoro allo stesso modo in cui loro ogni giorno fanno il proprio.
E io sarò al loro fianco.”
(Intervista su libro Gas naturale, l’energia di domani -Pubblicato su Business Insider il 1 agosto 2018 di Michele Arnese)
La provocazione dell’Emilia-Romagna: “Se la Puglia non vuole il Tap, lo prendiamo noi”
“Se la Puglia non vuole il Tap, l’Emilia-Romagna è pronta per accoglierlo. A Ravenna, a Casalborsetti, abbiamo già infrastrutture, know how e un distretto di 6mila persone pronti a riceverlo”
È la proposta-provocazione di Gianni Bessi, consigliere Pd nel consiglio regionale dell’Emilia Romagna, esponente di spicco dei Democratici ma ascoltato da tutte le maggiori forze politiche come esperto di questioni energetiche, e autore di un recente libro , “Gas naturale – l’energia di domani”, che sta facendo dibattere gli addetti ai lavori.
Bessi è da tempo convinto che del gas naturale non si possa fare a meno.
“Il nostro livello di vita attuale senza energia sarebbe insostenibile. Oppure vogliamo che i tubi passino dai Balcani così lo stesso gas lo paghiamo di più?”, si chiede in questa conversazione con Business Insider Italia.
Per questo Bessi rilancia su Tap e non solo:
“I NoTap, come del resto i NoTriv, sono sempre stati appoggiati da partiti che ora sono al governo. Ma la realtà, come sempre, è molto meno ‘idealistica’: il presidente della Repubblica in visita a Baku insieme al ministro degli Esteri, Moavero, ha garantito gli impegni italiani sul Tap. Che comunque resta una priorità dell’Ue e se non fosse realizzato costerebbe circa 8 miliardi di euro in penali. È il momento di fare scelte: siamo sicuri di volere abbandonare la gas advocacy del nostro Paese? E poi per cosa? Credo che il governo ci debba una risposta”
La passione di Bessi per il tema si è tradotta in un libro scritto dal consigliere regionale Pd dell’Emilia-Romagna.
Il titolo del saggio, “Gas naturale, l’energia di domani”, che può vantare una prefazione dello storico ed economista Giulio Sapelli, è già una dichiarazione di intenti ed è stato distribuito a imprenditori, influencer, esperti del settore, docenti universitari.
Ma perché scrivere un libro sul gas?
“Perché – risponde Bessi – se consideriamo strategico per l’Italia avere una gas advocacy, ed è strategico come ci ha insegnato Enrico Mattei, allora è il momento di decidere quale dev’essere la politica energetica del nostro Paese se vogliamo evitare di diventare economicamente irrilevanti”
Per Bessi, “il gas naturale è la risorsa fossile più pulita con cui, insieme alle rinnovabili, costituire quel mix energetico che ci permetterà di mettere definitivamente in soffitta l’era del carbone ma, in un futuro, anche quella del petrolio. Da politico che da anni è impegnato in questo campo, ho sentito che era venuto il momento di tentare di mettere in fila gli argomenti a sostegno di una svolta energetica trainata dal gas: non tanto quelli tecnici, che comunque sono molti e convincenti, ma soprattutto quelli economici e politici”
Bessi parte da alcuni dati per sostenere i suoi auspici:
“Oggi produciamo 5,65 miliardi di metri cubi di gas naturale sui 70,91 miliardi che sono il suo fabbisogno annuale. In pratica importiamo dall’estero il 92 per cento del gas naturale che utilizziamo, dei quali 26,8 miliardi di metri cubi li acquistiamo dalla Russia”
Nel libro si dice che una strategia energetica lungimirante deve investire sulla formazione, sull’educazione scolastica e universitaria. Il futuro sarà progettato da scienziati, ingegneri, tecnici che dovranno uscire dalle nostre università e che dovranno approfondire le conoscenze sul campo:
“Perché questo succeda dobbiamo investire risorse apprezzabili – dice – nel libro indico alcune strade, per esempio utilizzare per sostenere lo studio le royalty pagate dalle imprese di estrazione allo Stato per le concessioni, un meccanismo che ho chiamato, giocandoci un po’ sopra, brain tax. In altri Stati lo studio universitario viene aiutato con strumenti adeguati, come i prestiti. Insomma, a mio parere invece che usare gli incentivi per aiutare l’acquisto di impianti di energia rinnovabile sarebbe più efficace indirizzarli al sostegno dello studio. Se saremo in grado di formare persone che producono tecnologia, che ci mettono a disposizione innovazione energetica, allora il cammino verso le rinnovabili sarebbe più spedito che quello affidato agli incentivi”
Torniamo al Tap, il gasdotto transadriatico, di cui la Regione Puglia di Michele Emiliano, collega di partito di Bessi, vuole bloccare la realizzazione.
Mentre per Bessi il Tap è indispensabile alla strategia energetica nazionale:
“E lo dico non da difensore delle imprese petrolifere, ma da difensore dei migliaia di lavoratori del settore energetico e dell’economia che quest’ultimo sviluppa nei nostri territori. Guardi, il presidente russo Putin ha trovato modo di parlare di contratti riguardanti il gas naturale anche durante i mondiali di calcio. E di gas si è parlato probabilmente anche nel summit fra lo stesso Putin e Trump. Ci sono due elementi che in questo momento stanno condizionando la geopolitica internazionale e che sostengono l’attività diplomatica: il gas naturale e l’acqua. Il futuro sta in come riusciremo a risolvere il problema energetico sfuggendo a una trappola: energia a basso costo e tutela ambientale e del clima sono incompatibili”
E quindi?
“L’Italia è dipendente dal gas che importa: per risolvere l’impasse dobbiamo fare in modo di abbassare i costi, realizzando strutture che ne facilitino l’arrivo e, magari, ricominciando a estrarre quello che giace inutilizzato nelle nostre riserve nazionali. Ricordiamoci che possediamo tecnologie in grado di dirci esattamente dove e quanto estrarre: mi riferisco al supercomputer Hpc4 nel centro di calcolo Eni Green Data Center, che ha guidato l’esplorazione e permesso la scoperta di altri giacimenti, un esempio per tutti quello di Zohr in Egitto”
Anche da questi ragionamenti nasce la proposta-provocazionedi Bessi:
“Se la Puglia non vuole il Tap l’Emilia-Romagna è pronta per accoglierlo. A Ravenna, a Casalborsetti abbiamo già infrastrutture, know how, un distretto di 6mila persone pronti a riceverlo”

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