Le Cronache Lucane

IN RICORDO DI PIO LA TORRE

Nato il 24 dicembre 1927 di origine lucana, la madre era di Muro Lucano

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Il suo nome è legato a una svolta storica nella lotta alla criminalità organizzata, alle mafie che colpivano il Paese, senza che una legge specifica. Finalmente il13 settembre del 1982, veniva approvata la legge 646, nota come Rognoni-La Torre. Per la prima volta nel codice penale venivano introdotti il reato di associazione per delinquere di stampo mafioso (art. 416 bis) e la norma per la confisca dei beni ai boss, con il  loro conseguente riutilizzo sociale.   Pio La Torre nacque il 24 dicembre 1927 nella frazione di Altarello di Baida del comune di Palermo in una famiglia di contadini molto povera . Il padre, originario della zona di Monreale e figlio di un piccolo proprietario di giardini di agrumi, andato a fare il militare a Muro Lucano  e li conobbe , Angela Colucci figlia di un pastore di Muro Lucano. Muro era la seconda patria per il deputato Pci . Il giorno dopo il terremoto del 1980 chiamò  Piero di Siena, allora segretario regionale del Pci, per chiedere notizie anche della situazione a Muro Lucano.  Dove  aveva trascorso lunghi periodi della sua infanzia.  E dove ritornava volentieri. Pio La Torre fu il primo firmatario della proposta di legge che lui  definiva “una legge per la democrazia”. Ma non la vide mai approvata,  Purtroppo non ebbe la soddisfazione di vederla approvare, il 30 aprile 1982 a  Palermo, alle  9:20  l’onorevole Pio La Torre fu assassinato assieme al  suo amico e autista Rosario Di Salvo.  Erano su  una Fiat 131 , in una strada stretta, quando l’auto si fermo ad uno stop, si avvicinò una moto di grossa cilindrata e due killer iniziarono a sparare poi da una macchina dietro altri esecutori. La Torre morì sul colpo mentre Di Salvo riuscì a sparare qualche colpo prima di essere freddato.  completare il duplice omicidio. Pio La Torre morì all’istante mentre Di Salvo ebbe il tempo per estrarre una pistola e sparare alcuni colpi, prima di soccombere moto si avvicinò e Lo stesso destino sarebbe toccato a tanti di quei magistrati siciliani che avevano collaborato alla formulazione tecnica della legge in questione: dal giudice Rocco Chinnici, a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, allora giovanissimi

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