G COME GIOIA

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di Rosella Corda (PhD Filosofia e Storia)

 

Da dove viene la parola “gioia”? E cosa significa? Seguendo la ricostruzione etimologica, il termine avrebbe due matrici di significato distinte, entrambe latine. La prima ci riporta aGAUDIA, plurale di GAUDIUM, con l’evidente riferimento a una condizione spirituale connotabile come “tonalizzazione” positiva dell’umore. La seconda, invece, ci riporta a una matrice più materiale del riferimento, essendo JOCA, plurale di JOCUM, da cui lo stesso italiano “gioco”. In questo secondo caso, come si osserva dai dati che ci provengono dall’etimologia, i significati primari del termine rimanderebbero a tutto ciò che, legato alla leggerezza del gioco, produrrebbe piacere. “Gioia”, dunque, rimanda sia a un sostrato materiale, sia a uno, più metaforico, che abbiamo definito spirituale. Ma che significa “spirituale”? Questa parola, come del resto “anima”, attualmente non appare godere di particolare fortuna espressiva. Forse perché inflazionata, forse perché si preferisce sostituirla con termini che possano risultare più credibili a una lettura razionalista degli eventi affettivi; di fatto, dicendo “spirituale”, si corre spesso il rischio di essere fraintesi, come se la metafora utilizzata fosse più “metaforica” (astratta) di altre. In realtà, sappiamo bene come il linguaggio siauna rete di semplici metafore, nel suo insieme tanto mutevole nel tempo,quanto vincolante a norme e regole utili a una mutua comprensione. E per “metaforico” si intende, letteralmente, non solo e non immediatamente il “figurato”, ma l’azione di trasportare qualcosa. Dunque il linguaggio, attraverso le parole, mobilita qualcosa verso qualcos’altro: lega e allo stesso tempo scioglie. Si tratta di un fare immediatamente segno a qualcosa, per il tramite di qualcos’altro. La mediazione trasportata dal linguaggio è certamente il viaggio del senso, che scorre tra ciò che viene significato e ciò che si utilizza per significare, il significante. Il senso scorre nel solco delle due rive del significato e del significante, a volte tracimando nella sua piena, a volte quasi a secco di portata. La parola non è mai la cosa, ma una cosa di natura diversa. Questo è sia il tradimento, sia la forza stessa del linguaggio, per cui, allora, risulta un non-senso presumere ci siano parole più o meno metaforiche, considerato quanto esse siano tutte un dire che è un tra-dire. Ha senso, invece, cogliere il differenziale del senso, attraverso un più o meno di forza che il linguaggio può avere di smuovere e arricchire il fluire del senso. Comprendere. Afferrare. Che significa? Non c’è fatica a volte più grande del tentativo di comprendere qualcosa. Altre volte è invece tutto già dato, tutto così pacifico. Ma è proprio dalla fatica, dalla lotta per il senso, che si evince il valore rivelativo della funzione dello smacco. Non capire. Talvolta così doloroso non capire. Evidentemente non si tratta solo di logica, ma di qualcosa che attiene all’investimento affettivo delle persone. Ovvero tutto quel che c’è di “personale” nelle cose e che troppo spesso la nostra cultura falsamente efficientista tenta di rimuovere – come se le rive avessero senso senza il fiume che le segna, le costruisce e le tra-ttiene nel suo corso. Non capire ci mostra la secca del senso e, allo stesso tempo, la natura del linguaggio, quel suo esser-tramite traverso, vetro opaco dietro alle cose – e le cose così sfuggenti. Cosa cerchiamo nel linguaggio? La presa. Afferrare vuol dire prendere e anche arrestare. Dal linguaggio si pretende il fermo-immagine o, per quelli più ambiziosi, una sorta di surf sulle onde del senso: viaggiare allo stesso ritmo del fluire del tempo dell’intuizione. E come si definisce quel momento in cui si arriva a comprendere, dopo una serie di false prese, appoggi instabili, malsicuri concetti? Dicevamo, c’è sempre del personale in un discorso… Quando si comprende, in qualche modo, ci si ri-comprende. Si è sempre un po’ coinvolti nella spola che si fa, con più o meno forza, tra le rive del significato e del significante. Il momento in cui si afferra qualcosa e in questa presa si coglie il valore più alto della metafora che il linguaggio è, ovvero la promessa, la pro-mozione del senso, allora quello è un momento di gioia. Non una gioia a chiacchiere… una gioia che gioca tra i piaceri e i dispiaceri del sì e del no. Ma una gioia che libera l’energia di un volo. Una gioia “spirituale”, quella che riavvolge il nastro di tutti i sì e di tutti i no. Si tratta di un afferrare l’affermazione più forte, più intensa. Per “spirituale”, allora, proviamo a intendere questo, la forza di una sintesi, di un coglimento così profondo da rimbalzare in superficie con un sorriso aperto e contagioso. La gioia spirituale, quella che ha il senso della metafora più forte, è uno spumeggiante tra-lucere al limite del linguaggio. Si può dire, ma solo dicendo altro. Si può parlare ma solo fuori-traccia. Si può capire, ma solo accettando il fraintendimento.

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Leonardo Pisani

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