IL PUNTO ESATTO

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CRISTINA PONTISSO
Il punto esatto

Guardo a sud, volo con gli occhi sopra i tetti, sopra i lucernai, fino ai grattacieli illuminati, sagomati all’orizzonte. Quando sei andata via, silenziosa, avvolta nella stola, non ti ho biasimata. Sapevo che avresti presto detestato le mie manie, la mia facile irritazione, la fermezza con cui esercito la mia solitudine. Avrei dovuto dimenarmi, forse, affrontare la situazione con altra indole, difendere il mio posto accanto a te. Io, così mediocre, ho invece riempito il fiato di sollievo, incapace di prolungare la mia agonia. Sapevo che prima o poi ti avrei persa e nulla allora ho fatto per trattenerti.

Ora, però, sono prigioniero

Temo che il dolore possa inghiottirmi così mi distraggo in un’osservazione maniacale e fisso dall’alto del quinto piano del mio monolocale una città in transizione. E quanto vorrei che lo fosse anche il mio cuore, che invece mi obbliga ad attraversare ancora e ancora la tua assenza.

Seppur protetto dal vetro sento gli odori delle strade, gli echi del quartiere, vedo la città sfumare, sottrarsi e tornare a me con l’improvviso stridore del treno sopraelevato che passa sotto il mio sguardo, diretto verso nord, facendomi vibrare tutt’uno con il vecchio edificio.

Ho gli occhi annebbiati da una nostalgia disperata; mi sembra a volte che tu mi sia accanto, diafana come un’apparizione. La tua mano calda si incolla alla mia. Non posso deglutire né muovermi. Fisso l’oscurità punteggiata dalla luce elettrica che irradia da finestre, vetrine, lampioni. Fuori è il tumulto della vita eppure, eppure non so discendere le scale per venire a cercarti. Il cuore impazzito m’irrigidisce il respiro, mi paralizza le gambe.

Distolgo lo sguardo ma non posso voltarmi indietro. Troverei il letto disfatto, i bicchieri macchiati, il pavimento sudicio, coperto dei miei stracci. Se tu ci fossi, a calpestare a piedi nudi la mia solitudine, allora sì, sì mi volterei. Invece posso solo fissare gli occhi avanti, immaginare quale delle migliaia di punteggiature abbaglianti ti stia rischiarando adesso il viso che non temo di dimenticare.

Appoggio la fronte al vetro freddo. Piove. Pochi pedoni si avventurano nella sera inclemente. Sommessi, i fari delle rare automobili rischiarano a tratti la città colpendo la superficie umida della strada. Sento l’aria morirmi in bocca, soffoco ma non so desiderare di cambiare posizione. Aspetto, avvolto dalla penombra, di dissolvermi come vapore. Potrei percorrere le strade scivolose, impietosire i negozianti come un miserabile per racimolare qualche moneta, entrare in un bar e ubriacarmi. Solo in mezzo a tanti. Invece mi abbandono al ritmo del mio cuore oppresso e un dolore sordo mi tritura lo stomaco.

Davanti ai miei occhi fluttuano infiniti piani dell’esistenza

Potremmo essere noi quei due passanti sotto un unico ombrello, a braccetto nel mezzo di una strada qualsiasi, identica a mille altre strade. Potremmo sparire in una delle tante abitazioni laggiù e fare l’amore su un tappeto color balena. Mi pare di sentire la tua pelle che si fa granulosa sotto la mia lingua, brivido che contagia, traccia familiare della tua resa. Potremmo andare via salendo su uno dei vagoni del treno, scendere a una fermata qualunque, essere altro da noi, in nuove vite. Se solo l’alba fosse ancora una promessa e la notte, oh la notte amore mio, non fosse inferno a ogni respiro.

Mi sveglio, né sorpreso né disorientato. Da anni ormai questo ricordo mi rapisce nel sonno o mi toglie il fiato all’improvviso. Allora mi vesto, esco per una passeggiata, cammino attento.

Tutto è mutato: allargate le strade per lasciare spazio alle automobili, demoliti gli edifici per dare sfogo alla modernità. Anche quello che ha ospitato i nostri corpi intrecciati non esiste più. Cerco di ricordare il punto esatto in cui si innalzava, appoggio le spalle a una cancellata e mi abbandono.

Sono sopravvissuto a quelle sere d’inverno, quando noi non eravamo più e io ho creduto di morire. Ma le sensazioni di quelle notti mi perseguitano e l’immagine della città guardata dalla mia finestra mi possiede e mi tormenta in modo tanto ricorrente da doverla esorcizzare. Sulle pareti del mio ufficio, decine di schizzi troppo simili per non essere sospetti. Ossessione artistica di un povero impiegato, sussurrano nei corridoi. Non sanno che nei perimetri degli edifici, tra gli infissi dei caseggiati, sopra le linee dell’orizzonte io nascondo il tuo corpo. Io solo vedo nelle strade abbozzate a matita le tue spalle asciutte, le tue cosce tornite, io solo rintraccio il tuo sguardo sfuggente tra i rami dei pioppi, la tua bocca accogliente nell’insegna lontana di un locale e i tuoi nei nelle stelle.

Chissà dove sei ora, se ti è mai capitato di passare di qui e alzare lo sguardo cercando la mia ombra dietro la finestra, chissà se ti è mancato il respiro per un piccolissimo istante scoprendo che nulla esiste più se non nella nostra memoria.

Ma no, io ti immagino mai stanca di ballare, dimentica di me e delle mie stramberie. Sorrido di questa immagine, abbasso gli occhi alla strada e mi incammino a piedi, da solo, verso nord. È una notte mite di primavera eppure inspiro un fumo nebbioso e le mie suole rilasciano impronte umide di pioggia.

*Cristina Pontisso

 

CRISTINA PONTISSO

*Nasce a Roma, si laurea in storia dell’arte contemporanea, poi si trasferisce nella Tuscia dove attualmente lavora nel turismo culturale e fa la mamma. Lettrice onnivora, ama anche scrivere. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su riviste indipendenti e il suo primo romanzo Una su dieci è rappresentato da Lorem Ipsum.

 

 

 

il link della rivista sasso/carta su cui è pubblicato: https://www.sassocarta.com/blog/2018/11/6/il-punto-esatto

 

 

 

Domenico Leccese 

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