DIGNITA’, LEMMA DA AUTORITRATTO

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di Rosella Corda*

Rosella Corda

Parola chiave e tematica, all’ordine del giorno nella politica e nel sociale. Ma che significa “dignità”? Dal latino DIGNITÀTEM, astratto di DIGNUS, “degno”. Chi può dirsi degno ed evocare in tal senso un profilo di dignità? Come spesso accade in questa rubrica, una parola si porta su di un soggetto, si soggettivizza, si caratterizza in relazione a un Chi. La soggettivazione è quel laborioso cantiere in cui continuamente si produce, si realizza, passa all’atto, ogni persona. Le potenzialità di ciascuno sono messe in gioco, stimolate dal contesto e dall’entourage, e si diviene così la persona che si è. Il processo di soggettivazione potrebbe essere immaginato come il prendere forma, graduale, di un auto-ritratto, in teoria sempre da definirsi. Mentre nel guardarsi allo specchio siamo di fronte a una contemplazione che allinea i punti, per quanto ogni volta la nostra attenzione faccia leva su di un dettaglio o su un altro, dal momento che l’osservazione è sempre e inevitabilmente parziale e, da quella parzialità, circola sulla superficie del riflesso alla ricerca del suo tempo di posa, nel ritrovarsi dello sguardo nel proprio specchio; nell’auto-ritratto è in gioco un saper-fare, oltre un saper-guardare, e un tempo di posa che ha a che fare, ancora più fortemente, con la memoria. Ci sono auto-ritratti fatti di parole, di immagini. Auto-ritratti spiati allo specchio, quindi con l’aiuto di un riflesso, che inevitabilmente verrà tradito nella resa del volto artefatto. Auto-ritratti astratti, de-formanti, come sculture scavate al contrario, in cui invece di partire dall’informe e, scalpellando, scoprire la forma, partire dal perimetro della forma e ricercare le forze che la percorrono, la popolano, la animano e disanimano, la rarefanno. L’elemento in comune degli auto-ritratti è forse il tratteggiare. Il tratto è nel gesto e il gesto nell’orma che si lascia. L’auto-ritratto è un po’ come un’impronta, un passo al di là. Si tratteggia come si segue una via, una strada che però è sempre nuova, su cui si fa l’esperienza del cammino. È l’andare che fa la via o, meglio, si va via facendosi largo. L’auto-ritratto è anche il gesto di prendere le distanze e le misure. Scomporre e ricomporre: da una posa a una posizione. Tutto questo – e molto altro – è la storia della soggettivazione, il suo articolato processo di auto-determinazione sempre aperto. Quando si parla di “determinazione”, si pensa spesso alla fermezza – di una scelta, di uno stato di cose…. Il mito dell’auto-determinazione, allora, sembra contraddire tutto quello che fin qui ho detto e ci ha portato ad affermare, qualche parola più sopra, che si parla di processo di “auto-determinazione aperto”. Una determinazione malferma dunque? Il tratteggiare dell’auto-ritratto, che abbiamo fin qui assunto come metafora del faticoso movimento di acquisizione di auto-consapevolezza, è sempre un tratto tremulo. Come una vertigine che si apre nello specchio e lì rimescola i colori. L’auto-determinazione, un tempo intesa come cifra assoluta della soggettività umana, in tutto coincidente con la sua identità, è qui evocata per richiamare invece una processualità sempre radicalmente aperta. Quanto più si tratta di auto-determinazione, tanto più si parla di un in-definito: un auto-ritratto che non si chiude mai, aperto sul passato come sul futuro, a partire da un presente sensibilissimo. Il divenire persona qui evocato è dunque una rivelazione che, come sappiamo, per raccontarsi deve dire-altrimenti. Deve tradire, dire attraverso e quindi truccarsi, colorare. Ogni espressione del volto è un raccontare altrimenti la vita fugace di un’emozione: il suo passaggio, il suo tratto, il suo plasmare il nostro profilo ogni volta in modo diverso. Divenire persona è divenire maschera… Ma soggettivarsi non è assoggettarsi o assoggettare. Maschere, non fantocci, non marionette. L’auto-determinazione è, in forza di questo merito, un argine all’assoggettamento. Ho detto “merito”. Che vuol dire DIGNUS, da cui “degno”? Vuol dire “merito”.La dignità è qualcosa che ha a che fare con questo “merito” qui: il paradosso della fermezza dell’aperto.

Si sente spesso parlare di dignità, come fosse un argomento o un sigillo da apporre alle carte. Ma per parlare di dignità ci vuole delicatezza. È una di quelle parole che richiedono pudore. Viceversa vergogna. Il pudore è quella condizione di soglia, che ci mostra come ci si sia portati a cospetto di una nudità, un territorio da scoprire e nel “quasi” della sua scoperta. Lo pseudos della maschera. Quell’auto-determinazione paradossale (una fermezza aperta). L’artista che lavora al proprio auto-ritratto va spiato in silenzio e, non senza imbarazzo, ci si riscopre nello stesso quadro. La vergogna, invece, rappresenta lo scarto di una inadeguatezza. È inadeguato parlare di dignità senza voler comprendere, con umiltà, quale sia il merito della questione. E qui il merito è lo scandalo della persona, della sua eccedenza, della sua soggettivazione sempre aperta. “Scandalo” nel senso letterale di “inciampo”, sia che si giunga a queste contrade da destra o da sinistra. La dignità è ciò che non può che fare scandalo, poiché è esattamente la cifra della singolarità irriducibile che appartiene a ciascuno di noi. La qualità, il talento, l’elemento in sé differenziale, per certi aspetti caotico, entropico, asistematico. E non c’è alcun mercato per questi auto-ritratti, perché, come per ogni pezzo unico, il valore espresso è incommensurabile. A rigore, per dignità non ci sono bisogni, perché degno è chi offre sempre un-di-più che solo un’incomprensione tendenziosa può tradurre in termini negativi. Pur rompendo ogni logica del riconoscimento, poiché il suo paradosso rappresenta la maglia rotta nella rete, è degno chi postula tutte le formule del riconoscimento, determinandole. Perché non c’è politica che non debba, a rigore, aprirsi, ma con il dovuto “pudore”, alla dignità della persona e alle opportunità di pieno sviluppo da essa postulate. Solo questo  può restituire potenza alla politica, l’umiltà di rinunciare alla prepotenza del potere di assoggettamento, che invece fa sì che dalle maschere si passi, come si diceva più sopra, alle marionette – e con i fili tagliati, visto che siamo tutti nella stessa commedia senza autore e senza burattinaio.

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PhD. Filosofia e Storia

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Leonardo Pisani

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