OMICIDIO LIDIA MACCHI: INTERVISTA ALLA CRIMINOLOGA URSULA FRANCO, CONSULENTE DELLA DIFESA

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Dott.ssa URSULA FRANCO
Omicidio Lidia Macchi: intervista alla criminologa Ursula Franco, consulente della difesa
La criminologa Ursula Franco si è occupata di casi importanti, recentemente ha fornito una consulenza alla difesa di Stefano Binda, condannato all’ergastolo per un omicidio del 1987. Lidia Macchi è stata uccisa con numerose coltellate il 5 gennaio 1987 nel bosco di Cittiglio.

Dottoressa Franco, come si risolve un caso vecchio di decenni, un cosiddetto Cold Case?

I motivi per i quali un caso non viene risolto sono due: o ci sono state mancanze investigative o non si sono tratte le giuste conclusioni dopo aver esaminato le risultanze delle indagini, pertanto non è detto che un caso vecchio di decenni si possa sempre risolvere.

Nel caso dell’omicidio di Lidia Macchi, è agli atti il nome dell’assassino?

No. Le indagini sono state lacunose e sono stati fatti errori grossolani nella ricostruzione dell’omicidio e riguardo al movente. Gli interrogatori delle persone informate sui fatti, risalenti al 1987, non solo sono interrogatori alla vecchia maniera dove sono assenti le domande e le risposte non sono state trascritte fedelmente ma sono incompleti, nel senso che non si è indagato sui movimenti degli amici di Lidia relativi al pomeriggio del 5 gennaio 1987 in specie tra le 17.00 e le 18.00, un orario chiave.
In ogni caso, nonostante le lacune investigative, anche a distanza di decenni, con tutta probabilità si sarebbe potuto isolare il DNA dell’omicida di Lidia dai suoi abiti ma gli stessi sono stati distrutti. In omicidi così vecchi solo una eventuale prova scientifica capace di collocare senza ombra di dubbio un indagato sulla scena del crimine permette di attribuirgli la responsabilità. A monte è però necessario che la ricostruzione dell’omicidio sia impeccabile, senza smagliature, è da lì che bisogna partire.

Che cosa si sarebbe potuto trovare sugli abiti di Lidia?

Il sangue del suo assassino. Quando un soggetto colpisce una vittima con numerose coltellate, come in questo caso, di frequente si ferisce, perché dopo i primi colpi il coltello si sporca di sangue e gli scivola dalle mani, in specie quando lo stesso, dopo aver colpito il tessuto osseo, si arresta.

Dottoressa chi si trovava alla guida dell’auto al momento dell’aggressione?

La povera Lidia. Lo provano la posizione avanzata del sedile del guidatore e la dinamica dell’aggressione.

Vuole ricostruire per noi l’omicidio di Lidia?

Certamente. Lidia raggiunse il bosco di Sass Pinin alla guida della sua auto, l’assassino, che era seduto sul sedile del passeggero, scese, si diresse dalla parte del guidatore, aprì la portiera e le inferse le prime coltellate, Lidia tentò di parare i colpi, uno dei primi la attinse alla mano sinistra. La ragazza si difese con la mano sinistra perché tra l’aggressore e la sua mano destra si trovava il volante dell’auto. La Macchi, dopo aver parato uno dei primi colpi con la mano sinistra si mosse verso il sedile del passeggero, spostò il busto verso destra e mise il piede destro avanti, poi il sinistro, lasciando indietro la gamba destra allungata che venne attinta dal colpo sotto il gluteo. A questo punto Lidia crollò temporaneamente sul sedile del passeggero e lo macchiò di sangue. Il sangue repertato sul sedile del passeggero non è sangue proveniente dalla mano sinistra ma dalla ferita sotto il gluteo destro. Poco dopo Lidia si mosse e i suoi pantaloni assorbirono, all’altezza del gluteo sinistro, parte del sangue presente sul sedile che era fuoriuscito dalla ferita infertale sotto il gluteo destro. Lidia riuscì infine ad uscire dall’auto ma venne raggiunta dall’aggressore che fece il giro dell’auto dall’esterno e l’accoltellò prima anteriormente e poi posteriormente e si dileguò.

Chi coprì il cadavere di Lidia con un cartone?

Non l’omicida che non era certamente un soggetto capace di rimorso ma qualcuno che era solito frequentare quei luoghi e che non si rivolse alle forze dell’ordine perché probabilmente era un pregiudicato, posto che il cadavere della Macchi rimase a lungo in balia degli avventori di quel luogo, coppiette, prostitute, transessuali, tossicodipendenti e spacciatori. Lidia infatti fu uccisa la sera del 5 gennaio ed il suo corpo venne ritrovato dagli amici nella mattinata del 7.

Quindi se Lidia si trovava alla guida e non fu l’assassino a coprire il cadavere con un cartone perde di consistenza l’ipotesi che ad uccidere Lidia sia stato un conoscente?

Posso dirle che non c’è nulla agli atti che lasci pensare che Lidia conoscesse il suo assassino.

E allora chi la uccise?

L’ipotesi più probabile è che Lidia sia stata una vittima casuale di un predatore violento. Chi uccise Lidia si organizzò per uccidere, condusse l’arma con sé e lasciò al caso la scelta della vittima. La casistica insegna, alcuni predatori sono abili manipolatori capaci di di conquistare la fiducia delle loro vittime. Il contesto in cui Lidia raccolse il suo assassino è la chiave: un ospedale, un luogo dove non è difficile muovere a compassione, è probabile che quello che si sarebbe rivelato poi il suo assassino l’abbia convinta ad accompagnarlo da qualche parte, forse alla stazione di Cittiglio, che si trova poco distante dal bosco di Sass Pinin, luogo del ritrovamento del cadavere.

Chi scrisse IN MORTE DI UN’AMICA?

Semplicemente un amico con tutta probabilità appartenente al Movimento di Comunione e Liberazione, non l’assassino. Chi scrisse la poesia fece infatti riferimento ad una errata ricostruzione dei fatti, ovvero lasciò intendere che Lidia fosse stata uccisa durante un tentativo di stupro, un’ipotesi della prima ora condivisa da parenti, amici, conoscenti, giornalisti e grande pubblico ma smentita dall’autopsia.

Dottoressa Franco, in questo caso giudiziario c’è qualcuno che sa e tace?

Certamente, sono tre le persone che potrebbero far scagionare Binda, l’assassino di Lidia, che però dopo 31 anni potrebbe pure essere passato a miglior vita, l’autore della poesia anonima IN MORTE DI UN’AMICA, cui appartiene il DNA repertato nella colla della busta e un altro soggetto di sesso maschile che incontrò Lidia nel pomeriggio del giorno della sua morte tra le 17.00 e le 18.00; gli ultimi due, ritengo che fossero coetanei di Lidia e, se ci atteniamo alle tavole di mortalità, possiamo aspettarci che siano ancora in vita.

Stefano Binda

Riguardo all’alibi di Stefano Binda che può dirci?

Stefano Binda, sentito il 13 febbraio 1987, all’indomani della morte di Lidia, riferì di essere stato a Pragelato dal primo gennaio al 6 gennaio 1987.

Il fatto che gli inquirenti non si siano accertati della veridicità del suo alibi e che dopo 30 anni gli amici che parteciparono a quella vacanza non si siano ricordati di lui non può ritorcersi contro Stefano Binda, sono da biasimare in merito soltanto coloro che nel 1987 si occuparono delle indagini relative all’omicidio di Lidia Macchi e non controllarono il suo alibi, che non si informarono su chi si fosse recato a Pragelato.

Peraltro, l’amico Donato Telesca, che ricorda di essersi intrattenuto al bar con Binda durante quella vacanza, ha un buon motivo per ricordarsi di quei giorni, gli era accaduto infatti di perdersi e di doversi rivolgere ai Carabinieri. Vede il fatto che alcuni ragazzi si siano ricordati, anche a distanza di tanti anni della frattura della gamba del responsabile del Movimento, di uno scherzo o della notizia della scomparsa di Lidia e non di Stefano Binda non esclude che Binda si trovasse a Pragelato perché è risaputo che solo i ricordi con un certo impatto emotivo si conservano a lungo.

E aggiungo che se Binda avesse ucciso la Macchi non avrebbe avuto un alibi pertanto avrebbe confermato la dichiarazione del Sotgiu, risalente al 13 febbraio 1987, che, sbagliandosi, aveva riferito agli inquirenti di essere stato al cinema con Binda la notte dell’omicidio ed invece il Binda lo smentì, evidentemente perché un alibi l’aveva: Stefano Binda si trovava con gli amici in vacanza a Pragelato.

la cosiddetta superteste Patrizia Bianchi

Infine, che cosa pensa del contributo dato alle indagini dell’ex amica di Binda, quella Patrizia Bianchi ritenuta un superteste dell’accusa?

Le informazioni fornite dalla Bianchi non sono di nessun interesse, peraltro la teste durante la sua deposizione ha dissimulato e ha usato alcuni escamotage linguistici per apparire convincente, in specie non ha riferito il vero in merito alla telefonata intercorsa tra lei e Stefano Binda il 7 gennaio 1987 in cui fu la stessa Bianchi a parlare di una eventuale arma del delitto.

 

Stefano Binda

Dottoressa Franco, che cosa pensa dei giudizi emessi sul caso da alcuni personaggi?

Si tratta di un pessimo pourparler fatto in nome dello spettacolo e messo in scena sulla pelle del povero Stefano Binda da soggetti spesso privi di competenze o a digiuno del caso; dubito fortemente che questi signori abbiano avuto accesso agli atti ma soprattutto dubito che questi campioni dello sprezzo dei diritti umani abbiano investito circa 400 ore del loro tempo nella lettura degli stessi.

 

 

 

 

Domenico Leccese 

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