LA PASSIONE ROSSOBLU DEL POETA ANDREA GALGANO

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di Leonardo Pisani
Il testo “La piena dei colori” scritto dal poeta Andrea Galgano, dopo la partita Potenza-San Severo del 29 marzo non racconta solo di una passione. Unisce volti, figure (come lo zaino del sole del presidente) e luoghi attraverso una narrazione che descrive la memoria, la passione, la gioia e i due colori, che fondendosi diventano, come nel caso di una delle coreografie della curva, un’unica ebbrezza cromatica.
La piena dei colori
Abbiamo baciato il blu-cielo
quando si raccoglieva nei volti
era la fine di ogni guerra
devono essere così gli spalti della gioia
arrivare ai polsi dei sorrisi
che nelle alte foci d’inverno
inseguono un coro di sogno
il saluto alle tribune, la nascita nera della notte
gli sguardi vigili
l’agone prima di ogni respiro
e lo zaino del sole
quale sarà il colore delle nostre dita
l’estate
che solleva lacrime ebbre
e balconi inviolati di edera
sono i baci delle nostre anime
i ragazzi che amano
questi steccati di folla
e assolo di reti in piena
è la nostra vita
che fonde i colori
come curva di lavanda
sia raccolto questo buio di fiori
la nostra festa cremisi di quasi aria
il nostro mantello
come scena immensa.
Andrea Galgano (1981), poeta, scrittore e critico letterario, è nato e cresciuto a Potenza. Collabora con il periodico on-line Città del Monte, per il quale è editorialista e curatore di poesia e letteratura, e per il quotidiano “Roma”. È docente di letteratura presso la Scuola di Psicoterapia Erich Fromm di Prato, fondatore e direttore responsabile di «Frontiera_di_pagine_magazine_on_line», coordina lo studio dei processi di formazione letteraria nelle professioni intellettuali per la Scuola di Psicoterapia Erich Fromm. Ha scritto i libri di poesie Argini (Lepisma editrice, 2012, prefazione di Davide Rondoni) e Downtown (Aracne, 2015, tavole di Irene Battaglini, prefazione di Giuseppe Panella) ed è membro del comitato scientifico della collana “L’immaginale” per Aracne editrice, Roma, per la quale ha pubblicato i saggi Mosaico (2013) e Di là delle siepi. Leopardi e Pascoli tra memoria e nido (2014, prefazione di Davide Rondoni, preludio di Irene Battaglini), e con Irene Battaglini i due volumi Frontiera di Pagine (2013, 2017) che raccolgono saggi e interventi di arte, poesia e letteratura e il catalogo Radici di fiume (Polo Psicodinamiche, 2013), un intenso percorso osmotico di arte e poesia. Ha firmato 25 testi poetici in Desinenze di Luce (Calebasse, 2015) con il fotografo d’arte Renato Maffione, in un connubio originale tra parola e immagine. Di calcio, poesia e letteratura ne parliamo con lui.
Andrea Galgano, quando nasce la tua passione per il calcio, intendo per quello visto sul campo?
«La mia passione per il calcio nasce, sin da piccolo, per la bellezza geometrica del Milan di Sacchi e le prodezze atletiche ed esemplari di Paolo Maldini. L’amore per il Potenza mi riporta alle domeniche in tribuna con mio zio e dai tredici anni in poi in curva. Ho sempre amato la visceralità polifonica del calcio, i riti, la passione, la gioia e, come ha scritto il filosofo Sergio Givone, il paradosso per cui la vita sia una metafora del calcio».
È raro leggere poesie sul calcio, sbaglio?
«Leopardi nel 1821 scrisse Ad un vincitore nel pallone, dedicata a Carlo Didimi, il campionissimo della palla col bracciale, in cui ritrovò l’ardore e la vitalità feriale degli eroi antichi, oltre il tempo: «Di gloria il viso e la gioconda voce, Garzon bennato, apprendi». Poi ancora Saba che descrisse il rapimento, l’introspezione umana e la gioia per le vittorie della Triestina, nelle Cinque poesie per il gioco del calcio, nella sezione del suo Canzoniere, intitolata Parole. E ancora Vittorio Sereni e la sua domenica sportiva di meriggi canori e pioggia che cancella».
Eppure il calcio è anche epica, racconti del passato, il gioco per eccellenza da bambini sognando un goal. Per fortuna nella prosa c’è tanto calcio, non solo in Italia.
«Il grande scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, nel suo Splendori e miserie del gioco del calcio ha parlato del calcio come riscatto, utopia e opposizione al potere. Rappresenta l’arte dell’imprevisto e la lingua comune, come finestra di immaginazione. Manuel Vázquez Montalbán, soffermandosi su Galeano, Borges, Soriano ha parlato di forma d’arte popolare e una moderna forma di epica. Pasolini, che è stato una forte ala destra, ha assimilato il calcio a un vero e proprio linguaggio, come sistema di segni che ha le caratteristiche di quello scritto-parlato. Attraverso lo stupore del goal, invenzione e sovversione del codice, ineluttabilità, folgorazione, stupore, come dichiarato in un’ intervista a ”Europeo” ha affermato: «Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro».
Sei un tifoso del Potenza, ma vivi anche a Prato. Come vivi la domenica toscana?
«La domenica quando sono in Toscana la consegno alla bellezza delle lezioni di letteratura e di psicoanalisi alla Scuola di Psicoterapia Erich Fromm di Prato, in cui non è raro che io introduca il tema del calcio dal punto di vista poetico ed estetico con un gruppo di allievi appassionati di psicologia dello Sport ma con un orecchio al “mio” Potenza anche a distanza».
Hai mai pensato a una serie di racconti o un romanzo ispirato agli 11 leoni rosso blu, alle diverse “Potenza” dai frequentatori di Via Pretoria alle periferie, anche alle comunità limitrofe che si ritrovano uniti nel Viviani?
«Sarebbe un’idea molto interessante, anche perché la letteratura è scavo di ciò che è anche appena visibile o nascosto. Chissà che non possa venir fuori prima o poi…»

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