GIOVANNI FASANELLA E IL PUZZLE MORO: IL DELITTO POLITICO PER ECCELLENZA

Condividi subito

di Leonardo Pisani
Quaranta anni per scrivere un libro sul delitto politico più grave della storia della Repubblica Italiana, destinato a sconvolgere il corso della storia del Belpaese. Da quando Giovanni Fasanella giovane cronista della redazione de “l’Unità” a Torino in quel tempo. Un libro che viene da lontano, quaranta anni senza sosta nel lavoro del giornalista e saggista lucano, partendo dalle testimonianze e confidenze raccolte nel corso di un’indagine nel periodo torinese, poi continuato a Roma con “l’Unità”, poi a “Panorama”. È stato chiaro Fasanella ad Avigliano nel presentare “Il Puzzle Moro” in una iniziativa promossa dal circolo del Pd: si sa chi ha ucciso Moro quel 9 maggio 1978, niente teorie complottistiche o altro ma gli interrogativi, nonostante la mole di documenti restano averti e Fasanella pone nel libro diversi interrogativi. Perchè accadde? Perchè in Italia? E perché Moro? Due ore di discussione serrata, una sala piena con pubblico eterogeneo, al tavolo assieme a Giovanni Fasanella e lo storico Donato Verrastro, il moderatore Salvatore Santoro, il segretario cittadino Donatello Pisani, il sindaco di Avigliano Vito Summa, l’on Vito De Filippo anche un “avversario” politico di Moro, il già presidente della Regione Tonio Boccia, giovane doroteo all’epoca, che ha evidenziato lo spessore di Aldo Moro:”aveva il 3 % nel partito ma quando parlava ai congressi Dc, anche noi avversari gli andavamo dietro”. Un grande della Prima Repubblica, nel libro lo si evidenzia, anche Vito De Filippo, all’epoca giovane studente alle superiori evidenzia una caratteristica peculiare di Moro: vedere avanti e vedere oltre. «Che il caso Moro non sia un caso solo nazionale è ormai stato ampiamente illustrato – dice De Filippo – lo dice il libro e le ricerche di Fasanella e anche l’ultima commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dall’onorevole Giuseppe Fioroni: Il ruolo dell’Italia e di un leader che già negli anni sessanta voleva una Italia e una Europa dei popoli, sono alla base di una complicata e drammatica storia politica con complicati esiti imprevedibili che hanno cambiato la storia del nostro paese». De Filippo poi pone l’attenzione sulla politica internazionale di Moro, che coniugava quello straordinario sviluppo economico dell’Italia degli anni 60, delle aziende pubbliche di Stato e di una visione mediterranea anche della politica, quel mare dove gli interessi della Francia e della Gran Bretagna era fortissimi, quel “Mare Nostrun” degli antichi romani ora diventato “Mare Mostrum” sottolinea il deputato del Pd:« se un futuro alcuni archeologi marini faranno delle ricerche, vedendo quanti scheletri troveranno, si chiederanno che guerra mondiale sia scoppiata in questi nostri periodi»Qui arriva il vero punto della questione che Giovanni Fasanella mi ha detto di evidenziare e nella prefazione è scritto chiaramente che nel paese libero Italia: « si celavano vincoli esterni, imposti addirittura dai trattati internazionali post-bellici, che impedivano all’Italia di avere una propria politica estera e della sicurezza, e un regime interno piena- mente democratico. Ciò che non si poteva dire, in altre parole, era che l’assassinio di Moro fu un vero e proprio atto di guerra contro l’Italia anche da parte di Stati amici e alleati, un attacco alla sovranità di una nazione e alle sue libertà politiche portato da interessi stranieri con la complicità di quinte colonne interne». Tutto nei documenti, la mole delle ricerche di Fasanella è immensa, alcuni estratti del ruolo delle diplomazie estere: “Dobbiamo scoraggiare le iniziative indipendenti del governo italiano nel Mediterraneo e in Medio Oriente – nota del Foreign Office inglese, Azione di sostegno di un colpo di stato in Italia o di una diversa azione sovversiva- titolo di un documento top secret del governo britannico. L’influenza di Moro e Berlinguer sulla politica estera italiana è forte e potrebbe avere serie ripercussioni. Il governo Italiano va mantenuto sulla giusta via- rapporto dell’ambasciatore britannico a Roma Alan Hug Cambell», Fasanella mi dice anche per telefono sulla mancata liberazione « Non importa se le Br erano etero dirette o meno è secondario, mi raccomando evidenzia che alla Brigate Rosse e a tutto il partito armato dell’epoca fu consentito di fare tutto perché avevano smantellato il reparto speciale anti terrorista del Generale Dalla Chiesa nel 1975». Nulla fu fatto quando avvertirono di un possibile rapimento, poco durante i 55 giorni per liberarlo, ci furono pressioni internazionali, con quinte colonne negli apparati italiani, pubblici e privati. Fasanella ha anche incontrato Adriana Faranda, che ha detto che non poteva escludere che fosse successo qualcosa sulle loro teste che non sapevano. Scrive Fasanella nella prefazione: «Oggi, per fortuna, molte cose sono cambiate. Sono sempre più numerose le fonti aperte. E i materiali a disposizione consento- no ai ricercatori di ricostruire la complessità del caso Moro. Di individuare tutti i soggetti che ebbero un ruolo, diretto o indiretto. Di delineare con altrettanta precisione le dinamiche che si svilupparono tra i vari attori: protagonisti,comprimari e comparse. Di ricomporre il quadro del “grande gioco” che si dispiegò prima, durante e dopo i “cinquantacinque giorni”. E di dare, quindi, una risposta – perché una risposta c’è – a quelle domande fondamentali. Ma per vederci più chiaramente è necessario cambiare approccio mentale e metodologico. Il caso Moro non è un cold case da protrarre all’infinito, in cui scoprire un assassino sempre più misterioso e inafferrabile. E non può neppure essere circoscritto ai cinquantacinque giorni. E’ una vicenda che coincide con la parabola politica del suo protagonista e affonda le proprie radici nelle anomalie della storia italiana del dopoguerra. Una storia molto complessa di cui non si tiene quasi mai conto. E che sfugge innanzitutto ai brigatisti rossi, convinti di essere stati il motore esclusivo di avvenimenti che sono invece più grandi di loro. D’altra parte, di fronte all’immane tragedia provocata, alle tante vite bruciate (degli altri, ma anche le proprie) non è facile ammettere di essere stati, alla fine, soltanto degli utili idioti».
Poi c’è un disegno internazionale e Fasanella fa dialogare le vari fonti documentali, da giornalista di razza. Fasanella mi spiega : «Tra Mattei e Moro c’è una continuità, avevano conquistato posizioni di influenza tramite una politica di scambio energetico che dava fastidio alle Sette Sorelle e della Gran Bretagna che davano il 50 per cento ai paesi produttori. Mattei diceva “volevano che ci sedessimo su uno strapuntino e raccogliessimo le briciole che le Sette Sorelle ci lanciavano. Mattei invece dava ai paesi produttori il 75% e il restante all’Eni e dando in cambio la tecnologia delle aziende di stato e in più anche aiuti economici per liberarsi dal colonialismo. Gli Inglesi lo definivano una “verruca. Una escrescenza” “un pericolo mortale da eliminare”. Erano convinti che finito Mattei, fosse finito il pericolo. Invece no. Gli Inglesi agli inizi non consideravano Moro un pericolo, prima non lo vedevano come un problema, poi quando con Fanfani crea il centrosinistra organico, porta la destra italiana più reazionaria cioè la destra politica, economica, finanziaria a considerare Moro come un cavallo di Troia per l’ingresso del comunisti al governo e poi Moro nella politica internazionale porta alle estreme conseguenze la politica di Mattei, e raggiunge un risultato paradossale: l’Italia sconfitta nella guerra diventa egemone nel Mediterraneo e vince la guerra nell’economia. Queste due situazioni si intrecciano e Moro diventa un personaggio scomodo da eliminare» Insomma Moro come Mattei, l’Italia faceva paura perché da paese distrutto dalla guerra aveva superato Francia e Gran Bretagna, faceva paura e forse fa ancora paura, perché ha una dote: la creatività. Questo libro fa capire gli italiani a noi italiani. Da Leggere e come sottolinea lo storico Donato Verrastro, altro partecipante alla discussione: « Il volume, attraverso fonti inedite provenienti prevalentemente dagli archivi di Stato inglesi, memorialistica e atti delle Commissioni parlamentari d’inchiesta, delinea un quadro ampio di riferimento entro la cui cornice inserire il lacerato 1978 italiano. L’elemento nuovo, in una ricerca che segue a una nutrita pubblicistica sull’argomento, è rappresentato dall’ottica di riferimento, che dilata lo spazio dell’analisi, tentando la “globalizzazione” di una vicenda troppo a lungo ascritta a questioni esclusivamente di politica nazionale, e radica, in un’ottica di tempo lungo (partendo dagli equilibri decisi a Jalta nel 1945 e dai trattati di pace del 1947), il cosiddetto “caso Moro”. Nello specifico, pur nel solco della storiografia consolidata che riconduce i fatti della primavera del ‘78 al tentativo di frenare i progetti riformatori italiani, che vedevano nell’avvicinamento tra Moro e Berlinguer il loro punto di forza, il volume ricostruisce quel mondo carsico di interessi violati e di tentativi di destabilizzazione che, nel corso di un trentennio, crearono le condizioni perché l’Italia del compromesso storico non giungesse a vedere la luce».

Condividi subito