VUOTO

Condividi subito

Vigili del fuoco dall’Umbria a Genova
Con gentile concessione ed autorizzazione vi proponiamo una nota a cura di Rossana D’Ambrosio

“Sopra un cumulo di macerie, al di sotto di un troncone di ponte sospeso nel vuoto, un cane dei soccorsi rischia la vita per salvare i superstiti. Quanto sia davvero consapevole non è lecito saperlo. Non sappiamo nemmeno quanta consapevolezza di un potenziale disastro avesse il buon ingegner Morandi, classe 1902, deceduto nel 1989, fino all’altro ieri ricordato con onore nonostante avesse in ogni suo progetto sbagliato qualche calcolo.

Quello per esempio del ponte venezuelano General Rafael Urdaneta, crollato nel 1964, due anni dopo la sua costruzione. Una petroliera fuori controllo si schiantò contro le pile 30 e 31, provocando il crollo di ben tre campate. L’ingegner Morandi non aveva preso in considerazione il passaggio di petroliere di grosse dimensioni. Ogni tanto qualche metro sfugge. L’ingegnere non aveva preso in considerazione nemmeno il deterioramento della struttura in cemento. Quasi che la sua bellezza dovesse per forza superare i timori sulla solidità di un ponte sospeso attraverso la città di Genova.

Quel pasticciaccio brutto del General Rafael Urbaneta in fondo non poteva essere paragonato al viadotto Polcevera, inaugurato il 4 settembre del 1967 in una giornata di pioggia e rimasto in piedi almeno fino alle 11:30 di ieri. E in una giornata di diluvio universale è venuta giù la parte centrale, trascinando con sé uno dei piloni, con tutte le auto e i mezzi pesanti che lo stavano malauguratamente attraversando. Nell’immediato è stata individuata la causa nel forte temporale che imperversava. Riflettendo poi con raziocinio, anche i giornalisti meno avvezzi alla valutazione scientifica si sono ricreduti: un po’ di pioggia non può causare il crollo di un viadotto in cemento armato. Come gran parte degli italiani abituati a spostarsi, molte volte ho attraversato quel ponte. Molte volte ho avuto l’impressione di trovarmi vertiginosamente sopra un dondolo alto centinaia di metri. Un ponte all’avanguardia, definito dal professor Bencich un fallimento dell’ingegneria: un ponte ben progettato dura cent’anni senza grossi interventi di manutenzione, ricorda ancora il docente. Mentre questo ne ha necessitato appena vent’anni dopo la sua apertura.

La difficoltà di questo ponte sono affogate nel calcestruzzo, non sono in vista, non sono accessibili.
È facile dire qualcuno ha sbagliato, ma tecnicamente non era un problema semplice.
L’altro grosso errore commesso è stato sottovalutare lo stress dei materiali al di sotto del quotidiano passaggio di mezzi pesanti: Genova è un porto di mare, vasta città attraverso la quale sono destinate inevitabilmente a passare merci in grosse quantità. Fra i tanti comitati sorti in questi anni, No-Tav, No-Vax, etc., ce n’è uno che non è sfuggito all’attenzione successiva alla tragedia: è il comitato no-Gronda, che si opponeva alla costruzione di una bretella alternativa al ponte Morandi, giudicata utile dal precedente ministro Delrio e accantonato dall’attuale ministro Toninelli.

Il rappresentante del Consiglio Nazionale degli Ingegneri Massimo Mariani spiega come la perdita anche solo di uno strallo, essendo bilanciato con gli altri, possa effettivamente causare il crollo di questa tipologia di ponte: uno strallo è una trave che collega agli altri elementi, che sta a bilancia e non si appoggia da nessun’altra parte. Venendo meno uno strallo, si scompensa anche il resto. Ciò che spaventa, in realtà, è sapere dagli ingegneri come lo strallo in cemento armato abbia una resistenza inferiore alla trazione esercitata dal passaggio dei mezzi, rispetto a quello in acciaio: dunque è un miracolo che sia rimasto in piedi fino al 2018.

Questo spiega come la sua arditezza sia poi all’origine della tragedia. Una bilancia sbilanciata, comunque destinata al collasso. Una mancata diagnosi, o piuttosto un ponte sbagliato per una città con un transito di merci di portata eccezionale sempre maggiore, che non guardava oltre i favolosi anni Sessanta. Le opere di ingegneria, in fondo, devono prendere in considerazione anche la viabilità in relazione alla situazione geografica.

Se attraverso un viadotto passano tre auto al giorno, lo stress è molto inferiore rispetto al passaggio di tre tir. Moltiplichiamo il numero reale dei mezzi passati per ciascun giorno, e poi per ogni anno, a partire dalla sua inaugurazione: il crollo era inevitabile, salvo interventi massicci o la chiusura immediata.

Se in Italia si costituissero meno comitati e si agisse un po’ più con la testa, e meno con il cuore, non staremmo quì a scavare per ritrovare sopravvissuti o solo salme.

Ora è il momento del cordoglio, del rammarico per chi non c’è più. Due famiglie sterminate, almeno una quarantina di vittime.

Quanti altri ponti a rischio crollo, in Italia?

Alle tragedie c’è sempre una motivazione razionale, e una tragedia di questa portata sarebbe potuta essere evitata: ogni opera è figlia del proprio tempo, e questa opera è figlia della ricostruzione del dopoguerra (Diego Zoppi). Le città si trasformano. E con esse devono evolversi le strutture che le compongono, altrimenti collassano come castelli di carte.”

 

Domenico Leccese 

Condividi subito