LA NUOVA LEGGE ELETTORALE FA SLITTARE IL VOTO A GENNAIO

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di Ferdinando Moliterni

Le modalità burrascose e convulse che hanno accompagnato l’iter burocratico della riforma della legge elettorale, il cui apice si è manifestato proprio nella giornata di sabato, giorno dell’agognato sì del Consiglio regionale, avranno inevitabilmente effetti e strascichi sul piano politico. Alcuni dei quali già appaiono più delineati di altri. Tra i tanti spunti è bene cominciare da quelli le cui conseguenze sembrano alquanto chiare.

Prima però, per la cronaca, bisogna constatare che votando per l’abolizione del listino bloccato, il segretario regionale del Pd, Mario Polese, non ha ceduto alla tentazione di insistere per poter contare sul “paracadute” che  avrebbe potuto farlo atterrare tra i banchi del Consiglio bypassando, nell’eventualità di una vittoria elettorale, il voto diretto dei lucani.

VOTO A GENNAIO

Durante la prima sospensione pomeridiana dei lavori dell’aula, tra le 15 e le 17 di sabato scorso, sembrava tutto perso. La riforma, approvata in tarda serata, appariva in quelle ore un miraggio. L’accordo era saltato. La linea dell’area oltranzista della maggioranza molto contraria al sì era ad un passo dal trionfo. Quando però si è palesato lo spauracchio, per i consiglieri della maggioranza, delle elezioni anticipate.

Favorevoli alla proposta sia il presidente del Consiglio, Vito Santarsiero, che il presidente facente funzioni della Regione Basilicata, Flavia Franconi. L’istanza del ritorno al voto subito era avallata dal semplice ragionamento che se l’attuale legislatura non avrebbe potuto portare a termine almeno quel percorso costituente inaugurato con lo Statuto regionale che trovava nella riforma l’intrinseco traguardo finale, allora meglio tornare alle urne nell’immediato. Senza perdere altro tempo.

Può considerarsi questo lo stratagemma che ha rappresentato la vera chiave di volta che ha sorretto l’intesa sulla legge elettorale. In quanto alcuni consiglieri di maggioranza vero è che avrebbero voluto evitare la riforma, ma allo stesso tempo nei loro incubi aleggiavano proprio le regionali anticipate.

La mediazione tra le due parti della maggioranza e soprattutto del Partito democratico è stata consequenzialmente: sì alla riforma e contestuale rinvio del voto. Con ogni probabilità gli elettori lucani voteranno per l’elezione del presidente della Regione Basilicata e per il rinnovo del Consiglio regionale e della Giunta a gennaio prossimo. Poichè solo alla scadenza naturale dell’attuale legislatura, il 17 novembre prossimo, il governatore, eletto o facente funzioni, indirà nuove consultazioni. Dati i tempi tecnici si andrà al voto, nell’ambito di tale ipotesi allo stato attuale più aderente al vero che all’alveo delle probabilità, dopo la seconda settimana di gennaio dell’anno prossimo.

Il governatore Marcello Pittella, sopeso in base alle legge Severino, poichè dal 6 luglio scorso agli arresti domiciliari, ma che non si è dimesso, e i pittelliani in generale non possono in fondo che esultare per questo risultato.

Perchè a gennaio oltre che verosimilmente sarà scemato il clamore dell’inchiesta della Procura di Matera Sanitopoli, lo stesso Pittella potrebbe aver riacquisito la piena agibilità politica in tempo utile. Di consuguenza il Pittella-bis, sancito per acclamazione a fine giugno, tornerebbe a guadagnarsi lo status di possibilità più che concreta. In alternativa, quantunque non fosse attuabile, comunque il Pd avrebbe mesi utili in più per riorganizzarsi e compattarsi intorno a un candidato presidente forte e condiviso. Correnti interne permettendo.

In più c’è un ulteriore risvolto della vicenda che intreccia le dinamiche regionali a quelle nazionali.

I dem, non solo quelli lucani, ritengono che da dicembre in poi sia possibile recuperare campo, in termini di fatturato elettorale, su i due partiti al governo: Lega e Movimento cinque stelle. I quali, secondo gli analisti del Pd, inciamperanno sulla manovra finanziaria di fine anno. Cosa che, a detta loro, dovrebbe trasformare certe promesse da campagna elettorale, quali flat tax e reddito di cittadinanza, in un devastante boomerang. Perchè al momento della manovra finanziaria i due leader Salvini e Di Maio dovranno ammettere, muovendoci nella sfera della congettura della sinistra, che  quelle promesse non sono almeno per il momento realizzabili. Ecco perchè dal rinvio delle regionali a gennaio il Pd ha tutto da guadagnare.

 

INCOGNITA SOCIALISTI

Chi ne esce sconfitto dall’approvazione della riforma elettorale è il Partito socialista italiano (Psi) di Basilicata. Il segretario regionale, Livio Valvano, ha osteggiato il sì sino all’ultimo. Tra le altre cose il consigliere regionale del Psi, Antonio Bochicchio, ha fatto quello che non doveva fare: il Ponzio Pilato della situazione.

I dem avevano avvisato lui e Valvano che qualunque fosse stata l’intenzione di voto del partito, favorevole o contraria, Bochicchio avrebbe dovuto essere in Aula per, in ossequio ad una certa onestà politica, renderla pubblica. La terza via, quella delle “pilatescherie” legate all’assenza strategica, non era contemplata. Bochicchio, invece, mostrando una faccia del reale valore dei leoni da social alla Valvano, scatenato sui network per sostenere il no, in Consiglio non c’era. Alla luce di ciò  evidentemente gli equilibri interni della coalizione subiranno dei contraccolpi non favorevoli per i socialisti.

L’APOLIDE PACE

All’interno dell’area di maggioranza se l’asse Paolo Galante – Franco Mollica ha retto sino all’ultimo, entrambi hanno votato favorevolmente alla riforma

della legge elettorale, chi si è dileguato è il consigliere Aurelio Pace. Anche lui, come Bochicchio, non ha votato. Ormai Pace sembra sempre più lontano dal centrosinistra. Rumors politici riportano che sia andato già a bussare alle porte del centrodestra per chiedere come si può collocare su quella sponda e a quale protagonismo avrebbe accesso qualora si presentasse alle regionali contro i suoi ex alleati di centrosinistra. E questa non sarebbe per lui una scelta. Perchè tra i dem la quotazione del valore politico di Pace come alleato sarebbe fortemente rivista al ribasso. Sul punto tra i corridoi del Consiglio si è sentito sussurrare il capogruppo del Pd, Vito Giuzio, qualcosa di simile a un «l’avevo detto a Marcello di non caricarsi certi politici, quando uno tradisce una volta tradisce sempre».

SUSSULTI NEL CENTRODESTRA

Sulle strategie del centrodestra lucano in vista delle regionali si avvertono come sempre più invasive le diatribe nazionali. Tra Forza Italia e Lega, che sta erodendo l’elettorato ai primi, sono sempre più frequenti i momenti di alta tensione. Le ipotesi all’orizzonte sul versante lucano sono due. Il candidato presidente esterno e fronte di coalizione unito, come secondo il modello Molise dimostratosi vincente, o ognuno per sè, così come si sta delineando per  l’Abruzzo. La Lega vorrebbe un Abruzzo bis in Basilicata, ma bisognerà attendere gli sviluppi della visita lucana del vicepresidente di Forza Italia, Antonio Tajani, per aver maggiori dettagli. Proprio per via del clima teso, Tajani pochi giorni fa aveva pubblicamente aperto a una coalizione lucana di centrodestra unita e a trazione leghista.

La Basilicata, si evinceva dal discorso del presidente del Parlamento europeo, rappresentava una sorta di pedina di scambio tra Forza Italia e Lega. I primi, a livello locale, sarebbero disposti a cedere la leadership della coalizione ai leghisti del senatore lucano Pasquale Pepe, purchè, a livello nazionale, Salvini conceda maggiore visibilità e capacità di contrattazione nelle scelte di governo ai Berlusconiani. Unitamente alle condizioni di cui sopra, se la Lega davvero dovesse correre da sola alle prossime regionali lucane, smarcandosi dagli alleati tanto di Forza Italia che di Fratelli d’Italia, sarebbe per il Pd l’ennesima e inattesa “manna dal cielo”.

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