LA CASTA VUOLE MANTENERE IL LISTINO

di Anna R. G. Rivelli
POTENZA. Che per la Regione Basilicata la legge elettorale fosse un passo importante da affrontare nessuno mai lo avrebbe messo in dubbio. Ciò che forse non si sarebbe potuto mai minimamente sospettare (forse perché non si vuole sospettare che in politica ci possa essere una qualità umana tanto infima) è lo scatenarsi di una guerra che non si fa scrupolo di utilizzare più mezzucci che mezzi e che insegue la vittoria facendo ricorso a tutto il bieco repertorio di quella provincetta schiava, bigotta e pruriginosa che alcuni vorrebbero che la nostra regione restasse in eterno.
D’altro canto i mezzucci tornano utili sempre allorquando di argomentazioni a sostegno delle proprie posizioni ce ne sono ben poche.
Certi sit in perennemente monocellulari (un uomo e un cartello, a cui al più si aggiunge un volantino) che vorrebbero rappresentare la volontà del popolo lucano, infatti, sono più ridicoli che grotteschi, soprattutto perché nel tentativo di screditare le posizioni altrui, non trovano uno straccio di argomentazione a sostegno della propria.
Stessa cosa dicasi per tutti coloro che fanno eco al solista parlando di ritardi, di volontà di cambiare per salvaguardare se stessi ed altre amenità del genere. Non volendo ripercorrere le argomentazioni del duo Lacorazza-Santarsiero che cerca di far notare ai finti tonti che è da oltre un anno che si discute di questa legge, forse è il caso di spingersi ancora più indietro nel tempo, magari a quando, nel 2010, l’allora consigliera Adeltina Salierno, in merito alla proposta e sostenuta legge elettorale che prevedeva l’abolizione del listino di maggioranza, scriveva: «Il Consiglio dei Ministri ha infatti comunicato l’impugnativa della mini riforma adottata, mettendo a rischio l’Assemblea regionale che si eleggerà il 28 e 29 marzo».
«Con l’emendamento approvato – proseguiva Salierno -, l’abolizione del listino si applicherà alla legislatura successiva a quella che verrà. Sarà, quindi, obbligatorio approvare al più presto anche il nuovo Statuto regionale. È, quindi, un’amarezza mitigata sicuramente dalla convinzione che, anche se non vale per noi la democratica abolizione del listino, abbiamo sicuramente avviato il processo di una vera riforma elettorale regionale, proprio come era nella mia proposta originaria».
«Spetterà al nuovo Consiglio regionale – concludeva Salierno – non disperdere il lavoro che abbiamo fatto sinora per rendere più democratico il voto degli elettori ed affrontare il nodo della rappresentanza di genere che comunque sarebbe rimasto irrisolto».
Era il 5 febbraio del 2010.
Il che ci dice che quello che si vuole fare apparire come un tema tardivamente posto è, invece, un argomento per così dire all’ordine del giorno almeno da quasi nove anni; e, per di più, forse è appena il caso di sottolineare che la combattiva Salierno era consigliera di maggioranza in quota Pd.
Il primo pseudo argomento a sostegno della non approvazione della legge elettorale si evidenzia, quindi, con valore pari a meno di zero.
Non va molto meglio per il secondo, perché appare fuori da qualsiasi logico ragionamento l’affermazione che l’approvazione della legge elettorale (con l’abolizione del listino in primis e la doppia preferenza di genere in aggiunta) sarebbe caldeggiata da alcuni per mero interesse di autogaranzia.
Abolire il listino, infatti, rafforzerebbe il potere di scelta dell’elettore, eliminerebbe il rischio di sgradite sorprese, costringerebbe chi vuole mettersi in gioco a doversi confrontare con la scelta dei cittadini e, cosa non da poco, eliminerebbe quella sorta di patto feudale tra il nominato e il nominante che, vuoi o non vuoi, produce gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti, di fatto ingabbiando la libertà dei nominati in un vincolo di fedeltà non sempre leale nei confronti dei cittadini. A chi potrebbe giovare dunque il persistere del listino? Non di certo a chi si metterà in gioco in un momento in cui il vento è sfavorevole, non di certo a chi potrebbe impegnare il proprio tempo a fare battaglie di posizionamento piuttosto che di cambiamento.
E allora diciamolo che il listino potrebbe giovare ai “nostoi” dell’ultimo minuto, a chi è invecchiato aspirando ad entrare in consiglio ma purtroppo per lui conta al massimo sul proprio consenso, a qualche donna che disgusta persino la doppia preferenza di genere perché crede di avere buone chance di essere calata dall’alto per volere di minipadreterni.
Poi è ovvio, siamo in democrazia e “democraticamente” si può continuare a sostenere il contrario in tutti i modi, con democratiche lettere anonime, democratiche diffamazioni, democratiche argomentazioni illogiche spacciate per buone.
E bisogna esserne felici. «Meglio la peggiore di tutte le democrazie che la migliore di tutte le dittature» diceva un grande di sinistra quale era Sandro Pertini.
La peggiore di tutte le democrazie ce l’abbiamo. Tuttavia sarebbe preferibile non farla diventare, così democraticamente, la migliore delle dittature.