EROI – L’Italia è la terra degli Eroi – «No, di una terra ancora più meridionale, della Basilicata»

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FRANCESCO SAVERIO NITTI – Eroi e Briganti

EROI – L’Italia è la terra degli Eroi

Molte volte negli anni della adolescenza io ho copiato questo aforisma nei quaderni di calligrafia. E pure nella preoccupazione del rotondo e del gotico, dei profili e dei chiaroscuri, la mia mente inesperta si chiedeva: e perché dunque l’Italia è la terra degli eroi? La storia che ci è stata insegnata nelle scuole medie, quando non è un’arida successione di nomi e di date, è una successione di matrimoni, di congiure e di morti. Ogni tanto, in questa storia che è d’ordinario molto noiosa, appare l’eroe: l’uomo che personifica tutta un’epoca, l’uomo il quale fa ciò che tutti gli altri uomini dovrebbero fare. Nei piccoli trattati, dalla storia di Grecia e di Roma alla rivoluzione francese e ai moti per la liberazione d’Italia è breve il passo: e nella mente rimane tutta una confusione. Il popolo giace sotto la tirannia di un solo, cui nessuno osa ribellarsi: l’eroe liberatore interviene a tempo. Un colpo di pugnale e una congiura vittoriosa fanno ciò che la folla non sa fare.

Qualche volta è un paese intero che soggiace allo straniero, e n’è liberato per l’opera eroica di un solo. E poiché i matrimoni, le date, le genealogie de’ regnanti non c’interessano, noi ricordiamo soltanto i nomi e le azioni degli eroi; essi personificano per noi tutti un tempo: e la mente inesperta mette insieme gli eroi di Salamina e di Maratona, gli Orazii (o infidi!), i Fabii, Cesare, Bruto, gli eroi della rivoluzione francese, Garibaldi e i nostri. La concezione di Carlyle, in realtà, non è che la concezione dei fanciulli delle nostre scuole: l’umanità che progredisce, che si emancipa per mezzo degli eroi.

«Secondo io la intendo (ha scritto Carlyle) la storia universale, la storia di quanto l’uomo ha compiuto sulla terra, è, in fondo, la storia dei grandi uomini, che quaggiù lavorarono. Quei grandi furono gli informatori, i modelli e, in largo senso, i creatori di quanto la massa generale degli uomini riesci a compiere e a raggiungere; tutte le cose che vediamo compiute nel mondo sono propriamente l’esteriore materiale resultato, la pratica attuazione e incarnazione di pensieri, che albergarono nei grandi quaggiù inviati: la loro storia potrebbe giustamente considerarsi come l’anima della storia di tutto il mondo».

Non vi è niente di meno vero. Quegli uomini i quali a noi pare che abbiano guidato il mondo, sono stati essi medesimi l’espressione di bisogni, di società e di popoli determinati. Gli stessi uomini che ci sembrano più fuori e al di sopra del loro tempo, ne sono stati quasi sempre il prodotto. Noi non possiamo concepire Garibaldi nelle circostanze attuali: farebbe egli l’ostruzionismo? sarebbe egli contro? quali idee avrebbe sul regime doganale? Si occuperebbe di che cosa? Se Napoleone fosse nato in India o in Cina che cosa sarebbe stato? Nulla forse. Quella vita che è stata uno dei più grandi fatti storici, sarebbe rimasta un piccolo fatto biologico, la nascita e la morte di un individuo tra le migliaia di milioni di uomini passati da allora per il mondo. Gli uomini più insigni, i più forti e i più grandi non sono dunque qualche cosa al di fuori degli altri esseri: ma essi sono coloro i quali riescono a rappresentare l’anima collettiva, o il bisogno di una minoranza più audace e più forte.

La storia eroica quale noi insegnano e quale noi abbiamo imparata, rassomiglia, in certo modo, a una geografia che si occupi solo della descrizione delle montagne. La più grande parte della superficie terrestre è occupata da grandi pianure, da colline ondulate: le immense montagne rappresentano una minima parte, e ancora sono per la vita degli uomini meno importanti. Le alpi nevose rimangono nei nostri occhi più dell’infinita pianura: pure è quest’ultima che costituisce grandissima parte della superficie in cui viviamo.

«Così i dettagli della storia ci sfuggono. L’umanità, nel suo lungo viaggio, non ha conservato che il ricordo di alcuni precipizi, dimenticando la continuità monotona delle pianure felici che ha traversato. Noi non siamo una folla immemore o ingrata; più sensibile ai sogni che ai successi, così nel passato come nel presente. Il successo, perché la folla lo noti e lo ricordi, deve essere accompagnato da un cataclisma».

Ma la storia vera, quella che val più la pena di penetrare, è la storia collettiva, la storia delle grandi masse umane, dei grandi aggregati di cui noi indaghiamo solo alcune espressioni e non sempre le più felici. È una specie di pigrizia di mente quella per cui noi vogliamo spiegarci la storia mediante le opere di alcuni uomini: quand’anche furono grandissimi non poterono esser tali che per contingenze particolari, e perché interpretarono bisogni collettivi o sentimenti in formazione.

L’eroe silenzioso, come dice Carlyle, l’eroe che vive di se stesso e dalla sua anima ricava tutto, non è mai esistito né esisterà mai. Ma l’ammetterlo dà a noi una debolezza: poiché ci fa rassegnare a una specie di fatalismo buddista. Tante volte noi diciamo in un momento difficile: manca l’uomo. E attendiamo l’uomo provvidenziale. Anche adesso, nelle difficoltà dell’Italia presente, che sono prova del suo sviluppo, anche adesso noi ci domandiamo se tutto non finirebbe se avessimo un uomo. E bene: l’uomo è in noi stessi: è in ognuno di noi, e quando vorremo trovarlo noi lo ritroveremo.

Se non esistono uomini che vivano fuori e sopra il loro tempo è – noto che colui il quale ha trovato l’espressione di superuomo, Federico Nietzsche, ha finito, povero ueber mensch, in un manicomio – vi sono però uomini i quali riescono a compiere opere straordinarie e a fare ciò che la folla non riesce né meno a concepire. In questo senso vi sono gli eroi. Quando un paese è soggetto a dominazione e la folla si rassegna, vi è un uomo che si ribella solo o con pochi; se egli non ha quasi speranza di vincere, se egli fa ciò che la moltitudine crede folle, egli è veramente un eroe. E allora o che il suo sangue sia lievito di rivolgimenti futuri, o ch’egli stesso vinca, nell’un caso e nell’altro è sempre un eroe. Ma l’eroe in questo senso non è che la espressione di un male: cioè della bassezza collettiva. I popoli che hanno nella civiltà moderna maggior numero di eroi, sono quelli che hanno una più grande depressione.

L’eroe è colui il quale osa da solo ciò che moltissimi altri dovrebbero fare. Se la folla si rassegna vi è chi si immola. Egli è dunque l’eroe, cioè la espressione altissima di un bisogno ideale di un paese depresso. Più la massa è depressa, più la coscienza collettiva è bassa, più il sentimento del dovere individuale è debole, più grande è il numero degli eroi e spesso più grande è il loro eroismo. Quanti eroi nella Grecia, quanti nella rivoluzione nostra, quanti nella Turchia odierna! Quanti sono che tentano nel silenzio e nel dolore, quanti per un solo che vince o vincerà soggiacciono! Ma un paese ove l’educazione popolare è elevata, un paese ove la coscienza collettiva si è formata, dove tutti fanno il loro dovere, non ha eroi.

Gl’Italiani si rassegnavano alla servitù e tanti eroi si sacrificarono per destarli dal sonno. Vi fu chi andò a morire in una impresa disperata, come Pisacane; chi come Garibaldi tentò un’impresa fortunata e arditissima. Felici o infelici per il risultato, la loro anima era sempre immensa. Ma in un paese ove la educazione delle masse si è formata, ove ognuno ha il sentimento della responsabilità sua, l’eroe non è possibile. Nelson è stato un grande marino e Moltke un tattico grandissimo. Ma il vincitore di Trafalgar che vedeva e prevedeva, che aveva ai suoi ordini marinai fieri, devoti, era egli un eroe?

Ed è stato forse un eroe Moltke? Il sommo condottiero dei tedeschi era uno scienziato. La sua faccia scarna e seria di «chimico matematico» corrispondeva ad un uomo che guadagnava le battaglie in fondo al suo studio con l’algebra. Il paese ove tutti fanno il loro dovere, il paese ove la solidarietà è grande, non ha eroi: può avere grandi tecnici, grandi condottieri, politici avveduti, uomini insigni per scienza: non ha eroi. L’eroe è come la montagna che non sorge dalla scorza terrestre, se non avendo intorno valli profonde: i paesi di montagna sono pieni di valli fonde: vi è l’estrema altezza e vi è l’abisso. I paesi che più contano eroi non hanno raggiunto che un debole grado di sviluppo e di solidarietà. L’Italia, nel tempo della sua depressione, ha avuto grandissimo numero di eroi: appunto perché il valore sociale della folla era scarso. Ora noi valiamo di più e può darsi che manchino alcune cime, poiché mancano pure gli abissi. E i tentativi più eroici sono partiti sempre dall’Italia meridionale, dove appunto la coscienza collettiva era meno alta e dove la natura del paese permetteva concepire piani audacissimi e sperare nella riuscita di essi.

La leggenda dei quaranta normanni, che sbarcati in Salerno conquistarono il reame di Napoli in pochi giorni, non è così inverosimile se a tanti secoli di distanza furono possibili tentativi come quelli di Ruffo o di Garibaldi. Garibaldi che con pochi uomini sbarca in Sicilia e traversa quasi senza colpo ferire, fino al Volturno, un regno che aveva centomila soldati, pare quasi una leggenda; una leggenda cui non li rederemmo se non ne avessimo conosciuti gli attori. Ebbene, il fenomeno della spedizione dei mille va studiato in rapporto a tutta la storia del passato. Spedizioni come quella dei mille per la libertà o per la reazione, per la unità o la difesa del vecchio regime, tante se ne son tentate!

In 61 anni, cioè, dal 1799 al 1860, dal cardinal Ruffo a Garibaldi gli eroi i quali hanno con pochissimi audaci tentato nel Mezzogiorno imprese cui la ragione si ribella, sono stati tanti! Noi non ammiriamo che i vincitori: anzi noi non vediamo che il successo finale. Se Pisacane fosse riuscito qualche anno prima e non avesse lasciato la vita ai piedi del colle di Sanza, noi lo glorificheremmo ora sì come Garibaldi. Se i due fratelli Bandiera nel tentativo quasi folle per sublime eroismo, non fossero stati trattenuti nella triste terra di Calabria, poco dopo lo sbarco, i loro nomi sarebbero passati alla storia circondati di ben altra aureola che quella del martirio infelice. Dal tentativo che un cardinale di Santa Chiesa, Fabrizio Ruffo, fece con successo completo di ridare al suo re tutto un regno da cui era fuggito, e di ridarglielo cendendo in lotta con pochi uomini, fino al tentativo di Garibaldi è una serie di tentativi eroici: di cui assai lungo sarebbe il dire, se non bastasse ricordare le sedizioni di Morelli e Silvati, e le spedizioni dei Bandiera e di Pisacane. In fondo, l’itinerario di Ruffo è stato la guida per i tentativi posteriori. Nel 1799 il re Ferdinando I era dovuto fuggire in Sicilia (la fuga fu poi per la sua famiglia quasi una istituzione) e lasciare Napoli al piccolo esercito francese. La repubblica partenopea era stata proclamata e il re, perduto lo Stato continentale, si era ricoverato nella Sicilia. Ora, il tentativo di riprendere con le armi regie le province insorte, pareva quasi disperato. Se non che un cardinale di curia che parea più esperto nel gioco che nell’arte militare, concepì un piano arditissimo. Un piano così ardito, che pare quasi temerario, se si pensi soprattutto che chi lo tentava non era uomo d’armi. Il cardinale Fabrizio Ruffo, dunque, decise di partire dalla Sicilia e senza nessun esercito riconquistare al re il regno. Partì con pochi fedeli, sbarcò a Bagnara ch’era suo feudo; pochi contadini furono il primo nucleo del suo esercito.

Il suo piano era semplice. Egli sapeva che nel Mezzogiorno grande era l’odio fra le classi medie e le plebi rurali, e volea smuovere queste ultime a favore della monarchia e del re. Voleva smuoverle eccitandole contro la borghesia; i giacobini appartenevano alle classi medie, il popolo non avrebbe tardato a trasformare ogni proprietario in giacobino. Era la guerra sociale in favore del legittimismo o della reazione. Il cardinale Ruffo è stato descritto come un ribaldo. Egli era migliore del suo re e della sua riputazione; egli fu sotto tutti gli aspetti un eroe. Che cosa si deve pensare di chi non essendo che ecclesiastico e non avendo, come abbiamo detto, pratica d’armi, si decide quasi solo a riconquistare a un re profugo un intero regno? Noi giudichiamo gli uomini di parte nostra in un modo, e gli uomini di parte avversa in un altro. Se Ruffo avesse compiuto la stessa impresa per scacciare i Borboni, piuttosto che per restaurarli, se avesse l’eroica e crudele impresa compiuto in servizio della libertà, egli parrebbe quasi un uomo divino. Il cardinale Ruffo non aveva soldati: riunì gli uomini che poteva riunire, contadini che desideravano vendicarsi, poveri che desideravano predare e perfino briganti. Potea fare altrimenti? potea egli, che non avea quasi nessuno seco, contare su altri? Sbarcato sul lido di Calabria in febbraio del 1799 il cardinale, che avea con sé pochi familiari e qualche prete, giunse ai primi di giugno sotto le mura di Napoli. In cinque mesi egli riconquistò a Ferdinando I un regno. Il suo viaggio fu presso a poco quello che per causa opposta sessant’anni dopo compì Garibaldi.

Tranne che il cardinale Ruffo, per conquistare anche le Puglie descrisse nel suo viaggio un grande arco di cerchio prima di giungere a Napoli. Fu accolto, dice il Colletta, con pazza gioia dalla plebe. E perché fu accolto? Dovea egli anche nel male avere l’eroismo che trascina. Coloro che lo seguivano erano spesso predoni di campagna e ladroni crudeli. Ma chi, mettendosi a compiere un’impresa quasi disperata, può scegliere i compagni? Furono crudeli? e non furono a Sansevero e a Gragnano crudeli anche i francesi? Il generale Vatrin non fu egli peggiore? Se l’espressione “lotta di classe” va usata a proposito una volta, è nell’avventura dei cardinale Ruffo: egli si servì veramente dell’odio fra le plebi rurali e la borghesia, per riconquistare il trono al re; egli calcolò appunto su quel dissidio per riuscire.

Poche cose sono più straordinarie di vedere un chierico con poche turbe raccogliticce fare ciò che un esercito intero non aveva saputo. Che importa se egli operò per una causa che non è la nostra? che importa se egli rese possibile la reazione più crudele? Egli fu un eroe, perché compì atto di straordinaria audacia, avventura quasi inverosimile per la causa in cui credeva. Dall’avventura di Ruffo, che fu il trionfo della reazione, alla riescita della spedizione dei mille di Garibaldi, che fu il trionfo più grande per la unità, intercedono 61 anni. In questo breve tempo, quante volte la spedizione di Ruffo esaltò le menti dei liberali! Perché ciò che un prete aveva fatto per la causa dei Borboni non si potea ripetere contro di essi? Perché diffuse le file di una cospirazione non bastavano pochi uomini audaci a rovesciare il trono borbonico? Le menti degli esuli nelle veglie ardenti quante volte sognarono di seguire il piano di Ruffo per una causa opposta! Qualche volta, come nel 1820, non fu nemmeno necessario uno sbarco; furono pochi ufficiali che tentarono una rivolta e che produssero, sia pure per breve tempo, mutamenti negli ordini costituzionali. Ma la spedizione di Ruffo rimase la mèta e il sogno. Poterla ripetere per la causa liberale! potere arditamente rifare per la libertà il viaggio trionfale del prelato reazionario!

L’Italia meridionale è stata e sarà sempre la zona più adatta ai rivolgimenti improvvisi. Nel nostro secolo, se le guerre con lo straniero sono state combattute nella valle del Po, tutti i tentativi rivoluzionari o quasi tutti sono cominciati nell’Italia meridionale. Questa terra, che ha più coste litoranee di tutto il resto d’Italia, che misura una lunghezza assai grande e non permette concentramenti facili, rende possibili i colpi di mano improvvisi. La Calabria lanciata nel mare è traversata in tutta la sua lunghezza da una catena di monti. Abitanti di paesi messi solo a 15 o 20 chilometri di distanza, in versanti opposti, non hanno spesso nessun commercio, non si conoscono nemmeno. Ora vi sono grandi linee ferroviarie in senso longitudinale; vi sono strade numerose. Ma quando le comunicazioni eran difficili, come prima del 1860, uno sbarco di pochi audaci in Sicilia o in Calabria, o sulla costa del Cilento potea avere conseguenze grandissime. Garibaldi trionfò, ma prima di lui quante giovani vite furono recise! quanti prodi morirono vittime del miraggio ingannatore!

Erano eroi veri; poiché si attribuivano un compito immenso nella indifferenza di tutti; alcuni fallirono per troppa audacia, altri per incoscienza giovanile, altri perché non misurarono le loro forze e non conobbero tutte le difficoltà. Di tutte le spedizioni che precedettero l’impresa eroica di Garibaldi, le due più interessanti furono quella dei fratelli Bandiera e quella di Carlo Pisacane; l’una per l’eroica ingenuità con cui i due giovani s’immolarono nella speranza, più che della vittoria, del martirio che avrebbe ridestato gli spiriti; la seconda per l’uomo che la concepì. Attilio ed Emilio Bandiera erano figlioli di un contrammiraglio della marina austriaca, di cui essi stessi facevano parte, l’uno come alfiere di vascello e l’altro come alfiere di fregata. Non volendo servire l’Austria, dopo aver preso parte ad alcuni moti rivoluzionari, essi si erano ricoverati a Corfù. E in quel contatto con altri esuli in terra straniera; in quel comunicarsi continuo di aspirazioni e di speranze, più rincresceva loro l’inedia che l’esilio. Ond’è che decisero una spedizione arditissima, quasi folle per ardimento. Insieme a Ricciotti, a Moro e a pochi audacissimi, pensarono di compiere uno sbarco sulle coste di Calabria. Ivi avrebbero cercato di far rivoltare le popolazioni calabresi e, se fossero riesciti, di mettere in fiamme tutto il regno di Napoli.

Nel 1844, nella notte dal 12 al 13 giugno, i due fratelli Bandiera partirono per la spiaggia calabrese. Era in essi presentimento di morte. Quasi al momento di partire Nicola Ricciotti ed Emilio Bandiera così scrivevano a Garibaldi: «Se soccomberemo, dite ai nostri concittadini che imitino l’esempio, poiché la vita ci venne data per utilmente impiegarla; e la causa per la quale avremo combattuto e saremo morti, è la più pura, la più santa che mai abbia scaldato i petti degli uomini; essa è quella della libertà, della eguaglianza, della umanità, dell’indipendenza, dell’unità d’Italia».

Erano buoni e sinceri: aveano soprattutto la giovanile ingenuità senza di che non è possibile compiere né tentare imprese come quella cui essi si avventuravano. La sera del 16 giugno il piccolo drappello sbarcò sulla costa calabrese, alla foce dei fiume Nebo. Il luogo dello sbarco era tristissimo: ma la terra d’Italia parve a essi sacra e la baciarono all’arrivo. Il piccolo drappello, mal guidato, inesperto dei luoghi, aveva anche nel suo seno chi dovea tradirlo. Gli esuli speravano di trovare al loro arrivo popolazioni desiderose di rivolte: e trovarono l’ostilità e la indifferenza. Nella valle di San Giovanni in Fiore – paese già sacro alla leggenda religiosa – circuiti da soldati del re, dopo disperata lotta in cui parecchi morirono, dovettero arrendersi. Un mese dopo, i due fratelli Bandiera furono fucilati, il 25 luglio, in quella stessa terra da cui avevano sperato partisse il segnale della rivolta.

Mai nessuna morte fu più compianta della loro. Erano giovani, ricchi, di alto casato: avevano rinunziato con serenità superumana a tutte le gioie della vita. Aveano tutte le qualità per destare negli animi il compianto, e la loro morte fu una delle cose che più nocquero a Ferdinando II. Ma non fu vana morte; Alessandro Poerio canta:

Bevve la terra italica

Del vostro sangue l’onda,

E piova più feconda

Giammai non penetrò.

La loro tomba sarebbe diventata luogo di pellegrinaggio, se parecchi anni dopo un generale crudelissimo non avesse fatto con scellerata e sacrilega idea profanare il nobile sepolcro, e non ne avesse fatto confondere le ossa dei due martiri con quelle dei malfattori comuni. Che importa! Vi è qualche cosa che non si uccide, vi è qualche cosa che non può essere profanata da alcuno; che non ha da temere di nulla; ed è il ricordo della bontà eroica, della grandezza infelice. Quello dei Bandiera era un tentativo che non potea riescire: poiché si basava sopra cose che non erano. Pure nessun tentativo è circondato di tanta poesia come questo: per il fatto stesso ch’era irrealizzabile, per la ingenuità con cui fu compiuto.

Ma nessuna iniziativa fra tutte quelle compiute prima delle spedizioni di Garibaldi fu più interessante di quella di Pisacane; meno per il tentativo rivoluzionario che per l’uomo che n’era a capo: meno per ciò che fece che per ciò che si proponeva di fare. Carlo Pisacane, napoletano, era stato in situazione autorevole e importante nello stato maggiore delle due Sicilie; era di nobile famiglia; era sopra tutto un’anima inquieta, desiderosa di novità. Avea combattuto in Africa contro gli arabi; a Roma a Porta San Pancrazio; era esule a Genova nel 1857. Basandosi su relazioni inesatte, contando sopra movimenti patriottici delle popolazioni meridionali, concepì l’idea audace di sbarcare sulla costa salernitana nel Cilento, di sollevare le popolazioni, di congiungersi ad altri ribelli di Basilicata e di giungere in Napoli a capo di un esercito numeroso e ribelle. L’idea di Ruffo, che dovea più tardi presiedere alla spedizione di Garibaldi, era anche nella mente di Pisacane. Solo egli abbreviava le distanze, e sperava giungere come per sorpresa sulla capitale. Carlo Pisacane era un anarchico. Egli non adoperava questa parola che allora non era in uso, benché Proudhon l’avesse già introdotta. Ma nella sua dottrina contenuta nel libro Saggio sulla rivoluzione si manifesta sinceramente anarchico.

Che cosa è l’anarchia? È la conseguenza estrema del liberalismo, e si basa soprattutto su due concetti: sulla credenza che gli uomini abbiano una tendenza naturale a lavorare, a produrre, ad associarsi, e sull’altra credenza che gli uomini siano guastati dalle leggi. Queste, in certa guisa, rappresentano un male, poiché sono la violenza contro l’ordine naturale delle cose. Come tutte le dottrine estreme, anche l’anarchia si basa sull’ottimismo; ma appunto per questo ha un fascino di attrazione sulle anime semplici e sugli spiriti indocili. Essa trascina gl’ingenui e i violenti. Quello che è stato chiamato più tardi il materialismo storico, la concezione marxistica della storia è chiaramente tracciata nell’opera di Pisacane, il quale riattaccava i fatti politici ai fenomeni della produzione. Alcuni brani della sua opera  sembrano scritti ora, tanta è la modernità che l’ispira.

«Tutte le leggi, tutte le riforme, eziandio quelle in apparenza popolari, favoriscono solamente la classe ricca e culta, imperocché le istituzioni sociali, per la loro natura, volgono tutte in suo vantaggio. Voi plebe, allorché crederete avvicinarvi alla mèta, ne andrete invece più lontano. Voi lavorate, gli oziosi gioiscono; voi producete, gli oziosi dissipano; voi combattete ed essi godono la libertà. Il suffragio universale è un inganno. Come il vostro voto può esser libero, se la vostra esistenza dipende dal salario del padrone, dalle concessioni del proprietario? Voi indubbiamente voterete costretti dal bisogno come quelli vorranno. Come il vostro voto può esser giusto, se la miseria vi condanna perpetua ignoranza e vi toglie ogni abilità per giudicare degli uomini e dei loro concetti?».

Se la rivoluzione fosse riescita vincitrice, Pisacane avea un piano per abolire la proprietà privata, e trasformarla in proprietà comune; abolire lo Stato e andare incontro a una specie di comunismo della produzione. Poi che era fuori della realtà, non vedeva e non sentiva tutte le difficoltà che la natura delle cose opponeva a tutti i suoi piani; come ogni anarchico egli vedeva il male non già nella natura e nelle difficoltà limitatrici inerenti all’anima umana, ma nella volontà degli uomini: uno sforzo di una minoranza audace parea a lui dovesse bastare a tutto. Pure come l’errore ha il fascino e l’illusione ha le dita di rose, alcune pagine di Pisacane non si rileggono né meno adesso senza commozione. Quando s’imbarcò per Sapri egli avea già quarant’anni; avea molto combattuto, molto visto. Nella sua vita irregolare in ogni senso irregolare avea perduto le illusioni giovanili, che contrassegnano la spedizione dei Bandiera; egli era in ogni senso un uomo maturo. La sua spedizione, avvenuta nel 1857, fu fatta dunque con piena coscienza delle difficoltà, anzi con la quasi certezza della morte.

E prima di partire da Genova il 24 giugno 1857 egli volle dettare il suo testamento politico: poche pagine che neppure quelle si possono leggere senza emozione profonda. Dopo aver affermato la sua fede socialista e aver notato che solo da una rivoluzione sociale potrà venir bene all’umanità, Pisacane dichiarava la sua antipatia per i movimenti costituzionali: «… per me non farei il minimo sacrificio per cangiare un ministro, per ottenere una costituzione; non meno per cacciare gli austriaci dalla Lombardia ed accrescere il regno Sardo; per me dominio di casa Savoia e dominio di casa d’Austria è precisamente lo stesso. Credo eziandio che il reggimento costituzionale dei Piemonte sia più dannoso all’Italia che la tirannide di Ferdinando II. Credo fermamente che se il Piemonte fosse stato retto nella guisa medesima degli altri Stati italiani, la rivoluzione sarebbe fatta. Questo mio convincimento emerge dall’altro, che la propaganda dell’idea è una chimera, che l’educazione del popolo è un assurdo. Le idee risultano dai fatti, non questi da quelle ed il popolo non sarà libero quando sarà educato, ma sarà educato quando sarà libero».

La rivoluzione doveva risultare da sforzi individuali. «Alcuni dicono che la rivoluzione deve farla il paese; ciò è incontestabile. Ma il paese è composto di individui, e poniamo il caso che tutti aspettassero questo giorno senza congiurare, la rivoluzione non scoppierebbe mai; invece se tutti dicessero: la rivoluzione deve farla il paese di cui io sono una particella infinitesimale, epperò ho anche la mia parte infinitesimale da compiere, e la compio, la rivoluzione sarebbe immediatamente gigante».

Dopo aver detto che egli si recava a Sapri nel principato Citeriore e aver dichiarato lo scopo della impresa, Pisacane affermava: «Non ho che i miei affetti o la mia vita da sacrificare a questo scopo, e non dubito a farlo. Sono persuaso che se l’impresa riesce avrò il plauso universale; se fallisce il biasimo di tutti; mi diranno stolto, ambizioso, turbolento, e molti che mai nulla fanno e passano la vita consumando gli altri, esamineranno minutamente la cosa, porranno a nudo i miei errori; mi daranno la colpa di non esser riuscito per difetto di mente, di cuore, di energia… ma costoro sappiano che io li credo non solo incapaci di fare quello che io ho tentato, ma incapaci di pensarlo».

Dopo aver parlato di altre imprese e opere audaci, che avevano incontrato diffidenza e avversione, Pisacane continuava: «Non voglio paragonare la mia impresa a quelle, ma essa ha un lato comune con esse: la disapprovazione universale prima di riescire e dopo il disastro, e l’ammirazione dopo un felice risultamento. Se Napoleone prima di partire dall’Elba per isbarcare a Fréjus con 50 granatieri, avesse chiesto consiglio altrui, tutti avrebbero disapprovato una tale idea. Napoleone avea il prestigio del suo nome; io porto sulla bandiera quanti affetti e quante speranze ha con sé la rivoluzione italiana; combattono a mio favore tutti i dolori e tutte le miserie della nazione italiana.

«Riassumo: se non riesco, disprezzo profondamente l’ignobile volgo che mi condanna, ed apprezzo poco il suo plauso in caso di riuscita. Tutta la mia ambizione, tutto il mio premio lo trovo nel fondo della mia coscienza e nel cuore di quei cari e generosi amici che hanno cooperato e diviso i miei palpiti e le mie speranze; e se mai nessun bene frutterà all’Italia il nostro sacrifizio, sarà sempre una gloria trovar gente che volenteroso s’immola al suo avvenire»

La sincerità del sentimento, la certezza del sacrifizio che Pisacane andava a compiere, vengono fuori da ogni parola. Pisacane era in certa guisa l’anarchico che per una contraddizione sentimentale andava a compiere un movimento politico unitario; era l’anarchico, il quale però non discuteva dei mezzi, e, perché alle forme politiche non credeva, tutto avrebbe tentato. I suoi compagni non eran tutti degnissimi, ed egli avrebbe vuotato volentieri le carceri per prendere chiunque potesse aiutarlo, appartenesse pure al ritiro della società. Non involgeva egli in una stessa avversione i difensori del sistema politico e i difensori del sistema economico?

Le fasi della spedizione è inutile raccontarle qui, né dire com’essa fu ideata e con quali mezzi. Pisacane insieme con 22 compagni, fondando su promesse in gran parte incerte e contando sull’incontro di forti nuclei che Rosolino Pilo dovea condurre dalla Sicilia, la sera del 25 giugno 1857 si imbarcò a Genova insieme a soli 22 compagni su un piroscafo della compagnia Rubattino. L’incontro con Pilo non avvenne; ma Pisacane con mezzi così scarsi volle nondimeno tentare la fortuna e, consenziente il capitano della nave, fece uno sbarco temerario a Ponza, liberò molti relegati politici e riunì in tutto 323 uomini. Contava altri uomini trovare al momento dello sbarco a Sapri, e tentativi di rivolta nelle province. La sera del 29 giugno, quando il “Cagliari” operò lo sbarco a Sapri, non trovò quasi nulla. Lo sbarco avvenne in quella dolce costa di Sapri, dov’è tanto cielo e tanto mare, in cui gli aranci sono boschi ed è come una primavera eterna. Dopo aver dichiarato decaduto il Governo di Ferdinando II, Pisacane e i suoi compagni cercavano smuovere le popolazioni. Ma non trovarono che indifferenza. Chi erano costoro? donde venivano? che cosa volevano? Il cardinal Ruffo era uomo di Chiesa, e avea il prestigio della rossa porpora e della croce d’oro e parlava il linguaggio della passione e della violenza ed eccitava gli odii locali e metteva il popolo contro la borghesia. Ma che cosa volevano coloro che sbarcavano a Sapri? Il drappello procedette nella indifferente avversione popolare. Dopo Sapri il paesaggio diventa montuoso. Sono monti petrosi, piccole pianure piene di sterpi, alberi nani. La spedizione sbarcata cosi giocondamente nelle vie di Sapri, dovè provare un presentimento di morte traversando quel paesaggio di malinconia.

L’avviso era stato dato in tempo, e i soldati e i gendarmi erano in moto. La piccola spedizione non si era accresciuta che di pochi uomini, quando sulla collina detta Morge dei Piesco, incontrò le forze regie. Dopo accanito combattimento in cui era per vincere, l’arrivo di truppe reali del settimo cacciatori costrinse la spedizione a ritirarsi, lasciando sul terreno cinquantasei morti, oltre trenta feriti e circa duecento prigionieri. Nella ritirata Pisacane contava internarsi nei boschi e andare a far insorgere il Cilento. Ma a poca distanza gli uomini della spedizione, giunti sotto il passo di Sanza, così triste con le sue case nere, furono assaliti da una turba di contadini e in gran parte uccisi, o feriti, o presi. Pisacane stesso fu ucciso: ed egli che avea sognato il trionfo o una morte eroica, combattendo in pieno sole, giacque ucciso dai contadini in una campagna triste. Era per essi uno straniero? era un nemico?

Ma la spedizione di Pisacane fu il prodromo di fatto ben più grande: della spedizione di Garibaldi. Solo due anni dopo, la spedizione di Garibaldi partiva dallo scoglio di Quarto, diretta verso la Sicilia e portava la rivolta nel Mezzogiorno, in cui già per la incapacità del capo il governo era in dissoluzione. Altri ha parlato della spedizione di Marsala: e non v’è alcuno che ne ignori la quasi leggendaria fortuna. Per uno strano caso Garibaldi, sbarcato con piccola resistenza in Sicilia, la traversava trionfalmente; sbarcava sul continente ed entrava in Napoli da trionfatore. Che cosa un tentativo sì eroico rese possibile? E perché poté esso riescire? Sembra quasi inverosimile che un regno in cui erano centomila soldati sia caduto rapidamente nelle mani di pochi uomini, che avevano cosi deboli mezzi. Ebbene, o signori, nel senso opposto che cosa era stata 61 anni prima la spedizione di Ruffo? Un tentativo eroico legittimista avea anche allora riconquistato al re un paese che era nelle mani dei francesi e dei liberali. E si può dire che la spedizione di Ruffo non sia stata la preparazione di tutte le seguenti fatte nel senso contrario? Io ho parlato dell’Italia meridionale poiché essa è stata il paese ove le spedizioni più temerarie sono avvenute, vincitrici o perditrici, in breve volgere di anni. Ma in tutta Italia quanti atti di eroismo dimenticati, quanti uomini morti nel silenzio e nel dolore, quanti periti in quella primavera dei sentimento che fu il movimento per l’unità. Benedetti i forti, i buoni, gli audaci, coloro che hanno lottato e sofferto; benedetti più ancora quelli che noi non ricordiamo e che nessuno ricorderà più! L’Italia è stata e sarà la terra degli eroi.

Se l’eroe è colui il quale compie da solo cose straordinarie, o tenta di compierle, e per esse muore, l’Italia è stata la terra sacra degli eroi. Pure da questo fatto che dimostra l’intima virtù della nostra gente, noi dobbiamo trarre ragione di intima tristezza. Perché l’Italia è stata la terra degli eroi? Perché in essa era debole il sentimento della responsabilità individuale; perché la cultura individuale era bassa; perché mancava quello spirito di solidarietà, di disciplina, che hanno avuto altri paesi più educati, o più fortunati. Da noi è accaduto spesso che un solo ha cercato di compiere quelle grandi opere che dovevano venir fuori dalla coscienza collettiva. Ond’è rimasto a noi un senso di faziosità, di superbia, una violenza individuale, una sfiducia nella democrazia dei nostri ordini. Poiché gli uomini non si misurano e la tradizione passata impera, noi siamo rimasti il paese sacro alle rivolte. Se l’azione di pochi uomini può tutto; se un uomo solo può arrogarsi di fare ciò che dovrebbe un popolo; se non vi sono necessità che s’impongano; la faziosità che è già nell’istinto entra anche nella coscienza. In Italia noi scontiamo ancora le antiche illusioni.

Pure nelle scuole continuiamo a dire che l’Italia è la terra degli eroi; pure continuiamo a lodare la violenza individuale; a riconoscere i tentativi violenti di sommosse del passato non già come episodi finiti, ma come qualche cosa di grande e d’imitabile. Siamo giunti perfino a lodare il regicidio, ad ammirarlo, a descriverne i benefizi; quasi che fosse lecito uccidere per una ragione o per un’altra. E poi ci meravigliamo che la nostra democrazia nuova invece di avere quelle qualità di ordine, di metodo, di disciplina, senza di cui nessuna democrazia è durevole, sia di sua natura faziosa. Abbiamo lodato il regicidio e deploriamo la violenza individuale; riempiamo le teste giovanili di ricordi, di cospirazioni, di sette, di rivolte, e pretendiamo la disciplina e la solidarietà; insegnammo una storia eroica, cioè una storia di rivolte individuali e ogni rivolta individuale ci sorprende. Il popolo non ama le distinzioni; né sa persuadersi che, se il fine è buono, sopprimere un re assoluto sia bene e sopprimere un re costituzionale sia male. L’anima popolare ama ciò che è semplice, ciò che è chiaro, ciò che è evidente. Quello che è più meraviglioso non è che l’unità italiana si sia fatta, ma che si sia mantenuta. Ora al popolo noi dobbiamo parlare un diverso linguaggio. Ogni atto di creazione non si compie se non con una violenza. Anche il pulcino che esce dall’uovo fa, come dicono i naturalisti, una piccola rivoluzione. Ma quando n’è uscito, il suo sviluppo lento non è che un fatto continuativo, senza violenze biologiche. Non dobbiamo considerare la nostra formazione come una necessità, ma come un metodo. Dobbiamo dire che l’Italia è stata la terra degli eroi non perché valesse molto, ma perché valeva poco. Gli eroi, cioè gli audacissimi, nella debolezza e nella indifferenza del grande numero, hanno fatto ciò che tutti dovevano. Ma le loro opere non possono essere conservate e accresciute e migliorate se non con una educazione progressiva. Ogni atto di creazione è un atto di violenza, ma è una fase, traversata la quale bisogna che lo sviluppo sia lento e continuo. Noi dobbiamo cessare di attendere in ogni occasione l’uomo provvidenziale: ci dobbiamo convincere che quest’uomo provvidenziale è in tutti, e dobbiamo considerare gli altri uomini non già come il mezzo, ma come lo scopo. L’uomo provvidenziale non esiste: e se a un uomo è dato di far più che agli altri, non bisogna nemmeno esagerare ciò che un uomo può. Quei grandi politici o finanzieri che noi invidiamo spesso agli altri, se si potessero trasportare da noi non farebbero se non ciò che i nostri fanno: infatti essi sono grandi perché imperniano movimenti che in realtà esistono. Questa contemplazione buddistica, per cui in ogni partito ci asteniamo da ogni opera attiva di bene e aspettiamo che venga l’uomo forte, l’uomo provvidenziale, è quanto di più dissolvente si possa immaginare, ed è il risultato della nostra concezione eroica della storia.

Le società umane in tanto valgono in quanto valgono non alcuni uomini, ma tutti gli uomini che le compongono. I popoli che prevalgono durevolmente sono quelli di cui la educazione intellettuale e materiale delle masse è più alta e dove la solidarietà è più grande. Dove l’anima collettiva vibra di più, dove più grande è l’unione, ivi la forza è maggiore. Pensate invece quale effetto debba avere sopra menti incolte, in cui fermentano l’odio e la superstizione, l’insegnamento che noi diamo. Noi siamo gli eredi dei meriti e delle colpe dei nostri padri, e noi già scriviamo con le opere nostre la storia dei nostri figliuoli.

Facciamo che questa storia sia meno faziosa; insegnano che il lavoro umano è sacro; che la violenza comunque adoperata è male; infondiamo quel rispetto della libertà umana da cui purtroppo ci allontaniamo; evitiamo anche di ripetere, ciò che non è vero, che il passato è più grande del presente.

Da tre secoli a questa parte mai l’Italia è stata ciò che è ora: in quarant’anni di unità, di questa unità che con le sue ingiustizie è sempre il nostro più grande bene, in quarant’anni di unità, noi abbiamo realizzato progressi immensi. Noi non eravamo nulla e noi siamo molto più ricchi, molto più colti, molto migliori dei nostri padri. Siamo anche più scontenti e ciò è anche bene, poiché la rassegnazione supina è dei deboli. Spogliamoci ora anche dei pregiudizi antichi e diciamo tutta la verità: l’Italia è stata la terra degli eroi, perché valea poco.

Quando tutti avranno il sentimento del loro dovere, il senso della loro responsabilità, quando sopra tutto avremo combattuto i germi morbidi della miseria e i fermenti della ignoranza, allora non avremo più bisogno di eroi: potremmo avere grandi statisti, grandi tecnici, se occorrerà grandi strateghi, non mai eroi nel senso in cui ne abbiamo avuto finora.

Ricordate l’episodio che gli storici hanno tante volte ricordato, che il romanziere potente ha divulgato. Nella notte che precedette la battaglia più decisiva della guerra franco-prussiana, l’esercito tedesco e l’esercito francese non erano a grande distanza, e nel campo francese in cui già le prime disfatte aveano gittato una profonda tristezza, si seguivano le mosse del nemico con ansia indicibile. Ora, nella veglia tragica giunse come di lontano una immensa voce. Nella notte fredda e solenne tutti i soldati tedeschi pregavano insieme e cantavano insieme il corale di Lutero. Era un canto eguale, solenne, quasi l’affermazione della speranza comune e della vittoria immancabile. Quegli stessi soldati di Francia che si erano mostrati arditi anche nella disfatta sentirono scendere nell’anima come una nube di dolore e, più che il rombo del cannone, li atterrì quel canto; sentirono che non lottavano già contro un esercito, ma contro tutto un popolo, che avea un’anima sola. Troveremo anche noi questa grande parola di unione? Sapremo noi abbandonare i nostri errori e i nostri pregiudizi? (1898)

«Che nome ha la terra in cui siete nato?»
– Mi domandò una vecchia signora che, nei suoi giovani anni, era stata nel Mezzogiorno d’Italia –
«Sono di Napoli» – risposi –
«Proprio di Napoli?»
«No, di una terra ancora più meridionale, della Basilicata».
– Mi accorsi che il nome riusciva nuovo e volli precisare –
«È una terra» -io dissi- «molto grande, grande la terza parte del Belgio, grande più del Montenegro: non ha città fiorenti, né industrie. La campagna è triste e gli abitanti sono poveri. È bagnata da due mari e l’uno e l’altro hanno costiere assai malinconiche; dintorno ha le Puglie, i Principati e le Calabrie»
– I nomi di queste terre dovettero produrre una certa impressione poiché la mia interlocutrice non mi fece quasi finire –
«Il vostro» -mi disse- «se è tra la Calabria e le Puglie, deve essere il paese dei briganti»

(Francesco Saverio Nitti, Eroi e Briganti , 1899)

Domenico Leccese

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