16 APRILE 1071, IL GUISCARDO CONQUISTA BARI E TERMINA LA PRESENZA BIZANTINA IN ITALIA

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Di Leonardo Pisani
Erano passati trenta anni da quando Melfi, la capitale del suo Ducato, era diventata normanna, togliendo i vessilli dell’odiato imperatore di Costantinopoli, però i romei ancora resistevano in Apulia. Il Guiscardo sapeva che se Bari non fosse caduta sotto il dominio degli Altavilla scacciando i romani d’oriente, non avrebbe potuto soggiogare né i principati indipendenti dei longobardi e né scacciare i saraceni dalla Sicilia.
Poi lui Il “Terror Mundi”, il Duca d’Apulia, era vassallo e difensore della Unica e vera Chiesa, quella di Roma, del Papa erede di Pietro. Dodici anni prima, nella sua capitale Melfi, il pontefice Niccolò II lo aveva investito del titolo di Duca di Puglia e Calabria e Signore di Sicilia. Non era più un semplice conte come lo furono i fratelli Guglielmo Braccio di Ferro, Drogone ed Umfredo. Doveva terminare l’impresa dei fratelli predecessori. Avevano tolto Melfi con le sue possenti mura ai “Romei”, li avevano sconfitti nel 1040 a Olivento, Montemaggiore e Montepeloso. Avevano creato la Contea di Apulia e costruito un possente castello a Melfi, la città simbolo dei normanni del Sud: gli originari 12 conti avevano tutti una casa fortificata nella città. Ma non bastava per il figlio di Tancredi e di Fredesenda. Era arrivato in quelle terre baciate dal Sole in cerca di gloria e fortuna, con pochi cavalieri. Inviso al fratello conte Drogone, fu mandato a conquistare la Calabria con un pugno di uomini; gli altri fratelli erano stati trattati bene. Lui no, tropo indipendente, troppo audace, troppo spregiudicato, troppo di tutto. Ma aveva conquistato il prestigio: partito con un manipoli di avventurieri spargendo il terrore con scorrerie, furti , stragi. Poi divenne l’eroe di Cividate, quella battaglia contro il papa tedesco che voleva scacciarli, Leone IX non li amava, chiese aiuto al cugino Imperatore del Sacro Romano Impero che inviò mercenari svevi, avevano promesso di cacciare i diavoli normanni, brutti, sporchi e neri e rimandarli all’inferno. Gli svevi avevano scambiato i soldati latini, slavi, lucani, saraceni per la cavalleria normanna. Errore gravissimo, il Conte Umfredo, il conte conte Riccardo I di Aversa dei Drengot, e lo stesso Roberto alla usanza norrena, combattevano alla testa dei loro uomini. Roberto fu disarcionato tre volte e fece quattro cariche fino alla vittoria. Il 18 giugno 1053 fu l’apoteosi degli normanni di Melfi, gli imperiali e longobardi sconfitti, il papa prigioniero. L a Conte di Melfi più forte che mai, ma al giovane Altavilla non bastava: voleva tutto e soprattutto voleva conquistare Costantinopoli.
I fratelli morirono, per loro scelse la Santissima Trinità di Venosa come sacrario di famiglia, ordinò che anche lui alla sua morte fosse sepolto il quel luogo. Gerardo di Buonalbergo, nipote di sua moglie Alberada lo aveva soprannominato “Guicardo”, l’astuto come passerà alla storia. I Romei di Costantinopoli invece lo chiamavano l’infido, ma ne avevano terrore. Anna Comnena nella sua Alessiade lo descriveva così: « Questo Roberto era di stirpe normanna, di condizione oscura, cupido di potere, d’ingegno astutissimo e coraggioso nell’azione: aspirava soprattutto alla ricchezza e alla potenza dei grandi e, non tollerando alcun ostacolo alla realizzazione dei propri disegni, prendeva tutte le precauzioni per conseguire il suo scopo incontrastabilmente. La sua statura era notevole, tale da superare anche i più alti fra gli individui; aveva una carnagione accesa, i capelli di un biondo chiaro, le spalle larghe, gli occhi chiari ma sprizzanti fuoco. La conformazione del suo corpo era elegantemente proporzionata… Si racconta che il grido di quest’uomo avesse messo in fuga intere moltitudini. Così dotato dalla fortuna, dal fisico e dal carattere, egli era per natura indomabile, mai subordinato ad alcuno.» 
Ora aveva al fianco la principessa guerriera Sichelgaita la longobarda di Salerno, il fratello minore Ruggero era impegnato a combattere i Saraceni in Sicilia, il duca sapeva bene che se non scacciava definitivamente i “Romei” non avrebbe potuto concludere la conquista del mezzogiorno e della Sicilia. Erano tre anni che aveva messo sotto assedio Bari, la città fedele a Costantinopoli resisteva. La città difesa da Avartutele era allo stremo, avevano tentato anche di far assassinare il Normanno, avevano temporeggiato alle richieste di resa, chiedendo rinforzi a Bisanzio. I normanni avevano sempre vinto, mai una battaglia persa,ma Romano IV Diogene non aveva risorse sufficienti. Aveva mandato una flotta di 20 navi che diede in comando a Gozzelino, un ribelle normanno aveva riparato a Costantinopoli, a furono intercettate nel febbraio 1071. Ormai era la fine, Il nuovo catapano Stefano Paterano si rese conto che Bari non poteva resistere, fu mandato a parlamentare con i normanni Argirizzo, che ottenne condizioni buone, quindi il 15 aprile 1

Il sacrario degli Altavilla a Venosa

071 Bari fu consegnata ai normanni. Il Guicardo entrò trionfalmente a Bari, era la fine della presenza di Costantinopoli nel Sud, ora il duca si poteva dedicare a soggiogare ai grandi principati indipendenti di origine longobarda che ancora tenevano in mano propria vaste aree del meridione. E poi la Sicilia dai mori. Ma per il Guiscardo non era finita la partita contro Costantinopoli, il suo sogno era di conquistare L?impero romano d’Oriente e mettervi sul trono il primogenito Boemondo. Fu a un passo dal riuscirci, tentò alcune volte l’invasione, conquistò Malta, sbarcò nei Balcani la longobarda di Salerno Sichelgaita, donna di profonda cultura e acume politico, cercò di dissuadere inutilmente il Duca di Puglia, Calabria e Sicilia ad attaccare l’Impero bizantino, Sichelgaita fu comunque al suo fianco in questa campagna militare. Durante la battaglia di Durazzo (1081) combatté in prima persona armata di corazza, guidando le truppe di Roberto quando queste furono inizialmente respinte dall’esercito nemico. Dopo iniziali sconfitte il Guiscardo e Boemondo sconfissero i Bizantini a Durazzo, era il 18 ottobre 1081. Ma per il Duca normanno i giorni erano contati, morì a Cefalonia colto da una violenta febbre, il 17 luglio 1085 all’età di circa 60 anni. La cittadina di Fiscardo, sull’isola di Cefalonia, prese il nome da lui. Fu sepolto secondo la sua volontà a Venosa – nella foto in alto – e posta una stele ora scomparsa: “Hic terror mundi Guiscardus” (“Qui giace il Guiscardo, terrore del mondo”)

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