Dott. Alessandro Amato : Aftershock o “nuovo” terremoto?

Alessandro Amato
Il Prof. ALESSANDRO AMATO I.N.G.V. fornisce alcune riflessioni scientifiche sul terremoto e scosse sismiche odierne

Laureato in Scienze Geologiche, Dottore di Ricerca in Geofisica. Ricercatore presso ING 1988-1999 e INGV dal 1999, dove dal 2000 e’ Dirigente di Ricerca. Ha diretto il Centro Nazionale Terremoti dell’INGV dal 2001 al 2007. E’ stato membro della Commissione Nazionale Grandi Rischi dal 2000 al 2004. Ha diretto numerosi progetti italiani ed europei. E’ autore di numerose pubblicazione su riviste internazionali sui principali terremoti italiani e del Mediterraneo, sulla struttura delle zone di faglia e dei vulcani.

 

 

I.N.G.V.

Alcune riflessioni (un po’ lunghe) su un tema che oggi ha tenuto banco:

Aftershock o “nuovo” terremoto?

 

 

 

 

Una delle domande più frequenti in caso di un terremoto avvertito nella zona (o intorno alla zona) dove è avvenuto un forte evento qualche mese o anno prima, è: “si tratta di un aftershock o è un nuovo terremoto?”  (o “è una nuova faglia?”)

È accaduto anche oggi dopo il forte aftershock (ops…) di stamani presto nella zona di Muccia.
La domanda è corretta e non è banale, come non banale è la risposta.

Inoltre, è davvero importante questa informazione?

Provo a spiegare perché e cosa implicano i due scenari, per quanto se ne sa (o meglio per quanto ne so io).

Come si decide se un dato evento sismico è un aftershock di un altro o no?

In genere i discriminanti sono la distanza spazio-temporale da un evento precedente (in genere più forte) o più spesso da un raggruppamento di eventi (una sequenza in corso). Non ci sono regole fisse e valide sempre sulla distanza in tempo e in chilometri per decidere se un determinato evento è o non è un aftershock di un altro.         È chiaro che se siamo nel pieno di una sequenza e avviene un terremoto all’interno del volume già attivo, si tratterà indubbiamente di un aftershock. Se, al contrario, siamo a qualche decina o centinaia di chilometri lontani dalla zona attiva, molto probabilmente i due eventi non saranno collegati; più aumenta la distanza dalla zona attiva e più diventa difficile trovare un collegamento tra i due. Se per di più l’evento X avviene a distanza di anni da un altro, le probabilità di un legame tra i due sono ancora più scarse. Secondo numerosi studi effettuati a partire dagli anni ’90 del Novecento, un forte terremoto altera le condizioni di stress di alcune delle faglie intorno, anche a notevole distanza (decine di chilometri) dal volume attivato, allargando così la regione in cui le probabilità di avere dei terremoti aumentano (in altre zone le probabilità invece diminuiscono).                        Anche in questi casi molti si parla di “aftershocks”, ma la materia è dibattuta. Uno degli articoli più importanti su questo tema è quello di King, Stein e Lin del 1994 (v. alla fine), di cui qui riporto una figura che spiega bene il concetto. Le aree “rosse” sono quelle dove l’aumento di stress indotto da un forte evento (in questo caso in California) favorisce lo sviluppo di aftershocks, mentre in quelle blu questi sono inibiti.

Può un aftershock avere una magnitudo maggiore dei terremoti precedenti?

Sì. In qualche caso (raro) gli aftershock possono avere magnitudo maggiore degli eventi precedenti. A quel punto l’evento X diventerà il main shock (l’evento principale) della sequenza, ma resterà pur sempre un aftershock di qualche evento precedente.

È importante sapere se un certo terremoto è o non è un aftershock di qualcosa già in atto?

Questa domanda, che mi è stata rivolta spesso in questi mesi, nasconde un’ipotesi importante, ma non necessariamente corretta: se è un aftershock, si tratta della stessa faglia che si è già “mossa” da poco, quindi siamo più sicuri che non si muoverà di nuovo (o almeno, non tanto presto). Al contrario, se non è un aftershock, si tratta di una “nuova” faglia, quindi il pericolo è maggiore.

Purtroppo le cose non sono così semplici, per una serie di motivi:
– Il fatto che una faglia si sia attivata con uno o più forti terremoti non significa che abbia “scaricato” tutto il suo potenziale; perciò se anche l’aftershock in questione avvenisse su una faglia che ha avuto eventi forti in un recente passato, non si può escludere che la stessa faglia possa averne altri, anche forti. Pensiamo ad esempio al terremoto del 30 ottobre 2016, avvenuto nell’area dove già c’erano stati eventi importanti a sud (il 24/8) e a nord (il 26/10).
– Poi, l’aftershock potrebbe essere localizzato sì all’estremità di una faglia già attiva, ma accanto a questa ci potrebbero essere altre faglie in grado di attivarsi, quindi si potrebbe assistere a una sorta di “migrazione” dell’attività da una faglia a una adiacente, proprio per il processo di trasferimento di stress descritto sopra (v. figura), o per una migrazione di fluidi da una faglia all’altra (che potrebbero “sbloccare” la faglia), o altro.
– Per di più, secondo alcuni modelli statistici, ogni terremoto aumenta le probabilità di averne altri nei paraggi; la maggior parte di questi sarà di magnitudo minore del precedente, ma anche la probabilità di eventi più forti aumenterà. Sempre secondo questi modelli, che riescono a spiegare abbastanza bene l’andamento statistico degli aftershock di minore magnitudo dopo un forte terremoto, le probabilità di avere un evento forte (per es. M>5.5) dopo un terremoto di magnitudo 4 o 4.5 aumentano ma rimangono comunque molto basse, tipicamente dell’ordine dell’1% in una settimana.

Quindi, tornando alla domanda iniziale?

Direi che è importante conoscere la distribuzione della sismicità e le sue eventuali “migrazioni” nel tempo e nello spazio. Questo ci permette di fare ipotesi in caso si assista a un’attivazione di una “nuova” faglia (cosa che al momento non si sta verificando per il settore a nord di Muccia)

Al tempo stesso, però, questo purtroppo non ci permette di escludere che un’altra faglia si attivi comunque, vuoi perché si sarebbe mossa comunque, o perché riceve una “spinta” da una vicina. Ricordiamo che prima del 24 agosto non c’era stato alcun aumento di sismicità (anche di bassa magnitudo) nella zona della faglia di Amatrice.

Dal cratone euroasiatico è tutto, a voi studio centrale.

La figura è tratta dal seguente articolo:
Geoffrey C.P. King, Ross S. Stein, and Jian Lin, STATIC STRESS CHANGES AND THE TRIGGERING OF EARTHQUAKES, Bull. Seismol. Soc. Am., 1994.

Domenico Leccese