Suicida “Perché troppo grassa”, come scriveva lei nel suo diario, dove ha chiesto perdono ai genitori per il suo gesto

“Non è stato un incidente: la 15enne finita sotto al treno ieri a Torino si è suicidata, lasciandosi cadere all’indietro all’arrivo del convoglio.

“Perché troppo grassa”, come scriveva lei nel suo diario, dove ha chiesto perdono ai genitori per il suo gesto.

Non posso fare a meno di pensare e di dire che sotto quel treno è stata spinta da una società che anche a 15 anni ti toglie la libertà e la pace di essere ciò che sei, costringendoti ad inseguire una perfezione che non è normale né naturale a nessuna età, tantomeno quando devi ancora sbocciare e quel corpo è solo un involucro che prima o poi fiorirà.

Lo penso e lo dico perché il sottoscritto a 15 anni pesava 114kg, e se è vero che oggi, a 30 anni, se ne frega altamente di bicipiti e palestre, è perché ha sofferto tantissimo quella condizione e la conseguente emarginazione arrivando ad un punto di non ritorno: o la fai finita, oppure decidi di volerti bene e di riabbracciare la vita.

E se oggi a 30 anni, mi piaccio come sono e NESSUNO è in grado di scalfire la mia autostima, tanto meno sul fisico, è perché ho avuto quella forza necessaria, trovata chissà dove, per immaginare che l’obesità non era una colpa, ma c’era una via d’uscita: anche io potevo e volevo essere felice, e dovevo riuscirci.

Solo a 30 anni, però, a maturità quasi compiuta, sono in grado di reggere a certe cattiverie che, comunque, non mi capitano più. Forse anche perché in grado di farmi rispettare e non permettere a nessuno di prendersi confidenza oltre il lecito. Ma a 30 anni, però.

Ecco perché mi innervosisce leggere chi scrive “non puoi suicidarti perché dicono che sei grassa! Fregatene!”: non tutti siamo forti e capaci di “fregarcene”.

Basta colpevolizzare le vittime, e chi è fragile: essere fragili non è sbagliato, è normale, è umano. È sbagliato credersi forti sfogando le proprie insicurezze su chi si percepisce come debole e diverso.

Mi auguro che possa riposare in pace. Almeno quello.”

Domenico Leccese