UNA VITA NEL E PER IL TEATRO, INTERVISTA A DINO QUARATINO

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di Leonardo Pisani
Parlare o scrivere di teatro in Basilicata non lo si può fare senza citare Dino Quaratino, oltre 35 anni di vita, passione, gioie e dolori, sacrifici e successi nel mondo dello spettacolo, ma di quelle figure che hanno un ruolo dietro le quinte. Spesso lo vedo, seduto tra il pubblico o in disparte, senza manie di protagonismo. Figura complessa quella di Dino, tra il manager e colui che mette le sedie se necessario, tra l’organizzatore e il cultore dello spettacolo. Di certo trasmette la passione, in maniera schiva accetta i complimenti e accetta anche le critiche, confrontandosi. Leggere il suo curriculum – anche quello parziale – significa ripercorrere le tappe fondamentali del teatro e dello spettacolo lucano degli ultimi quaranta anni. Dal progetto musicale,“I Mercantinfiera”, alle radio libere, al Cabaret.  Quaratino ha quella capacità, sempre più rara, di unire le caratteristiche di vari profili: dal formatore, all’organizzatore, alla gestione delle pratiche amministrative, in un sistema legislativo italiano di diritti d’autore e norme varie da sembrare una foresta intricata. Dall’Abs degli anni 80 – associazione pioniera dell’organizzazione teatrale di qualità in Lucani, all’attuale Consorzio Teatri Uniti di Basilicata. Di Teatro, cultura e prospettive ne discutiamo direttamente con lui. Teatro che passione, teatro che dolore. Croce e delizia.

Ma come è messo il teatro in Basilicata?«Partiamo da qualche numero nella tua attività dell’anno scorso.
«Circa 300 spettacoli su circa 26 comuni, per quanto riguarda la mia attività. Il teatro è messo bene diciamo, ma diciamo che legge regionale ha ancora dei punti da migliorare. Però l’attività che noi stiamo svolgendo è positiva, circa 28mila presenze, e tutti paganti, senza biglietti omaggio tranne quelli previste per legge. Il teatro vive»
“Un popolo che non aiuta e non favorisce il suo teatro, se non è morto, sta morendo” – Lo sosteneva Federico García Lorca. L’anno scorso hai anche puntato su spettacoli in piccoli teatri nelle varie comunità. Come è andata?
«E’ andata bene, ma siamo andati anche in piccoli teatro, di cento posti che certo si sono riempiti, ma il problema di fondo è che la Basilicata non ha i numeri per fare grandi eventi, ci riusciamo solo per i contributi pubblici, che in ogni caso sono esigui. Il difetto della Basilicata, a netto dei numeri, è che ha una popolazione poco curiosa, e non solo per il teatro. Per esempio, se faccio uno spettacolo di teatro contemporaneo di “leonardo pisani” usiamo il tuo nome, il lucano medio non viene, non si informa neanche su internet dove trova tutto. Una pigrizia che fa in modo che non vanno a informarsi chi sia “Leonardo Pisani”. Lo fa solo lo zoccolo duro, quelli degli abbonati storici, il resto no Poi c’è un grande rammarico: i giovani non vengono. E’ un cancro nazionale, in verità è che il nostro teatro non si adegua ai nuovi linguaggi della società della globalizzazione, non sa comunicare. Se “Amici” fa lo sharing da capogiro, fa ben capire perché non vanno a teatro»
Paolo Grassi sosteneva che “Il Teatro è un diritto e un dovere per tutti. La città ha bisogno del Teatro. Il Teatro ha bisogno dei cittadini”. Chi fa del teatro la propria vita, lo condivide e ci lavora per attuarlo. In Basilicata le istituzioni ci credono’?
«Bella domanda… Diciamo che “filosoficamente ci credono” cioè nelle grosse astrazioni teoriche, ma praticamente no, perché si cade nella burocrazia, non conoscono in pratica la materia, le sfaccettature. Quando parli con un burocrate, gli puoi dire certo quanto è importante Shakespeare, Miller, ma poi ti risponde sì, interessante ma non si può fare»
Parliamo un po’ di cultura teatrale, facile a dirsi certo. Partiamo dagli spettatori. Non si va a la teatro come si va al cinema. Cosa manca, prima hai detto anche il “linguaggio”?
«Vanno più al cinema, intanto perchè il cinema è “bombardato”, passa in tv, viene pubblicizzato, gli stessi attori sono invitati a trasmissioni, perchè sono personaggi dell’immaginario collettivo. Il teatrante no, non fa audience, lo trovi raramente come ospite. Semmai poi sempre in orari tardi, insomma non si parla di tetro nella televisione generalista e popolare» 
In Televisione, su alcuni canali tematici come Rai5 fanno molto teatro, sia trasmettendo spettacoli che approfondimenti. Qualcuno storce il naso, perché il teatro si vede dal vivo. Io lo trovo invece molto divulgativo . Tu che ne pensi?
«Certo il teatro è meglio vederlo dal vivo perché ci sono altre suggestioni, ma il teatro in televisione va bene lo stesso.. Sai perché? Perche un attore teatrale dopo tante prove, alla prima anche in tv non sbaglia mai. Il teatro si può vedere in televisione ma il problema è un altro. Anche io vado su Rai5 ma devo essere fortunato a vedere il teatro, perché non è pubblicizzato come il cinema o il programma di cinema, non passa il messaggio a tutte le ore c’è teatro. Ma è anche il settore teatrale che deve ragionare su se stesso, perché è rimasto indietro, fuori dal nuovo modo di comunicare della globalizzazione. Noi stiamo provandoa usare i social, il sito ma anche se abbiamo tanti like e visualizzazioni, poi il pubblico è sempre quello o quasi. Ovvio poi viene un Roul Bova e riempi…»
Lavori nel teatro dagli anni 80, con tutta sincerità: bisogna puntare solo sui nomi famosi oppure anche con il teatro sperimentale, sugli emergenti? Certo il grande nome porta biglietti ma poi?..
«Ma poi a volte, a volte porta nulla. Sullo spettacolo sperimentale ho molti dubbi, gli ultimi spettacoli di cosiddetto sperimentale e di ricerca che ho visto devo dirti che erano improntati su tecniche recitative e scenografiche degli anni 70. Per me era un deja vu insomma. Poi per quanto riguarda la drammaturgia contemporanea non è che ce ne siano molti di qualità, ce ne sono pochi di attori e di autori che fanno breccia in un pubblico di nicchia, nel loro circuito ma se li inferisci in contesti diversi spesso non sono seguiti. Poi diciamocelo i vari Pirandello, Goldoni, De Filippo moderni non ci sono. Prendiamo Vincenzo Salemme, indicato come l’erede di De Filippo , alla fine fa più cinema..»
Anche perché ci campa con il cinema
«E certo, intelligentemente fa cinema principalmente, li trova la notorietà, le risorse economiche, poi fa anche teatro, ma come attività certo di qualità ma secondaria»
La cultura è un bene comune primario come l’acqua; i teatri le biblioteche i cinema sono come tanti acquedotti. E’ una affermazione di Claudio Abbado. La cultura senza compartimenti stagni e settori incomunicabili. Ci riesci?
«Purtroppo no, lo ammetto non ce la facciamo. Non c’è una reale connessione fra enti pubblici e strutture che operano sul territorio. Ci sono certo condivisioni di progetti, rispetto agli anni 80 c’è più attenzione alla cultura nel senso più ampio del termine dal teatro alla musica, dalla letteratura alla musicalità etnico, ma vi è l’ approccio soprattutto con la burocrazia, anima insensibile, ancora non matura per rendere la “cultura” un settore vitale anche economicamente, potenzialità che teatro e musica hanno».

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