“VENTIMILA LEGHE SOTTO I MARI” MA NON E’ LAVORO USURANTE

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di Leonardo Pisani
« Per le male nature delli omini, li quali userebbono li assassinementi ne’ fondi mari col rompere i navili in fondo e sommergerli insieme colli omini che vi son dentro » Così scriveva il genio Leonardo da Vinci nel suo Codice Atlantico, conservato nella Biblioteca Ambrosiana a Milano, quando ipotizzava e progettava un’attrezzatura per permettere agli uomini di poter affrontare gli abissi marini, del resto sconosciuti all’epoca ed oggetto di fantasie e miti come Atlantide, il continente scomparso, ma ricordato da Platone. Sugli studi di Leonardo, nel 1837 sarà costruito il primo elmo di palombaro, figura ormai romantica, come la immaginiamo leggendo libri come “Ventimila leghe sotto i mari” di Giulio Verne o vedendo film. Romantica ma non troppo. Le tecnologie marine si sono evolute, mentre il palombaro ormai è una categoria desueta, il lavoro del “sommozzatore” contemporaneo oltre ad essersi evoluta ormai ha lavori e ritmi di lavori immaginabili per chi non conosce il settore e l’elemento rimane sempre quello: l’acqua dei mari, degli oceani e dei laghi e l’uomo non è un anfibio. Altro è il tuffo in mare e la nuotata, semmai sotto il caldo di qualche bella estate, altro immergersi per ore e ore. Strano ma vero, questo lavoro non è considerato “usurante”, neanche quando si sta ore ed ore immersi per lavorare a mettere semmai casi nell’oceano o altro.
Una professione dura, vere e proprie turnè nei vari angoli del mondo sommerso, un mondo che ho conosciuto per merito di Domenico Avallone, anche in diretta quando mi mandava video e foto, durante il lavoro nel Mediterranei. Poi i suoi racconti di come passava la giornata. Ecco qualche cifra: In Italia si stimano oltre 4000 operatori che con l’aggiunta delle altre figure professionali a supporto possono arrivare ad oltre 8000 unità che vanno bel oltre il numero di tutti i sommozzatori dei vari Ministeri del governo italiano. Perché sottolineo questo? Semplicemente perché c’è disparità di trattamento tra gli operatori pubblici e quelli privati.

Domenico Avallone

Per questo, con l’iniziativa di Domenico Avallone, questo gennaio è un mese storico per la subacquea professionale italiana perché a Pozzuoli (Napoli) otto Operatori Tecnici Subacquei ancora in attività e provenienti da diverse Regioni d’Italia si sono uniti per dar vita all’ A.a.s.p.i ossia Associazione delle Attività Subacquee Professionali Italiane. Quest’associazione si prefigge traguardi importantissimi. Traguardi che in oltre mezzo secolo di pregiate attività in tutti i mari del mondo, gli operatori subacquei italiani non hanno mai visto il riconoscimento. Spiegare questo genere di lavori nei dettagli sarebbe davvero molto complicato data l’estrema particolarità è la natura molto tecnica di ogni singolo ruolo. Basti pensare che i tecnici italiani sono impegnati anche per mesi ad opere importantissime svolte persino a quote di profondità che superano i – 200 metri. Questo avviene attraverso l’ausilio d’impianti d’alto fondale o (camere iperbariche) pronte ad ospitare dai 6 ai 9 operatori che vi restato internamente dai 20 agli oltre 30 giorni senza alcun contatto con l’esterno e sopravvivendo attraverso un sistema di respirazione a circuito chiuso che eroga elio oltre il 70 %.. I tecnici italiani sono apprezzati e richiesti in tutto il mondo perché tra i più bravi e preparati nel settore eppure, in Italia, ancora non sono riconosciute le doverose indennità dovute per “lavoro usurante”, nonostante ricerche medico scientifiche e perizie medico legali dichiarino e attestino l’alto grado di pericolosità e usura di queste attività.
Ad oggi non esiste per tali operatori alcuna indennità di sorta nonostante le varie malattie professionali ufficialmente riconosciute. Questo perché paradossalmente non è ancora stata riconosciuta la categoria di Operatore Tecnico Subacqueo.
«Paradossalmente queste indennità sono riconosciute ai “Palombari”, categoria similare ma obsoleta e in estinzione – spiega Avallone – L’associazione si batterà per il riconoscimento di equiparazione per principio legale di analogia giacché l’ambiente, gli scopi e l’utilizzo di attrezzature sono le medesime fatta accezione per i più moderni caschi e mute ad acqua calda che sono utilizzati oggi è che consentono (come già detto).lavori a ben oltre i – 50 metri previsti per le operazioni in “basso fondale”».
L’iniziativa prende spunto (solo qualche mese fa) da uno storico ricorso al Tar del Lazio, iniziato recentemente dai sommozzatori della Polizia di Stato e Vigili del Fuoco proprio per il riconoscimento di lavoro usurante con tanto di perizia Medico legale a supporto di cui proprio uno di questi sommozzatori e vice presidente della stessa associazione Domenico Avallone si fa portavoce ed unisce il collettivo riscuotendo notevoli consensi tra gli operatori del settore con l’aiuto di un noto Social Network.
Eppure tutti gli operatori del Ministero degli Interni, a differenza di quelli commerciali non si espongono in acqua ogni singolo giorno e non intervengono oltre i -50 metri. come invece fanno gli operatori tecnici subacquei cui, ancora, sottopongono un improprio contratto temporaneo di lavoro in qualità di “metalmeccanico” o “edile”.

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