IL PASTORELLO, UCCISO DAI CORLEONESI E SEMPRE DIMENTICATO

di Leonardo Pisani
Oggi avrebbe 83 anni, ma la sua vita finì a 12 anni perché aveva visto qualcosa che non doveva vedere; era l’11 marzo 1948; qualche giornale diede la notizia inascoltato come fece il 21 marzo 1948 La Voce della Sicilia: uscì con questo titolo «Un bimbo morente ha denunciato gli assassini che uccisero Placido Rizzotto nel feudo Malvello »..
Oppure L’Unità: il 13 marzo 1948 pubblicò in prima pagina un articolo sulla vicenda: « C’è motivo di pensare, e molti in paese sono a pensarla così che il bambino sia stato involontariamente testimone dell’uccisione di Rizzotto e che le minacce e le intimidazioni lo abbiano talmente sconvolto da provocargli uno shock e come conseguenza di esso la morte »
Quel bambino ucciso dalla mafia ma fatto passare come morte naturale era Giuseppe Letizia, un pastorello di Corleone. Mentre Placido Rizzotto ha avuto giustamente i funerali di Stato, dopo 64 anni dato che questo coraggioso sindacalista ucciso perché difendeva i diritti dei braccianti e rivendicava terra e lavoro in una Sicilia ancora baronale e latifondista. Per Letizia non è stato così anzi è entrato nell’oblio per anni. Rizzotto fu ucciso e oltraggiato anche nella memoria perché i suoi resti furono occultati dal futuro boss Luciano Liggio nelle foibe di Rocca Busambra, nei pressi di Corleone. Sono stati ritrovati solo il 7 luglio 2009 dopo una lunga e difficile indagine condotta dagli agenti della Polizia di Stato in servizio presso il Commissaria di Corleone, all’interno di una foiba di Rocca Busambra a Corleone, appartengono a Placido. I resti sono stati recuperati da personale specializzato per interventi speleologici del Comando Provinciale Vigili del Fuoco di Palermo. grazie alle moderne tecnologie e analisi. Poi il 9 marzo 2012 l’esame del DNA, comparato con quello estratto dal padre Carmelo Rizzotto, Il soldato, partigiano, socialista del Psi e leader sindacale ebbe i funerali di stato a Corleone il 24 maggio 2012 alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, tra le prime vittime della mafia del corleonese Michele Navarra; il medico mafioso fiancheggiatore della Democrazia Cristiana nella povera Corleone del dopo guerra. La Corleone di Rizzotto e di Navarra, di Liggio e dei futuri boss Riina e Provenzano, la Corleone del film “Il Padrino” e di Vito Ciancimino, il figlio di barbiere che diventò sindaco di Palermo, ma anche la Corleone di tante persone oneste e poco note. Qualcuna dimenticata perché non mafiosa, non sindacalista, non politica, qualcuna anche innocente vittima poco nota ma pur sempre vittima. Qualcuno nella notte del 10 marzo 1948 vide Liggio, Criscione e Collura assassinare Rizzotto; era lì per caso per accudire un gregge di pecore, figlio di pastori, pastorello lui stesso, figlio della miseria e della povertà di quelle terre arse dal sole; era Corleone non più la Sicilia granaio dell’impero romano o il giardino delle meraviglie degli arabi e dei normanni. 
Anche la vicenda di storia di Giuseppe Letizia fu agghiacciante, era nato il 4 novembre 1935 a Corleone, aveva 12 anni e vide quello che non doveva vedere: un assassinio mafioso. Il piccolo Letizia fu ritrovato il giorno dopo delirante dal padre, portato all’Ospedale dei Bianchi di Corleone. Un Ospedale di paese ma che aveva un direttore potente: Michele Navarra, il capo mafia e mandante dell’omicidio Pizzotto. Il bambino nel delirio parlò di un contadino assassinato, era un testimone scomodo. Dopo tre giorni morì, ufficialmente per tossicosi, invece si parlò di avvelenamento tramite un’iniezione. Il medico preposto al piccolo paziente dott. Aira dopo la morte del giovane partì senza alcun motivo per l’Australia.. Una vera fuga. Alcuni giornali parlarono di avvelenamento ma se non ci fu allora giustizia per Rizzotto per il giovane Giuseppe non si scrisse nulla o quasi, poco quasi per niente.
Giuseppe oggi avrebbe 83 anni, poteva farsi una vita, crescere forse sposarsi e avere una famiglia o forse no, ma era in quel luogo perché la povertà costringeva a lavorare per aiutare la sua famiglia con il lavoro in campagna, fu ucciso perché qualcuno aveva deciso di far sparire Placido Rizzotto e nessuno doveva sapere.
Rizzotto, vittima di mafia e Medaglia d’Oro al merito civile dal 17 maggio 2012 con questa motivazione «Politico e sindacalista fermamente impegnato nella difesa degli ideali di democrazia e giustizia, consacrò la sua esistenza alla lotta contro la mafia e lo sfruttamento dei contadini, perdendo tragicamente la giovane vita in un vile agguato ad opera degli esponenti mafiosi corleonesi. Fulgido esempio di rettitudine e coraggio spinti fino all’estremo sacrificio. 10 marzo 1948 – Corleone (PA)» è diventato dopo 64 anni il simbolo di una Italia che combatteva per i diritti e il progresso economico, la sua figura ancor prima del ritrovamento del corpo era ricordata da film

Placido Rizzotto

e sceneggiati e pagine di libri. Di Giuseppe Letizia non esistono foto, quasi non esiste nulla, e non quelle pagine di giornale del 1948. Ma non facciamo morire Giuseppe Letizia una seconda volta, con Rizzotto ricordate anche quel pastorello tolto alla vita in un’età che avrebbe dovuto andare a scuole, e non stare fuori casa di notte ad accudire un gregge. Ma a volte la memoria storica ha le sue dimenticanze o a volte, seguire l’onda della emotività, oppure come il caso di Giuseppe Letizia, semplicemente ignorare, perché non fa tendenza, non porta audience, non dà visibilità o copie vendute in più di giornali o riviste. Perché in fondo era NESSUNO, uno di quei tanti bambini figli della miseria, che invece di andare a scuola, andava a lavorare per poche lire. Invece dovrebbe diventare un simbolo anche lui o quanto meno ricordare l’innocenza violata nella barbarie dell’omertà. L’omicidio di un testimone scomodo come il pastorello di Corleone anzi come l’indifeso pastorello di Corleone è l’emblema di un’Italia, dove l’assenza dello Stato lasciava colmare il vuoto da un Anti-Stato di prevaricazione e potere criminale, lasciava o ancora lascia? Quel omicidio di ben 70 anni fa però lascia ancora un monito all’Italia del 2018, delle tante omertà e coperture del potente di turno, che sia chiaro non sono degli stereotipi sulla Sicilia, ma diffusi in varie gradazioni in ogni luogo e in ogni settore: dalle varie mafie ai colletti bianchi, dagli omicidi criminali ai terreni avvelenati del business dei rifiuti. O bastano solo gli slogan, qualche twitt e un bel post fu facebook?