LA FOTOGRAFIA POETICA DI EDOARDO ANGRISANI

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di Leonardo Pisani
Dall’esposimetro all’esposizione “ non è un gioco di parole ma il coraggio di mostrare se stessi in un percorso, quello fotografico, che dura da una vita, son pochi 45 anni di fotografia? Lui è Edoardo Domenico Angrisani, la fotografia nel suo dna artistico ha visto i primi passi con l’analogico, un qualcosa che le nuove generazioni conoscono solo per sentito dire e i più fortunati hanno visto nei ricordi dei genitori che ancora conservano nel cassetto una vecchia Zenith un rullino Agfa e magari un ingranditore Lupo.  Edo, per gli amici, vede con occhio da regia istantanea le immagini che ritiene opportuno immortalare in quell’attimo fuggente, che è l’essenza della fotografia, il mare, la campagna Lucana, l’esotico dei suoi viaggi e solo quando gli “garba” (questo un suo termine che racchiude lo spirito schivo del fotografo Edo) clicca. Ama definirsi un dilettante, ma di certo non lo si può considerare tale visto il suo armeggiare con oggetti antidiluviani, fotograficamente parlando, e attrezzature di nuova generazione dal banco ottico alla mirrorless, riuscendo a colmare uno spazio tecnico-generazionale con una disinvoltura non comune. Ma nulla teme il fotografo che ben sa cogliere la giusta luce lavorando sulle regole dei terzi riuscendo a rimandare allo spettatore l’emozione di un’immagine tanto statica quanto evocativa di sogni. Lo possiamo ammirare in questi giorni, con Vista Mare, in una location non proprio istituzionale per una mostra fotografica, organizzata dal dinamico artista Luigi marchese, ma allo stesso tempo reale contatto con il quotidiano, ebbene sì nel Bar dell’Università presso il Campus di Macchia Romana, università, sì, Università della Basilicata. 

«Il locale con alcune pareti di mattoni a vista, il banco servizi e i clienti che sembrano rincorrersi in una pausa di studio o di lavoro – spiega Luigi Marchese – è il luogo di un dialogo non dichiarato tra l’artista e l’avventore, caffè, cornetto, pizzetta, panino e un’immagine quasi alla Jack Vettriano che racchiude in se un mondo e tanti mondi».
Un universo complesso quello di Angrisani, nella prefazione del libro “Cattivo tempo- reloaded” miscellanea di artistiche foto, poesie e racconti, scrissi :«Questo volume è un’istintiva raccolta di attimi cristallizzati in versi e immagini. Ogni foto è spunto per scrivere, ogni verso ispirazione per scattare. Non spetta a me descrivervi i contenuti – di questo libro – perché le sensazioni visive, il gusto nel leggerlo, il trovare qualche legame a mo’ di citazione velata e non appariscente toccano a voi che leggete; Dylan? Guccini, Kerouac, Easy Rider per la statale con un serial killer? E Metaponto beach? Pitagora e Miami assieme, ed esce ancora la goliardia di Angrisani».

Agrisani è fotografa come se stesse scrivendo, scrive come se stesse fotografando, miscellanea di linguaggi. Lasciamo la parola a Rino Cardone: «Spazia dall’analogico, al digitale, dal bianco e nero, al colore, la ricerca fotografica di Edoardo Angrisani, il quale possiede un “linguaggio Espressivo/visuale” eloquente, efficace, emblematico e comunicativo; attento al reportage di viaggio, quanto alla descrizione e alla rappresentazione: del paesaggio, della natura e dell’ambiente compresa, anche, la trattazione del dettaglio e del particolare (come possono essere, ad esempio, o delle foglie d’edera, o del cordame di marinaio, o una rete da pesca). L’interesse dimostrato, tanto nei riguardi della poesia, quanto nei confronti del “pensiero esistenziale” si sublima – nella ricerca fotografica di Edoardo Angrisani – in immagini che egli “pizzica” qua e là, in giro per le città, o in una campagna assolata, o in un parco urbano, o in un viale, poco alberato, dove svetta un pino marittimo che da’ risalto allo sfondo. Si tratta d’immagini e di vedute, che egli carpisce, non solo, in Basilicata, in Italia, ma a diverse latitudini del pianeta: nella morbidezza di taluni scenari paesaggistici; nella ruvidezza di alcuni panorami (immacolati e selvaggi allo stesso tempo); nella vivacità di certuni “ambienti umani” (nei quali “pullula” la presenza dell’individuo) e in quelli che ci piace definire come i “luoghi-luoghi” intesi, vale a dire, come dei veri e propri “topoi antropici” in cui l’essere umano manifesta e dimostra la sua socialità, la sua umanità e la sua affabilità.

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