“IL CARNEVALE DEI RAGAZZI DI BASILICATA”

di Mariassunta Telesca

 

 

Nell’immaginario collettivo, in grandi e piccini, il Carnevale è sinonimo di allegria:  sfilate e feste in maschera, carri allegorici, spettacoli, coriandoli, stelle filanti…

Ogni territorio ha la propria tradizione carnascialesca, la propria maschera con riti e usanze, ma  per tutti a Carnevale un mondo magico prende vita.

«Che bello quando si realizzavano i carri di Carnevale!»: un’esclamazione che spesso si sente ripetere di questi tempi tra gli abitanti di Avigliano; «Era una vera festa popolare: le strade gremite, coriandoli e stelle filanti… » ricorda il giornalista Leonardo Pisani.

Una breve parentesi nella storia del paese, che ha caratterizzato i giorni della “settimana grassa” degli anni Ottanta, ma che è rimasta nella memoria di tutti per la maestria della realizzazione, l’allegria che si respirava al loro passaggio e lo spirito di collaborazione che li univa.

L’iniziativa nacque a opera di alcuni giovani insegnanti della scuola elementare “Tommaso Morlino” che la estesero inizialmente a tutti gli istituti scolastici del Comune e poi anche alle varie scuole della provincia e della regione, per cui fu chiamata “Il Carnevale dei ragazzi di Basilicata”: una volta scelto il tema, le varie scuole, ma anche molte associazioni del territorio, partecipavano alla parata con il proprio carro. «Un anno si scelse come tema la fiaba del Pifferaio magico e fu costruito un pifferaio di cartapesta grandissimo con vari animali, un altro anno quella di Pinocchio e si realizzò una balena alta più di 8 metri che, al posto dell’acqua, sparava coriandoli, con all’interno il burattino e Geppetto», racconta il maestro Nicola Giordano, tra i promotori dell’iniziativa. «Per il Carnevale 1984 preparammo, insieme al prof. Donato Pace, un carro che rappresentava La stella della Senna, cartone animato in voga in quegli anni: un grande cavallo bianco di cartapesta cavalcato dalla spadaccina mascherata», ricorda invece il professore Nazzareno Colangelo; ma tra i ricordi dei carri realizzati riaffiorano anche un mastodontico Mazinga Z, un grande polipo e un grande Dio Nettuno. Su altri carri, invece, i piccoli alunni, soprattutto della Scuola dell’infanzia, realizzavano delle scenette o interpretavano dei personaggi, ma tutto era coerente al tema scelto, anche i costumi dei numerosi ragazzi che accompagnavano il corteo dei carri.

«Si partiva a lavorarci già dal mese di Ottobre, gli insegnanti erano divisi in gruppi e ognuno curava un aspetto: costruzione dei carri, realizzazione dei costumi, organizzazione di balli e canti di accompagnamento alla sfilata… Poiché, però, a volte c’era bisogno di competenze che esulavano quelle degli insegnanti, si coinvolgevano anche i genitori, che si prestavano volontariamente – continua Nicola Giordano –  In quegli anni molti erano, infatti, i genitori che avevano competenze artigianali. Si era creato un bel rapporto di dialogo e collaborazione con le famiglie.» Mentre i papà, quindi, erano impegnati nella realizzazione della struttura, le madri aiutavano le maestre a cucire gli abiti scelti. «Un anno realizzai oltre 60 costumi di animali!», ricorda l’insegnante Mariangela Claps.

Tutta la fase costruttiva avveniva principalmente durante le ore scolastiche, in particolare nelle ore pomeridiane dedicate ad attività di laboratorio e le ore di compresenza, ma si proseguiva anche oltre il suono della campanella, quando si poteva contare sulla collaborazione dei genitori, e, spesso, il lavoro si portava anche a casa. «Allora le attività pratiche e artistiche erano una prassi nell’ambito scolastico, c’erano laboratori attrezzati e si utilizzavano molto i materiali di riciclo per contenere le spese e non gravare sull’economia scolastica – spiega il professor Donato Pace – I ragazzi collaboravano con entusiasmo e si lavorava anche negli orari extra scolastici, per pura passione. Solo con la passione si realizzano cose altrimenti irrealizzabili.»

Questi carri allegorici venivano costruiti principalmente con la tecnica della cartapesta, l’utilizzo di altri metodi per l’animazione e la motorizzazione delle strutture, altri materiali di riciclo e, spesso, si utilizzava una struttura di sostegno in legno o in rete metallica a maglie strette lavorata e poi coperta di alcuni strati di fogli di giornali incollati, stuccati e verniciati. In quegli anni si usava comprare i quotidiani per la lettura del giornale in classe quindi si aveva tantissima carta a disposizione. Inoltre, come ricorda Mariangela Claps, all’epoca c’era il patronato scolastico e si richiedevano dei prestiti per tali attività, per cui la scuola comprava tutto senza gravare economicamente sulle famiglie.

Dopo, quindi, mesi dedicati alla realizzazione del “Carnevale dei ragazzi di Basilicata”, queste strutture allegoriche venivano messe su ruote e trainate da macchine per tutte le vie principali del paese, tra la folla trepidante in attesa di meravigliarsi ancora una volta, accompagnati da tantissimi bambini e ragazzi, che cantavano e, alla fermata dei carri, realizzavano dei piccoli spettacoli.

A causa del maltempo, però, alcuni anni l’evento fu rinviato di qualche settimana e per questo, ironicamente, furono ribattezzati “i Carri di Primavera”.

Questa era solo una delle tante, tantissime attività degne di nota che venivano realizzate tra le mura scolastiche. «La motivazione – spiega la maestra Claps – era fare qualcosa di interessante per i ragazzi e per la comunità, in vista anche di una rivalutazione e rivisitazione delle tradizioni, per cui all’inizio di ogni anno scolastico si programmavano queste  iniziative.»

«Pensammo che attraverso la messa in opera dei carri potessimo trasmettere ai ragazzi la tecnica della cartapesta che io ed altri avevamo appreso diversi anni prima in Azione Cattolica, quando si costruivano dei mini carri di cartapesta, ma  realizzando questa volta qualcosa di maestoso, che avesse come riferimento i grandi carri allegorici dei Carnevali di Viareggio, Putugiano ecc.», prosegue il maestro Giordano.

Come tutte le cose belle, però, anche questa meravigliosa esperienza si è conclusa: un lavoro troppo esoso, che richiedeva un enorme impegno oltre che molto tempo da dedicarci. Chissà, però, che quei ricordi impressi nel cuore e della memoria di molti allora alunni e giovani insegnanti e in qualche fotografia racchiusa in archivi personali possano   oggi tornare a prendere vita per colorare ancora il Carnevale aviglianese di grandi e piccini.