LUCANIA E DAUNIA, TERRE GEMELLE

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La “trasonna” di Candela

di Leonardo Pisani
Tum, tum, tum, ho scelto di andare in treno verso Foggia per poi proseguire a Rocchetta Sant’Antonio assieme allo staff della cooperativa Frequenze per progetto “FAST: Folklore, Arte, Storia e Tipicità” promosso dal Comune di Rocchetta Sant’Antonio e finanziato dalla Regione Puglia per un tour per giornalisti di altre regioni. Per me un viaggio nel tempo, quando partivo per Milano e Pavia, un modo per ricordare quelle stazioni un tempo chiuse proprio come Rocchetta o Candela, di recente riaperta, e dove ho anche pernottato. Ebbene sì, quei locali delle F.S dismessi e che qualche imprenditore o cooperativa ha preso in gestione per intraprendere nuove attività. Una terra di mezzo, un crocevia tra l’Irpinia, la Lucania e la Capitanata. Per noi lucani del nord anche l’accesso all’Adriatico o verso i monti del Molise e dell’Abruzzo. Le vie della transumanza. Luoghi che avevo visto ma non osservato: troppo poco tempo, semmai di passaggio. Luoghi e posti con memorie del passato, crocevia dei nostri antenati. Luoghi vicini per cultura e antropologia, vicinissimi per distanze geografiche, ma lontani per scelte o decisioni anche di processi endogeni. Sentire parlare il dialetto a Rocchetta o a Candela è come sentirsi a casa, poi il Vulture svetta anche lì. A un tocco di mano. Paesaggi e luoghi che non ti aspetti. Certo per chi conosce un po’ di storia sa che sono zone contigue, specie nel periodo normanno. Paesi e borghi accumunati dal Principato di Melfi dei Doria Pamphili . Per chi visita il castello di Melfi, vi è in una delle stanze un enorme quadro che raffigura i maggiori centri del feudo: Candela, Rocchetta, Lacedonia, Forenza, San Fele, poi Melfi e Lagopesole e Avigliano, il mio borgo. Una unità politica ed economica che dura nel tempo. Poi quasi svanisce, ma ritorna nella memoria collettiva. Per me è un viaggio di riscoperta a Rocchetta, poter visitare l’imponente castello fatto costruire da Ladislao II D’Aquino, non per esigenze difensive ma per il fasto della sua casata, immenso, seppur chiuso perché di proprietà privata e da restaurare, dà il senso della maestosità. Pochi passi e arrivano altre sorprese: i ruderi del Castel Sant’Antimo , e lì si infittisce il mistero. Considerato un forte bizantino, ultime ricerche lo considerano normanno, da quel castello il fido cavaliere del Guiscardo Roberto del Torpo ovvero di Torps in Normandia già milite di Guglielmo il Conquistatore, partì nel 1081 per dare vita al feudo di “Rocca Sancti Antimi”. Percorsi indietro nel tempo anche con l’immaginazione,quando andiamo alla scoperta della Candela medioevale. Lì si vede il Vulture, l’antico vulcano spento spartiacque tra Lucania e terre irpine e della Daunia. Saliamo a piedi per quello che è un vero borgo medievale, ora solo scale sino alla sommità del paese. Un tempo porte, fossati, torri e un castello. Le mura non ci sono più, anzi a lungo furono le stesse case ad essere cintura muraria. Il castello, non c’è più ma la toponomastica aiuta, ed anche un documento dell’archivio della SS. Trinità di Cava dei Tirreni nel gennaio del 1066, ritroviamo ancora i normanni questa volta con Guglielmo del Principato, fratello minore del Guiscardo e con lui sepolto alla S.S Trinità di Venosa. Ritorna ancora la Basilicata…. Poi ancora i nomi dei feudatari : I Caracciolo del Sole e i Doria. Un legame Candela – Avigliano: gli stessi feudatari. E si viaggia ancora con la fantasia: c’era una chiesa dedicata a San Michele Arcangelo, forse voluta dai Longobardi, forse dai normanni. Non c’è più ma la memoria collettiva la ricorda, ed ancora a scendere finchè si arriva alla “trasonna”: la strada più stretta d’Italia. Ad un punto diventa solo di 38 centimetri. Affascinante, anche perché poi da stradine del medioevo diventa tutto bianco: sembra di stare sulle coste di un paese del Gargano o nelle creuze de mà di Genova. Ma parliamo anche della “Puglia chiana” come dicevano i lucani di un tempo, la Puglia delle pianure, del grano, delle olive. Di una gastronomia che varia a pochi chilometri, dai sapori forti di Rocchetta alle celeberrime orecchiette anche a Candela. I Doria a Melfi chiamavano le donne di quel borgo a far la pasta di casa. Ci dà una dimostrazione Ercole, il proprietario del ristorante “L’orecchietta”: l’abilità manuale a farle rugose, perché il condimento deve rimanere “attaccato”, il grano ben scelto per la farina, il grano “arso” un tempo quello dei poveri ora materia d’elite per paste dal sapore forte e gustoso. Sapori veri, come la gente di questa terra di mezzo, le serate tra festa patronale di Sant’Antonio con i caratteristici fuochi,. Un territorio non si vende soltanto, come troppo banalmente si dice. Si racconta, si narra, si riscopre anche, è antropologia e anche gastronomia, sono cose da vedere ma anche da narrare. Ne parliamo molto con Antonio Cocco, il presidente della cooperativa Frequenze. Poi verso le terre antiche, verso le vie dei Dauni, dall’Illiria alla Puglia e alle lucane Melfi, Lavello e Venosa. Da rozzi lavoratori di terra a raffinati artisti della ceramica, da contadini ad allevatori di cavalli.  Un popolo affascinate, dai villaggi immensi perché vivevano a contatto con la natura. Di quei popoli preromani che corrono il rischio di diventare materia solo per pochi esperti. Invece fanno parte della nostra storia, di quel labirinto di eventi e mosaico di culture che si amalgamano. Basta andare al polo museale di Ascoli Piceno, per osservare i cambiamenti negli utensili e comprendere di come le migrazioni ci sono sempre state. I Dauni si ellenizzano, i loro armamenti spesso sono simili ad alcune popolazioni osco sabelliche: compravano elmi corinzi da quei greci stanziati in Puglia, Basilicata o Calabria e in Grecia stessa. Gioielli d’arte come piatti dai delicati colori, spicca una Teti che regala lo scudo al figlio, Il Pelide Achille o un Apollo con grifone dall’ acconciatura del tempo dell’imperatore Adriano. Poi la meraviglia dei Grifoni o Grifi, da mozzare il fiato. Un capolavoro preda di tombaroli, un blocco unico di marmo che sembra essere lavorato da qualche mago e non da uno scultore. Una vicenda anche giudiziaria, entrarono illegalmente a far parte della collezione di Maurice Tempelsman e poi al Paul Getty Museum. I reperti furono poi restituiti all’Italia nel 2007.
Dauni e romani, Dauni e Sanniti, le battaglie nel 212 a.C. e nel 210 a.C. tra i romani e i cartaginesi di Annibale nel pieno della seconda guerra punica. Città dai cento nomi Kerdonia, Herdonia, Erdonias, dal paleolitico, ai Dauni, ai Romani e la via traianea, dal foro e della basilica civile, dell’anfiteatro, del mercato (macellum) dalla forma circolare, alle terme, delle locande (tabernae). Anche lì viaggia la fantasia quando l’archeologa Margherita Palladino ci fa rivivere fasti e decadenza della città. Traspare la passione dei volontari del Archeoclub Herdonia e la fantasia, l’utilizzo del multimediale nel museo, le frasi in latino e anche di Calvino, i filmati della rappresentazione storica in abiti romani. Un museo non deve solo far vedere ma anche narrare, coinvolgere, specie le nuove generazioni. Del resto loro è il futuro e questi sono i loro nuovi linguaggio.

Con Vincenzo Pugliese vicino al murales dedicato a Peppino Impastato

Poi si arriva alle ultime visite, una Cerignola che non ti aspetti, dalle leggende dopo la battaglia tra Francesi e Spagnoli per la conquista del Regno di Napoli; il centro storico “La Torre Vecchia” dove si rammenta l’antico castello, il cimitero dei Franchi, il cimitero degli assassinati a fianco la chiesa Madre, antica del XI secolo e con qualche traccia degli affreschi che la ricoprivano. La Cerignola con quella unicità del Piano delle Fosse del grano, circa 600 dove si raccoglieva il cereale, attestate sin dal XIII secolo, dove gli “sfossatori” correvano il rischio di morire per l’anidrite carbonica, come è evidenziato del Museo omonimo. Ma anche la Cerignola dove il genio di Mascagni compose la “Cavalleria Rusticana”, dove il piccolo Fiorello La Guardia giocava prima di diventare il primo amato sindaco di New York e gridando “È finita la Cuccagna!” , dove il giovane contadino Giuseppe Di Vittorio studiava al buio prima di diventare il più grande sindacalista della storia italiana. Una Cerignola che non è solo cronaca nera, ma riscatto con Altereco, una cooperativa sociale nata su beni confiscati alla mafia. Una foto emozionante ed emozionato Vincenzo Pugliese vicino al murales dedicato a Peppino Impastato. Poi una unicità in Italia, la chiesa fortificata dei cavalieri Teutonici, tanto cari al Puer Apuliae Federico II.

La torre Alemanna dei cavalieri Teutonici

Ai confini tra Capitanata e Lucania, divisi dall’Ofanto dove i Normanni di Guglielmo D’Altavilla sconfissero i Bizantini creando la Contea di Puglia, quella Torre Alemanna è un gioiello di possanza e grazia, di ceramiche e affreschi, di storia ma anche di valorizzazione moderna. La Daunia e il Tavoliere che non ti aspetti.

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