I NORMANNI PARTITI DALLA BASILICATA CANTATI DA TORQUATO TASSO

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Lo speciale  scritto da Andrea Galgano e Leonardo Pisani sui condottieri normanni Boemondo e Tancredi , da Melfi a Gerusalemme per la prima crociata 

di Andrea Galgano
Torquato Tasso è l’ultima grande voce del Rinascimento. Nonostante l’enorme contributo, a livello critico, sulla sua opera, sfrondata da stereotipi ed etichette, che lo vogliono vittima di principi o in preda a dissociazioni, o anche oppresso dall’Inquisizione, egli raccoglie la stagione fedele a Petrarca, ricomponendola nei suoi frammenti e offrendo un nuovo tempio classico. «Peregrino errante» tra errare ed errore, Tasso ha cercato la stretta attinenza di autore e personaggio, che nel suo vagabondaggio pellegrino e inquieto, percepisce lo sferisterio dell’abisso e del tormento, riemergendo con la nitidezza del suo lirismo e la rappresentatività della sua epoca storica. Il nostro percorso seguirà le linee estreme della Gerusalemme Liberata, il poema del sogno e dell’ardore, vertice della struttura aristotelico-tolemaica e dell’attrito verticale di Dio e delle forze occulte con l’Uomo, il Fato, la Natura, il Moto, lo Spazio, il Male, alla ricerca delle figure che hanno toccato con la loro presenza il nostro territorio, attraverso il loro volto, le loro imprese, il segno della loro esistenza.

Tancredi soccorso da Erminia, opera del Guercino

Tasso porge nella Gerusalemme il senso del dramma e del mistero, in cui la solitudine della scrittura diviene contatto remoto con l’antico, l’ignoto, l’infinito

, per rifondarsi e rinnovarsi. Rappresentando il tempo della Crociata nell’ultima fase, fino all’espugnazione di Gerusalemme e alla battaglia di Ascalona, egli stringe il tempo tragico dilatandolo e avvertendo l’inflessione della vanità del mondo, dove gli avvicendamenti delle albe e dei notturni uniscono minaccia e sollievo. La grandezza e la nobiltà degli avvenimenti narrati, la perfezione del mondo eroico, l’ammirazione e il permearsi nei personaggi, le passioni e i dolori vengono portati all’estremo, assommando in sé «il significato più alto di tutta un’esistenza e colgono, al di là di quanto d’inevitabilmente disperso vi è nella vita di ogni creatura, l’esperienza sentimentale che tutta la spiega e la illumina» (N.Sapegno).

Nel canto III, durante l’assedio saraceno, Erminia, segretamente innamorata di Tancredi sin da quando fu sua prigioniera, indica ad Aladino i principali cavalieri cristiani, tra cui spicca

Boemondo d’Altavilla («io dico Boemondo il micidiale, / distruggitor del sangue mio reale»), che governava in Antiochia, dopo aver ucciso Cassano, padre di Erminia Altra figura importante è Tancredi, il «feritor maggiore», trasposizione epico-cavalleresca di Tancredi d’Altavilla, principe di Galilea e di Antiochia, il paladino fedele al Capitano Goffredo di Buglione, che aduna in sé prodezza, bellezza e fierezza, ma che adombra il profilo di un amore folle, «nato fra l’arme, amor di breve vista, / che si nutre d’affanni, e forza acquista», per la guerriera pagana Clorinda. Un giorno, dopo aver messo in fuga i Persiani sotto le mura di Antiochia, cerca refrigerio e riposo presso una fonte circondata da sponde verdi. All’improvviso, ecco apparirgli la fanciulla, tutta armata, tranne la testa. Anch’ella, spinta dalla sete, è venuta lì per ristorarsi e si è tolta l’elmo. Tasso descrive l’innamoramento del guerriero cristiano attraverso un climax di stupore acceso, contemplazione e tremore. Dopo la fuga della guerriera, per l’arrivo di altri crociati, l’immagine della fanciulla altera, ossia non toccata dalla fiamma d’amore, si incide per sempre nel cuore di Tancredi. I due guerrieri incarnano il germoglio dell’impossibilità. Esiste, in Tasso, una sorta di ripiegamento che nasce nel fragore e si apre all’inseguimento irrisolto della felicità, culminata nel disinganno, nell’illusione e nella tragedia di una condizione di solitudine stremata e divisa. La sua vitalità è un concluso locus amoenus che racchiude l’epos in un’unica immagine dilatata, che prelude e dispiega ogni configurazione in una realtà altra. La psicologia descrittiva di Tasso diviene un incrocio di forme interiori e contraddizioni, rifiuti ed esclusioni. Come se tutto avesse un colore precario e fatale. Nel canto XII, pochi giorni prima del grande assalto cristiano a Gerusalemme, Clorinda decide di andare a bruciare la torre mobile, lo strenuo simbolo di resistenza dei Cristiani. Argante l’accompagna ma i due eroi vengono inseguiti e scoperti. Ma mentre egli riesce a penetrare entro le mura della città, per un errore fatale, ne resta esclusa e viene sfidata, non riconosciuta (poiché si è tolta l’armatura e ha indossato armi scure), da Tancredi. È un duello acuminato e violento di amore e morte, descritto, nei nodi di guerra, senza indugio, e rotto solo dallo spegnimento dell’ultima stella prima dell’alba livida. Tancredi si interrompe e chiede il nome all’avversario, ma lei non cede e rifiuta. Clorinda rimane ferita gravemente e gli chiede di battezzarla, affinchè ogni colpa possa essere redenta e poter così offrire il suo pegno di pace. Il riconoscimento dell’amata apre la ferita immobile di una trafittura che però sente la discesa nel cuore di un «non so che di flebile e soave»: si dà vita con il battesimo a ciò che si è ucciso con la spada. Nella dismisura del perdono si accoglie una pienezza insolita, dove il trapasso è una mano chiusa. Lo svelamento, come ricorda anche la vicenda amorosa di Tancredi e Erminia (che medica quest’ultimo dopo il duello con Argante), afferma un riconoscimento netto ed improvviso. Nelle sue multiformi apparizioni, la donna tassiana afferma furie e bellezze neglette, agnizioni e travestimenti. Il piacere, assedio di labilità, si fa più acre quando si conosce la sua precarietà; l’amore, nonostante la coltre dei presagi funesti, si annida nella solenne mestizia languida di un tepore nudo. Nelle tempeste e nei tormenti del tempo, nel doloroso sentimento del vivere e nelle perplessità dell’anima, l’eroe, che ha attraversato la menzogna ed è tornato a vivere nella verità, riscopre la sua alba e nella «torbida luce e bruna» sale, lasciando il suggello di un lavacro che riaccende un improvviso barlume d’incanto.

TANCREDI, DA MELFI A GERUSALEMME 

Di Leonardo Pisani 

“Ed altri abbandonar Melfi e Lucera…”, così il Tasso scriveva nella Gerusalemme Liberata per descrivere la partenza dell’esercito normanno dell’Italia meridionale verso la conquista della Città Santa. I terribili normanni delle gesta del Guiscardo e dalla formidabile cavalleria. Alla testa Boemondo, ritratto vivente di Roberto D’Altavilla, del conquistatore di Antiochia, di cui è incerto l’anno di nascita e il luogo, verosimilmente potrebbe esser generato a Melfi, di certo nella città dei 12 conti è cresciuto e divenne cavaliere. Un passo tratto da “La SS. Trinità di Venosa” di Giuseppe Crudo riesce perfettamente a rendere l’idea del contributo di uomini che seguirono Boemondo d’Altavilla: “Moltissimi nobili baroni e feudatari seguirono Boemondo. Lo seguirono Guido suo fratello, figliuolo del Guiscardo, un Guglielmo, e, dicono, un altro Tancredi, suoi cugini, Roberto di Buonalbergo figliuolo del noto Gerardo di Buonalbergo conte di Ariano, Riccardo conte del Principato e suo fratello Rainulfo, Ermanno di Canne e Goffredo di Montescaglioso, quasi tutti del sangue di Casa Altavilla, ovvero affini ad essa, Roberto di Ausa, Unfredo figliuol di Raone, Roberto figlio di Torstaino, Goffredo di Rossiglione e suo fratello Gerardo vescovo di Ariano, Alberedo di Cagnano, Roberto di Sordavalle e Bartolomeo Boello. Né questi furono soli: altri ancora passarono il mare. Ond’è che si dice obbedisse a Boemondo una schiera di settemila uomini fra normanni ed indigeni, tutta composta di scelta gioventù, la quale con valorosi capi salpò da Bari per la Dalmazia”. Era il novembre del 1096, ma il viaggio ideale era partito circa 10 anni prima e sempre da Melfi dove il 10 settembre 1089 si tenne Terzo concilio di Melfi indetto da Papa Urbano II che protrasse per una settimana nel castello sul Monte Vulture. Al concilio parteciparono circa 70 vescovi e per i normanni Ruggero Borsa, Boemondo I d’Altavilla, Goffredo di Conversano. In quel Concilio Papa Urbano II bandì per la prima volta la Crociata per conquistare Gerusalemme. Ideata assieme agli esponenti Altavilla. Boemondo fu il vero leader della prima crociata, fino alla presa d’Antiochia. Il nipote Tancredi proseguì per la conquista di Gerusalemme, fu tra i primi se non il primo comandante ad entrarci.

Il giovane condottiero era nato attorno al 1072 ; carattere fiero rispettava solo la volontà di Boemondo infatti a Bisanzio si rifiutò di prestare giuramento all’imperatore Alessio I Comneno. Dopo la conquista di Gerusalemme  del 14 luglio 1099 ,divenne principe di Galilea e quando nel 1100 Boemondo, fu fatto prigioniero dai Danishmendidi, Tancredi fu nominato reggente del principato di Antiochia. Seguendo la politica del nonno Roberto il Guiscardo, fu acerrimo avversario dei bizantini. Tancredi era considerato in vita uno dei maggiori cavalieri e condottieri, sposò la figlia del re di Francia Filippo I . Il normanno d’Italia morì nel 1112, subito dopo la morte fu scritta Gesta Tancredi una biografia di Tancredi in latino di Radulfo di Caen, un normanno che prese parte alla Prima crociata e fu al servizio di Tancredi e Boemondo. Poi Tancredi entrò nel mito della letteratura con la Gerusalemme Liberata d “Il combattimento di Tancredi et Clorinda” è il titolo di un madrigale del 1624 del compositore Claudio Monteverdi su testo dello steso Tasso. Inoltre il normanno è protagonista di molti film tra cui : i tre film Gerusalemme liberata di Enrico Guazzoni del 1910, del 1913 e 1918 e La Gerusalemme liberata di Carlo Ludovico Bragaglia (1957)

 

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