CRI, CRI, CRI: LA VERA STORIA DEGLI “LAHE R SANDE VIT”

di Leonardo Pisani

Cri.. cri.. cri.. nénna mia se vuoi menì ai lahe re Sande Vite, ngurce ngurce a lu quannite.

Bei tempi quando gli aviglianesi andavano a rinfrescarsi fuori paese, perché allora tutto era diverso. San Vito aveva la vecchia facciata rinascimentale, il paese finiva dove oggi la gente passeggia, la stazione non esisteva e neanche la villa comunale c’era. Erano solo alberi che portavano verso il camposanto e di lì a Sande Vit.

Lassame la mundagna,

sciamennénne a ru basciagne.

Pe re bbie re lu Pandane

canda lu hridde a canda la rana

Il Pantano, il lavatoio pubblico, dove fino agli anni 60 le donne aviglianesi andavano a lavare i panni, l’acqua era un bene prezioso all’epoca e quel lavatoio era anche l’occasione per chiacchierare, incontrasi, e perché no, anche per i pettegolezzi. Poi esistevano i laghi, i due laghetti dove i ragazzini facevano i bagni, proprio  come nella canzone di Angiolino Santarsiero, maestro  cantore, anzi maestro di professione e vocazione, che utilizzava la musica e la sua chitarra anche per insegnare nelle scuole elementari di Avigliano e contrade. Cri Cri Cri è una sua creazione, non è una canzona popolare come lasciano credere. E’ una canzone di autore, nata per caso e nata per gioco. Anni 60, la Rai – all’epoca non esisteva il terzo canale – voleva fare un servizio radiofonico su Avigliano, raccontare qualche storia, di quelle da paleo televisione che poi a pensarci era moderna. Una telefonata dell’allora corrispondente Rai Lello Colangelo a Franco Corrado per raccontare una storia anzi la storia di Michel lu ngappa ran, che andava ai laghi di San Vito a catturare rane, parte le teneva per lui, ghiottissimo di quella carne bianca e parte le regalava. Michele De Bartolomei era un personaggio da romanzo, a tratti surreale.

I laghi di san Vito oggi- foto di Mimmo Romaniello

Corrado piomba ad Avigliano, incontra Michel lu ngappa ran ma Michele non ha voglia di parlare; se ne va quasi una bottiglia di cognac,. Niente da fare, con la disperazione di Corrado. Eureka: a Lello Colangelo viene un’idea. Michele ama la musica, chiama Angiulin Santarsiero e gli chiede di venire a suonare qualcosa. Il cantautore – ebbene sì lo era-  va a casa di Lello Colangelo, per capire il tema da trattare, poi ritorna a casa sua. Nel frattempo Corrado cerca di intervistare Michel lu ngappa ran. Una faticaccia, dal primo pomeriggio a sera per registrare quei nastri per la radio.  A fine intervista arrivò Angiolino con la canzone pronta per fare da sottofondo.

Cri.. cri.. cri.. nénna mia se vuoi menì /ai lahe re Sande Vite, ngurce ngurce a lu quannite. L’aveva composta in quel poco di tempo apposta per Michele, e quel Cri cri Cri colpì l’animo ma soprattutto la lingua di Michele che parlò e parlo. La figlia di Santarsiero, Concetta poi ha trovato un’intervista del padre, quando andava ai programmi Rai di Mario Trufelli dove il cantautore divertito raccontava che Michele era infastidito dalle giovani coppie che si incontravano furtivamente ai laghi, perché facevano scappare le rane.., Ah che danni fa Cupido..

« Se po fai l’amore inde ngasa /spisse spisse te tuocche lu nase/Appèna te rai nu uase: “Attiénde, attiénde!” ca mamma mo trase/Quanne méne te re crire: “Fusce, fusce!” ca vène ta sire, vène ta sora, vène ta frate…a ié pèrsa la sciurnata»

Del resto a distanza di oltre 50 anni, quella canzone ancora piace. A pensarci pure il verso canda lu hridde a canda la rana / canda la fémmena a lu uaddone / abballa, abballa lu shquarafone profeticamente lo annunciava: ai magici laghi del Santo Patrono ballano grilli, rane, ragazze, ragazzi e pur gli scarafon, notoriamente gli scarafaggi non brillano per l’abilità nel ballo, ma con quella canzone e quella atmosfera tutto era possibile. O meglio, precisiamo, era l’arte e l’abilità di Angiulin Santarsiero, capace di ritmare suoni e armonie, di giochi linguistici con quel aviglianese duro nella pronuncia ma particolare nei suoi suoni e lemmi sincopati poi si presta a chi sa rimare con abilità, oltre la semplice rima baciata che troppo impera in poesie e canti pseudo vernacolari. I Laghi di San Vito, ancora ci sono ma nessuno ci va, anzi molti neanche sanno che uno specchietto d’acqua ancora è rimasto dopo la terribile frana del gennaio 1915 e poi quelle di giugno 1924. Cambiarono la morfologia della zona ed anche la storia di Avigliano.  Suggestivo come suggestive sono le canzoni di Santarsiero, ci ritorneremo perchè ogni sua composizione ha una storia come la ballata dell’emigrante, come Lu squarpare” ( rielaborazione, “Zicchetembó”, “Bambine bambeniélle”. Ed ancora la ballata r Ninghe Naghe oppure “Zia Lita ri Calusce” sull’usanza delle donne di Avigliano di tenere le forbici sotto lu sciusce. ( la gonna). La prematura morte nel 1976 e forse una mancanza di senso pratico nel promuovere se stesso e le sue creazioni – solo due pezzi incisi- fanno correre il rischio di dimenticarsi di questo grande cantore e che le sue canzoni poi  non siano riconosciute come sua opera e spesso anche pessimamente rimaneggiare nei testi e musiche. Ci ritorneremo.

I laghi dopo la frana del 1915 - foto di archivio di Leonardo Lovallo

LA FRANA DEL 1915 

Erano due laghi, anche abbastanza grandi, la memoria ormai si è quasi persa nei 100 anni da una terribile frana che devastò la costa sopra la zona di San Vito. Certo “gli lahe r Sand Vit” sono rimasti nella tradizione orale aviglianese, anche grazie alla canzone di Angelino Santarsiero e ancora esistono in un terreno privato. Ormai solo uno specchietto d’acqua ma molto suggestivo. Pochi lo sanno, ormai fuori mano rispetto alle nuove strade. Ma cosa successe. L’inverno 1914/1915 fu particolarmente rigido con nevicate fuori la norma.  Quella zona, pur essendo all’epoca abbondantemente fuori l’abitato di Avigliano era importante, anche per la presenza della chiesa di San Vito, Con Patrono di Avigliano.

Il ponte di San Giovanni dopo la frana- foto del febbraio 1915, archivio di Leonardo Lovallo

Ed era anche strategica perché vi sarebbe passata la nuova ferrovia da un progetto ambizioso: collegare Bari a Potenza, poi dal capoluogo di Regione verso Avigliano, da lì a Baragiano per collegarsi alla Salerno- Napoli. Insomma dall’Adriatico al Tirreno.  I lavori erano ad appannaggio della società ferroviaria “Mediterranea”, fu costruita la stazione in contrada Cefalo, il tracciato, le gallerie poi la catastrofe. L’episodio è descritto nel pregevole lavoro del compianto Gennaro Claps “ La società di Mutuo Soccorso fra gli operai di Avigliano” dove riporta la descrizione del professor Paolo De Grazia della frana iniziata il 28 gennaio e culminata il 30 dello stesso mese “come una valanga, travolgendo terreni colti e pascoli, abbattendo alberi e casolari per circa due chilometri”.  E anche i due laghi furono travolti, ne rimase solo un piccolo specchietto. Il progetto della Gravina – Avigliano – Salerno, dopo timidi tentativi negli anni 20 e dopo l’ennesima frana in zona fu completamente abbandonata con l’avvento della Repubblica Italiana. Le foto del 1915 sono di Leonardo Lovallo, le attuali dei laghi di Mimmo Romaniello