MATTEI, IL DOCUMENTARIO CENSURATO, SCOMPARSO E RIAPPARSO. DIALOGO CON FABIO AMENDOLARA

di Leonardo Pisani
Il Metano ti dà una mano… E chi si dimentica quello slogan, ma né metano né petrolio diedero una mano a Enrico Mattei, e ancor prima che sabotassero il suo aereo privato per togliere di mezzo un personaggio scomodo e ingombrante. Anzi pericoloso allo Status Quo dell’energia. Ora pensiamo che Mattei fosse un uomo dal potere immenso, proiettando l’oggi al passato, dove tutto o quasi si poteva fare. Eppure il “patron dell’Eni” quando provo a utilizzare il cinema per portare il suo messaggio di ottimismo verso il futuro fu censurato. Ebbene sì; Mattei finanziò un documentario “L’Italia non è un paese povero” scegliendo per la realizzazione dei grandi professionisti. Per la regia fu scelto Joris Ivens, pseudonimo di George Henri Anton Ivens (Nimega, 18 novembre 1898 – Parigi, 28 giugno 1989), la collaborazione dei fratelli Taviani, Valentino Orsini, Tinto Brass e addirittura il commento di Alberto Moravia. Un documentario misterioso, perché ne esistono ben tre versioni con tre finali diversi, fu censurato, rimontato e il negativo originale fu fatto sparire. Una versione originale fu salvata solo per l’intraprendenza di Tinto Brass, che lo salvo in una valigetta diplomatica. Insomma, per vedere quel documentario si è dovuto aspettare il festival di Cannes del 2000. Ora è considerato un documentario straordinario, non a caso Mattei volle Joris Ivens, il regista anti-fascista, Terra di Spagna con sceneggiatura di John Dos Passos ed Ernest Hemingway e con voce narrante di Orson Welles, oltre che dello stesso Hemingway e di Jean Renoir. Si narra che Mattei, profondo conoscitore del mondo, mandò a convincere il cineasta olandese, un’avvenente attrice. Che sia vero, falso o verosimile, era il 1960 e il documentario prevedeva tre episodi: uno a Ravenna, uno a e uno in Lucania.

Proprio l’episodio lucano fece scattare l’ira della censura di un’Italia bacchettona. Infatti, la scena nelle terre di Basilicata narrava di « una famiglia di sette persone che vive in un monastero lucano sconsacrato tra sporcizia, animali e mosche gli sarebbero valse la censura Rai). (Boris Sollazzo,cinematografo.it, 29 marzo 2007)». Del resto eravamo nel periodo del neorealismo, e non delle fiction di un falso mondo perfetto con contadine truccate, famiglia al mulino bianco di Basilicata tra un viaggio da costa a costa, sperando che non ci siano frane o qualche ponte non chiuda, se no altro che passeggiata bucolica. «Lucania, in questo paese non si lavora per vivere ma sopravvivere», questo l’incipit del documentario quando inizia la tappa lucana. La storia di due alberi, uno di legno e uno di ferro, un ulivo e Negli ultimi mesi di Mattei è capitato di parlarne, sentirne parlare nelle mille sfaccettature di un personaggio complesso. Questo nelle presentazioni di “VelEni” libro d’inchiesta scritto da Fabio Amendolara sulla scomparsa di Mauro Di Mauro, giornalista d’assalto che una sera svanisce e non fu mai ritrovato. Stava collaborando con Rosi per il film “Il Caso Mattei”.


Amendolara,per il suo documentario, Mattei si rivolge a un autore di assoluta avanguardia come Joris Ivens affiancandolo ai migliori autori italiani e scomodando Moravia. Invece ora ci si rivolge ad altro…
«Eh, ora l’Eni si occupa poco di produzione, ma fa molti sponsor. In Italia diversi festival del cinema portano il simbolino del cane a sei zampe. Qualche produzione con finanziamento, però, Eni c’è ancora. Ricordo “Basilicata coast to coast”, che al suo interno fa passare un terribile messaggio tramite una canzone di Rocco Papaleo, che a un certo punto dice “date anche a noi un pezzo di mafia” per ricordare a tutti il falso mito della Basilicata isola felice».
Quando ti parlai di questo documentario, però rimanesti sorpreso
«Non lo conoscevo. Ma credo che sia tutto da studiare e approfondire, inquadrandolo nel contesto politico ed economico di quegli anni».
Mattei all’epoca potentissimo incappa in una censura bigotta, ora sembra che invece si sia perso il senso della realtà. Che ne pensi?
«Mattei potentissimo aveva contro gran parte della politica, a partire da Fanfani, potentissimo segretario della Democrazia Cristiana, e da Emilio Colombo, ministro dell’Interno, che a lui preferiva il vicepresidente dell’Eni Eugenio Cefis».
Quando abbiamo presentato il tuo libro, parlando tra noi, sostenevo che Mattei avesse uno stile più sobrio, di certo più proiettato al futuro e non solo suo, dato che alla sua scomparsa la moglie si trovò in difficoltà economica.
«Mattei lavorava per la sua azienda, non per sé. Ecco perché la moglie non ha trovato tesoretti».
Lasciamo stare la questione petrolio sì, petrolio no. Dall’entusiasmo dei primi accordi, sognando l’Eldorado, ai giorni nostri con le proteste, Cosa è cambiato?.
«L’unica cosa che è cambiata è la consapevolezza che l’Eni in Basilicata ha agito come se fosse nei Paesi africani nei quali è abituata a operare. Detta le regole, fa finta di auto controllarsi e poi, come ci raccontano i processi, inquina. La propaganda che paga, diffondendo prebende a profusione sul territorio, serve a ripulire tutto».

 

Il giovane Tinto Brass e Joris Ivens

Per finire, v’invito alla visione del documentario soprattutto per le scene lucane, quelle vere con tarantelle ancestrali tra Gorgoglione e Ferrandina, la contadina con dieci figli di cui cinque morti, il piatto unico per pranzare quel po’ di roba che si riusciva a trovare. . Tempi passati, certo ma non troppo. Alla ricerca del petrolio e del metano, il documentario finisce sostenendo “presto l’Italia non sarà più un paese povero”. Mattei ne era convinto sino alla fine con quello schianto, ma una domanda sovviene e la lascio ad Amendolara: ma poi questo fiume di miliardi di euro ha reso meno povera non dico l’Italia ma la Basilicata?
«L’Italia nel periodo della gestione Mattei era di certo meno povera e grazie all’Eni e alle sue politiche si era emancipata a livello energetico. Ora la Basilicata contribuisce con le estrazioni a far camminare l’Italia, ma in regione resta poco e ciò che arriva è speso male, come ci segnala ogni anno il procuratore regionale della Corte dei conti».