Si E’ SPENTO IL MICHELANGELO DEI MINATORI

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DI LEONARDO PISANI

Ci ha lasciati il Michelangelo dei minatori, a novantasette anni Francesco Libonati ha terminato la sua vita terrena, ma la sua memoria rimane scolpita come quelle opere nate dal suo estro e fuoco artistico. Ha ragione il presidente del Consiglio regionale della Basilicata Francesco Mollica ad affermare che «La Basilicata perde oltre ad un grande artista anche uno dei suoi figli migliori, la cui storia sembrerebbe da romanzo o fiction, ma in realtà è la storia di quei tanti lucani che con tenacia e talento hanno tracciato una scia luminosa nel mondo».  Figlio di Lucania povera ma dignitosa, Francesco Libonati era destinato a esser fabbro come il padre, il nonno e il suo bisnonno,  era nato a Rotonda il primo dicembre 1920.

Già s’intravedeva in quell’officina del Pollino che il giovane aveva estro e talento nell’antica arte di Efeso e nel disegno artistico; dalle sue mani uscivano meraviglie in ferro. Ma il caso giocò trame misteriose, destinato a diventare un artigiano come gli avi, nel conflitto mondiale si ritrovò soldato nelle viscere della terra, a scavare nelle miniere sarde di Carbonia per il Reale Esercito del Regno D’Italia. Una storia da romanzo, una vita da ramingo degna di uno scritto dell’ottocento, come Remigio di “Senza Famiglia” o un “David Copperfield”.

Con il Roma ne avevo già scritto, una pagina intera ad agosto e in ottobre ricordando Primo Carnera, perché la errabonda storia di Libonati meritava e merita di essere narrata. «Memorie dal sottosuolo del Michelangelo dei minatori”, scomodo Fëdor Dostoevskij: dalle cime del Pollino alle miniere di Carbonia, da Rotonda alle viscere della terra nel freddo Belgio. Libonati fu emigrante, fu minatore e tale sembrava a essere destinato, nero di fumo e con i polmoni rovinati. «Libonati pur lavorando anche a 800 metri nel sottosuolo riuscì a prendere il diploma a pieni voti – ricorda Franco Mollica – Aveva del miracoloso quello che il fabbro lucano era riuscito a compiere. Il direttore dell’Istituto Minerario della provincia di Mons Culot, gli commissionò un busto, cui fece seguito quello del presidente dei Deputati della regione dello Hainaut, Stievenart». Francesco divenne il simbolo degli emigrati italiani.

Ma non lasciò la miniera; di notte scava e di giorno scolpiva. Poi ebbe un’idea; scolpire la dura vita delle viscere e acquistò un blocco di pietra di 4 tonnellate e ne fece uscire una opera d’arte di due metri e sessanta, un simbolo del minatore tenace nel suo lavoro e nella sua energia Chiamò la sua opera il “Minatore di tutti i Paesi”

Divenne un simbolo per tutti gli italiani del mondo. Anche un altro emigrante lo andò a trovare, come fece con Rocco Mazzola quando Carnera andò a Potenza. “Il pugilatore e il minatore” due emigranti, due simboli viventi. Libonati continuò a fare il ramingo, divenne un artista affermato e uno stimato docente di belle arti: prima all’Istituto Statale d’Arte di Potenza e poi nelle Accademie di Belle Arti di Frosinone, L’Aquila e Roma. Dalle viscere della terra al plauso di Re Baldovino, dalle miniere ai cieli dell’arte.

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