LA MACIARA INDAFFARATA: TRA MAGIA E ANTROPOLOGIA

Condividi subito

Di Leonardo Pisani

La “masciara”, utilizzo il temine in aviglianese poiché mi viene spontaneo, una figura per lo più femminile dalle caratteristiche particolari in Lucania. Non è la janara e neanche la strega di altre zone d’Italia, ha le sue particolarità.  Personaggio ricorrente nella cultura popolare e non solo, basti ricordare quel gran romanzo di Carlo Alianello “l’Eredità della Priora” in un passaggio le ricorda, così nell’omonimo sceneggiato televisivo, le scene dello sfortunato Gerardo Satriano che incontro una famiglia di maciare e la musica di sottofondo dei Musicanova con una moresca, fa venire i brividi. Ma chi erano le maciare, la risposta la troviamo nei 103 lemmi del nuovo lavoro del professor Angelo Lucano Larotonda, Un dizionario della magia di Basilicata, pieno di sorprese nel leggerlo, anche per chi ha conosciuto chi toglieva “l’affascino” o lo metteva oppure avrà sentito nelle ataviche tradizioni di propiziare un evento o di evitare qualcosa perché porta “scalogna”.  Di questo lavoro ne parliamo con l’autore , che ricordiamo esser stato docente di Antropologia Culturale all’Università degli Studi della Basilicata, Antropologia Economica a Messina  e Storia del Cinema a Roma.  Le foto d’epoca sono del regista e documentarista Luigi Di Gianni

 

Professor Larotonda, lei ha sempre studiato con rigore e originalità le tradizioni lucane. Ma questa volta le confido che mi ha sorpreso. Come nasce l’idea della “La maciara  indaffarata. Lessico della magia lucana” edito da Osanna?

«Semplice. Da due motivi: primo, dall’invito della rivista “Appennino”  a scrivere un articolo sulle tradizioni lucane. L’ho scritto e poi ho pensato di ampliarlo per un libro. Secondo, dal ricordo di essere stato guarito  da una maciara quando ero adolescente. La sua pozione riuscì (a quei tempi non c’era ancora la penicillina)».

Mi incuriosisce anche il metodo che ha utilizzato, le spiego anche il perché. Da piccolo ho sempre sentito parlare di un rito per far guarire. Ad Avigliano si chiama “cresc”, di “masciare” se ne parlava, ma già negli anni 70 era un ricordo lontano. Poi le formule segrete, tanta tradizione orale. E’ stato difficile trovare fonti e memorie?«Per un topo di biblioteca no, non è difficile. A prescindere dall’impegno didattico all’Università, che mi richiedeva di fare ricerca, anche nei miei trentacinque anni di vita a Roma non ho mai allentato il mio interesse per la cultura lucana, vista nei suoi molteplici aspetti, sia negativi (pochi) che positivi (molti). Ovviamente mi riferisco alla cultura popolare…»

Ho letto abbastanza dell’argomento, ma è riuscito a meravigliarmi. Per esempio l’uso del pupattolo per i malefici con i tre aghi o chiodi. Insomma un voodo o un hoodoo lucano. Non lo sapevo.

«È una tradizione secolare, praticata già nell’antico Egitto e arriva a noi attraverso la cultura greca. Faceva parte della magia “negativa” condannata da re e sacerdoti in quanto ritenuta nociva alla società. La Chiesa la motivò diversamente: questa pratica incantatoria andava considerata come limite alla capacità di scelta che Dio aveva donato all’uomo. Quindi andava condannata. Con tale concetto si è andato avanti per secoli».

Mi ha colpito questo forte legame tra religiosità popolare e magia popolare. Certo è presente in tutta Italia, ma qui da noi è molto connessa. Mi sbaglio?«Precisiamo: “è stata” molto connessa. Ora non lo è più perché a partire dagli anni settanta del secolo scorso le figure della maciare sono andate scomparendo a causa della nuova cultura introdotta dalla televisione, dall’abbandono delle campagne, dall’espandersi del servizio sanitario. Sono mutate le condizioni sociali e anche il modo di intendere la “cultura popolare” dalla stessa Chiesa dopo il Concilio Vaticano II».

Poi il legame con la natura, molto stretto. Mi ha colpito non solo i malefici contro gli animali ma anche il propiziare “l’asino”  . Certo asini e maiali erano un motore dell’economia domestica.

«Effettivamente oggi ci si meraviglia sapere ciò, ma come dice giustamente lei, l’asino era uno dei motori dell’economia di sussistenza della Basilicata fino alla riforma agraria e oltre. In un precedente mio lavoro (Feste lucane) ho messo in evidenza come in tutti i paesi lucani“il” contadino pregasse, nell’ordine, per l’asino, per il figlio maggiorenne, per la moglie;  “la” contadina pregava invece per il figlio maggiorenne, per l’asino, per il marito. L’asino dunque come elemento portante di quella economia. l legame maciara-natura era indispensabile in quanto la prima faceva molto uso delle erbe per le sue pozioni». 

Il suo dizionario ha 103 lemmi, permette una lettura  e poi i rimandi da una voce all’altra sono tanti e aiutano a comprendere meglio. Alcuni interrogativi  però mi rimbombava sempre mentre leggevo: Ma in Basilicata ci sono ancora le maciare ? I Lucani credono ancora nella magia popolare? A volte scherzo nominando Colobraro- tra l’altro un bel borgo e con un gran spettacolo a tema- e vedo reazioni particolari. Io ci rido ma molti ci credono o fanno finta di crederci.  

«I creduloni esistono in ogni cultura. La fama negativa di Colobraro è stata costruita a freddo, anche se involontariamente, poi alcuni etnologi hanno rafforzato tale “diceria” per cui questo povero paese è stato “marchiato a fuoco”. Oggi per Colobraro la magia è diventata una “griffe” positiva per il turismo. Le maciare esistevano perché la medicina era assente dai nostri paesi. Esistevano perché fornivano mezzi per sedurre, oggi i metodi di seduzione sono cambiati. Esistevano per “sostituire”  i miracoli quando i miracoli non arrivano a soddisfare  i bisogni minimi della povera gente».

Condividi subito