«I NEMICI SONO FUORI DAL PD», FORSE

POTENZA. Si definisce un “nativo democratico” proprio perché le sue prime esperienze politiche le ha maturate nelle fila dei democratici. Giovane consigliere regionale, da poco ha compiuto 35 anni, è candidato alla segreteria regionale del Partito democratico lucano: è Mario Polese. Dalla sua ha l’appoggio del presidente Pittella e di altri big del partito, compresa l’area Orlando. L’ambizione non gli difetta: vuole chiudere l’epoca del “Partito Regione” e aprire quella del movimento della comunità democratiche. Lo abbiamo incontrato prima di una delle tante tappe di questo tour elettorale in giro per la Basilicata.

Consigliere regionale, politicamente vicino al capogruppo dei Socialisti e Democratici al parlamento europeo, Gianni Pittella, e al governatore della Basilicata, Marcello Pittella. Ora candidato alla segreteria regionale del Pd. Sembrerebbe che Polese voglia occupare ogni posto in Basilicata. Perché candidarsi a segretario regionale?

«Assolutamente no, mi creda. Ritengo che la politica debba tornare ad essere intesa come un servizio alla persona, e non un’occupazione di poltrone. La mia storia dice esattamente questo, perché da sempre ho legato il mio impegno al servizio del prossimo, lavorando nelle associazioni e nel volontariato. È stato grazie a Gianni che ho avuto l’opportunità di entrare a far parte della più grande comunità politica che c’è in Basilicata, il Pd. Quanto al mio rapporto con Marcello, è storia nota che io sia stato il coordinatore della sua campagna delle primarie per la presidenza della giunta regionale. Quell’esperienza, vissuta in maniera intensa, resta tra le più importanti della mia vita politica. Aver vinto quelle primarie, ribaltando un risultato che sembrava già scritto, è la dimostrazione che la politica non è solamente quel gioco di poltrone e di poteri, così spesso viene raccontata. Da quella vittoria ad oggi, vivendo in prima persona l’attività di consigliere regionale, è mancato il Pd ed i suoi luoghi di discussione e decisione. La prematura scomparsa di Antonio Luongo, persona a me molto cara, ha portato con sé un vuoto non solo sul piano umano ma anche su quello politico. In queste settimane di campagna congressuale, in giro tra i territori e la nostra gente, avverto il peso dell’assenza del Pd. Ho deciso di candidarmi a segretario proprio per poter dare alle tante comunità democratiche lucane una leadership chiara, una nuova missione al Pd, e ristabilire i nostri luoghi del confronto democratico».

Il Pd è rimasto quasi due anni senza un segretario regionale. L’opinione pubblica non ne ha discusso molto, nei circoli neanche troppo. Ora invece sembra una battaglia, anche dai toni aspri. Ma secondo lei l’elettorato di riferimento e la stessa opinione pubblica non rimane fredda se non addirittura diventi indifferente?

«Lo diciamo chiaramente nella nostra mozione congressuale: Il partito democratico in questi anni non ha fatto altro che guardarsi allo specchio dimenticando che poco più in là c’era una finestra sul mondo che andava aperta per guardare e capire il cambiamento che stava avvenendo nella nostra società. Il partito specchio si è limitato solo a discutere dei propri gruppi dirigenti, dei destini dei singoli, accentuando toni e polemiche, vere o presunte, che ne hanno caratterizzato il racconto più recente. Ci siamo dimenticati delle comunità democratiche, degli amministratori resilienti che in questi anni difficili hanno saputo resistere alle tante difficoltà e ad un’opinione pubblica, condizionata da un populismo crescente, che indicava nella politica e nei politici i maggiori responsabili delle tante crisi che abbiamo vissuto in questo tempo. Noto che in questo nostro congresso si stanno alzando i toni e la cosa non mi fa piacere. Parlo innanzitutto dei miei sostenitori e guardo anche a cosa stanno facendo gli altri. Le strumentalizzazioni che sono state fatte, per logiche che non appartengono al confronto politico, non fanno bene a nessuno. La discussione, specie per la politica, quando tocca la passione e le convinzioni di ognuno di noi può anche diventare serrata e dura, il confronto su temi e questioni importanti porta anche a una dialettica aspra. È anche questo il sale della democrazia. Ma quando però diventa solo terreno di attacchi – semmai personali – fomentando l’odio nei confronti di qualcuno, significa non essere né nei binari della democrazia, né del buon senso e soprattutto oltre la civiltà. Io la penso diversamente. Non ho nemici, ho avversari semmai, e sono tutti al di fuori del Pd e del centrosinistra. Sono i populisti, i pessimisti, i benaltristi, gli scoraggiatori militanti».

Insomma c’è il pericolo che la discussione politica stia diventando autoreferenziale?

«È il rischio che dobbiamo evitare. Occupiamoci meno di dare titoli ai giornali e impegniamoci di più a rigenerare il Partito democratico. Le sfide elettorali che ci attendono si presentano molto difficili, non possiamo far vincere le forze populiste. Abbiamo una storia importante alle spalle, che merita rispetto, ed abbiamo un’idea di futuro possibile per la Basilicata che ci chiama a grandi responsabilità».

Il partito di massa è ormai finito, ma allo stesso tempo le attuali formazioni sono in crisi. Che Pd vuole Mario Polese?

«La nostra mozione dice subito quale sarà la nostra sfida, qualora dovessimo essere chiamati a guidare il Pd lucano: il 3 dicembre, giorno delle primarie, finisce l’era del “Partito Regione” ed inizia il tempo del movimento delle comunità democratiche. Il Pd deve far entrare e accogliere la società civile perché le comunità democratiche lucane sono tante e aspettano solo di essere interconnesse. Per molto tempo le abbiamo tenute lontane, ai margini, mentre loro si auto organizzavano e, con una passione civile ineguagliabile, si sono messe a disposizione di tutti i cittadini perseguendo il bene comune. Gli esempi sono davvero tanti, assurdo che il Pd non debba dare spazio e voce a tutta questa energia positiva».

Tre temi che casomai diventasse segretario regionale porterà avanti.

«Prima dei temi c’è una premessa doverosa che vorrei fare. Non voglio più vergognarmi di dire che faccio politica, che la faccio in un partito e che questo partito si chiama Partito democratico. Ma per fare ciò bisogna innanzitutto che chi si candida a ricoprire ruoli di responsabilità e di governo nei diversi enti sia capace e competente. Delle tre cose che mi chiede io ne metto subito una in testa: realizzare una scuola di formazione per i nostri amministrativo, futuri o presenti. Le sfide di governo sono complicate e complesse, noi dobbiamo rispondere con meriti e competenze. Altrimenti nessuno mai noterà la differenza tra noi e le forze irresponsabili del populismo. Secondo tema: il patto tra le generazioni. Ci sono esperienze importanti nel centrosinistra e nel Pd che vanno valorizzate al meglio, così come ci sono ragazzi della mia generazione che vogliono impegnarsi in prima persona. Io immagino un Pd che sappia essere inclusivo e non divisivo, perno di un centrosinistra nuovo e vincente. Per fare questo dobbiamo saper unire le persone, le storie, le visioni. Al patto delle generazioni si aggancia quello tra le città che devono prendersi per mano senza sciocchi campanilismi e abbracciare le periferie di questa regione. In un lavoro di rammendo, di mutuo sostegno, di costruzione di una identità senza steccati. Il vento della globalizzazione lo si affronta con la stabilità di una grande coesione interna accompagnata non da muri o recinti, ma dalla consapevolezza che possiamo offrire un contributo culturale di primo piano alla collettività nazionale. Terzo: creare dei dipartimenti tematici, speculari a quelli del governo regionale, ed aprire il partito. Il Pd che vogliamo deve saper produrre idee e buone pratiche da offrire alle amministrazioni pubbliche, per questo ritengo sia centrale la realizzazione dei dipartimenti tematici, che devono fungere da stimolo e sostegno al lavoro della giunta regionale. Le sezioni, poi, devono tornare ad essere il cuore pulsante della nostra vita nei territori. Noi abbiamo avanzato una proposta semplice, che in molti hanno ridicolizzato non comprendendo, invece, il portato innovativo. Se la politica deve tronare a servire le persone, allora è giusto che le nostre sezioni non siano solo il luogo di decisione o, peggio, di divisioni di potere, ma un luogo messo a disposizione dei tanti cittadini per attività culturali, sociali, aggregative. È così ridicolo pensare alle nostre sezioni come ad un luogo dove una famiglia meno abbiente posso festeggiare il compleanno del proprio figlio, magari aiutata proprio dai nostri iscritti? È proprio quel substrato culturale che porta a schernire questa nuova idea di partito, la causa dell’allontanamento dei cittadini dalla Politica. O lo capiamo subito oppure continueremo a perdere consensi e tesserati».

Con lei consigliere regionale, non c’è il pericolo che partito ed istituzione confondano i ruoli? Oppure che il Pd diventi un appendice del governo regionale?

«Mi fa sorridere chi, in questo congresso, dice che il Pd non debba vivere nelle istituzioni. Io ritengo sia fondamentale che il partito debba stare nelle amministrazioni, così da poterne caratterizzare la missione ed il lavoro. Abbiamo il bisogno urgente di rimettere in moto i nostri organismi dirigenti, di interpretare e saper accogliere le istanze che vengono dai territori, di discutere liberamente e democraticamente delle grandi scelte a cui il massimo ente territoriale è chiamato a fare. Se vogliamo dare alla Basilicata democratica una forza politica che sappia decidere e poi agire non possiamo non immaginare che il partito e le sue comunità non abbiano una forte rappresentanza all’interno delle istituzioni. Sarebbe un gravissimo errore. Non basta solo sventolare, sui social o in conferenza stampa, ipotetiche ricette e raccontare soluzioni, perché le cose che contano sono quelle che si fanno». Ultima domanda ed anche necessaria. La sua attività in consiglio regionale: faccia un bilancio tra quanto fatto e quanto poteva fare. «Manca ancora del tempo alla fine della legislatura ed il lavoro da fare non è di certo già finito. Tra le azioni che ho messo in campo, durante i quattro anni di legislatura, penso alla proposta di legge sulla Valorizzazione del patrimonio di Archeologia Industriale, approvata qualche giorno fa in Consiglio, e le pdl sull’istituzione della banca del latte umano donato, la psicologia scolastica e il contrasto al bullismo e cyberbullismo che presto saranno approvate. E ancora: le leggi regionali “Contrasto al disagio sociale mediante l’utilizzo di eccedenze alimentari e non” e “Attuazione art.118, comma 4 della Costituzione”, vale a dire attuazione del principio costituzionale di sussidiarietà, di cui sono orgogliosamente firmatario. Senza dimenticare l’Ordine del Giorno approvato con DCR n. 25 del 22.04.2014 per il “Sostegno alla innovazione delle attività professionali intellettuali”, che ha data vita al primo bando rivolto a tutti i liberi professionisti lucani nel 2016. Infine, in tema di diritti e politiche sociali, ho con forza presentato in Consiglio la Mozione “Adesione della Regione Basilicata alla Rete RE.A.DY.” che ha portato la Basilicata ad esser tra le prime regioni del Sud nel contrasto alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale, e la Mozione sulla “Medicina Narrativa” finalizzata al rafforzamento dell’umanizzazione delle cure in tutte le strutture sanitarie della regione Basilicata».

DI MARIA FEDOTA