A SESSANTA ANNI DA MARCINELLE, RIMANE IL DOLORE MA NON ANCORA LA VERITA’

di Leonardo Pisani

Avvenne nella mattinata dell’8 agosto 1956, furono coinvolte 275 persone e ben 262 morirono. La stragrande maggioranza ovviamente immigrati italiani.  L’ultimo cadavere fu ritrovato nel dicembre successivo. Si trattò di un incendio, per la combustione d’olio ad alta pressione innescata da una scintilla elettrica. Si sviluppò prima nel condotto d’entrata d’aria principale, poi riempì di fumo tutto l’impianto sotterraneo. Le fake news sono sempre esistite, ben prima di facebook e Marcinelle, la tragedia di Marcinelle lo dimostrò. A fronte della sciagura furono date informazioni sbagliate, del tipo che la tragedia fu dovuta allo scoppio del grisù, che molte bare erano riempite di pietre invece che di poveri minatori, che i minatori morirono “pacificamente” sul posto di lavoro e non come avvenne nel cercare di salvarsi ed che la colpa fu di comunicazioni sbagliate perché non parlavano bene il francese. Anche la commissione di inchiesta porto a poco, anzi fu una farsa: i cinque imputati furono assolti.  A sessanta anni da quel eccidio di “schiavi del carbone” ancora non c’è una verità storica certa nonostante i tanti studi fatti e i ricordi.

Gianpiero Rossi

Gianpiero Rossi era in Belgio all’epoca, ed ha conosciuto chi direttamente o indirettamente visse Marcinelle. Una vita da emigrante anzi prima da piccolo emigrante italiano in terra straniera, con mille lavori mi racconta: «a 15 anni ero già commerciante ambulante, poi venditore di gelati, poi acquisto la mia prima camionetta per vendere il famoso gelalo italiano. Mi hanno fatto un sacco di multe anche 6 o sette al giorno per contravvenzioni, un vigile mi diceva sempre mi i dovevano mandare in miniera di nuovo perché ero italiano». Gianpiero, ora vive di nuovo nella sua Ciociaria, continua a raccontare: «Sono arrivato in Belgio da Atina Inferiore, in provincia di Frosinone nel 57.  Avevo 4 anni mio padre poté partire quando gli arrivò il contratto di lavoro in una fabbrica di pavimenti. Ho conosciuto amici di famiglia che arrivarono dall’ Abruzzo che ci avevano lavorato a Marcinelle infatti sui 136 Italiani deceduti la stragrande maggioranza erano di Manoppello in provincia di Pescara e Siciliani. .Alcuni fuggirono dalla Sicilia perché avendo fatto parte della banda Giuliano per loro era meglio la miniera che la galera. Si partiva con contratto scritto con tante promesse rivelatosi poi false, poi all’arrivo venivano ammassati nelle baracche che fecero i tedeschi per i prigionieri di guerra. Dopo una visita medica sommaria venivano ingabbiati e portati a 800 metri di profondità. Chi voleva fare le straordinario era libero. Per questo molti risalivano dopo 16 ore di inferno, ai più giovani prima di mandarli giù ci mettevano un sacco in testa. E molti sopravvissuti non hanno superato i 50 anni di età causa la silicosi ai polmoni. Il trattamento era deplorevole …  Nella zona miniera veniva chiamata Borinage., zona di Charleroi in Wallonia. . Infatti oggi ci sono tuttora circa 300.000 Italiani di seconda e terza generazione, per esempio il padre del  cantante Salvatore Adamo era minatore come pure il padre del calciatore Enzo Scifo.  Ma prima era diverso: c era una legge fino al 1958 che vietava un raggruppamento con più di tre italiani, era loro vietato frequentare i bar.  Un insegnante in diritto figlia di immigrati minatori che insegnava al Universitè libre de Louvain fece una dichiarazione che desto scalpore in occasione del cinquantenario dell’ immigrazione Italiana in Belgio che il famoso boom economico del 60 dove l’Italia ostentava benessere la gran parte era dovuta al carbone che arrivava dal Belgio per alimentare le industrie del nord. Perché ogni minatore italiano che scendeva lo Stato Belga doveva dietro accordi occulti versare 25 kg di carbone gratis. . Non sono fantasie, è verità autentica. Poi anche dopo la chiusura di quelle maledette miniere i Belgi forti delle loro rientrate economiche, all’epoca avevano schiavizzato il Congo e il Kivu. . Avevano il monopolio del caffè e del The a noi Italiani piccoli e grandi ci trattavano sempre come “sporchi minatori. …. Adesso non più. . Gli Italiani stanno in pole position in tutti i settori: l’ex primo ministro Belga è stato Elio Di Rupo padre minatore origine di San Valentino in provincia di Pescara, che perse la vita investito da un camion mentre tornava dal lavoro… Questi erano autentici eroi….peccato che tutto si dimentica…»

L’ Italia del dopo guerra da Nord a Sud, da Ponente a Levante era tempestata di manifesti di suadente color rosa, invitanti a trasferirsi nel Regno del Belgio. Corsi e ricorsi storici, i trafficanti di uomini c’erano anche lì, non sui gommoni ma italiani che nei centri di emigrazione organizzavano la filiera di “carne umana” da mandare nel sottosuolo belga. False promesse, bugie su trattamento economico e umano, per far partire verso le miniere del Belgio. Non aveva importanza l’età, la fedina penale, o altro; regolari o irregolari venivano ingaggiati e mandati a scavare le viscere della terra.

Si parlava di un flusso di circa 2000 minatori a settimana, per quella “battaglia del carbone” che doveva rilanciare l’economia non solo belga ma europea. Ricordiamo che l’attuale Unione Europea nasce da vari accordi tra cui il trattato costitutivo della Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio) a Parigi nel 1951, paesi firmatari: Belgio, Francia, Germania Ovest, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi.

Sono passati sessanta anni da Marcinelle, le pagine sono piene di ricordi, di interventi delle più alte cariche dello Stato. Giusto che sia così. La memoria non va persa, al contrario ma manca ancora qualcosa a Marcinelle, qualcosa che ci racconti la verità, partendo dalle omissioni di quel giorni e dall’inchiesta “del nulla o quasi”.