ASPETTANDO RESURRECTION

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di Roberta Gambaro 

Il 28 giugno Sono passati tredici anni dall’uscita del kolossal “La passione di Cristo” (The Passion of the Christ), del regista Mel Gibson. Due ore e sei minuti di passione, quella di Cristo; due ore e sei minuti di agonia, la nostra. Costò la bellezza di 30 milioni di dollari; ne incassò 612, in tutto il mondo, portando a casa due Nastri D’Argento per miglior scenografia e migliori costumi, oltre alla nomination a tre Oscar per miglior fotografia, trucco e colonna sonora
Completamente girato in Italia, le scene interne vennero riprese a Cinecittà, mentre le esterne e i panorami più ampi in Basilicata, tra la città di Craco e quella di Matera.
Un cast di attori eccezionale, nel quale spiccano Monica Bellucci nei panni della Maddalena; Toni Bertorelli nel sommo sacerdote Anna; Claudia Gerini come moglie di Ponzio Pilato; Rosalinda Celentano in quelli dell’inquietante Satana; il protagonista e l’attore Jim Cazaviel, con una splendida prova attoriale nella veste di Gesù, hanno contribuito al successo mondiale di questo kolossal tanto chiacchierato e tacciato – da una certa parte di critica “razionale”- di antisemitismo.
Ricevette tante critiche quanti elogi; persino conversioni, folgorazioni, eventi straordinari, misteriosi fuori e dentro dal set, il tutto condito da una buona dose di marketing necessario ed ovvio per un film del genere.
Radicale, crudo: spirituale. Totale, nella sua violenza.


Gibson, attraverso un proprio cammino di ricerca spirituale, scelse di rappresentare la passione di Cristo rifacendosi ai Vangeli, al testo della mistica tedesca Anna Katharina Emmerick, dal suo libro “La dolorosa Passione del Nostro Signore Gesù Cristo” e da “La mistica città di Dio” di María di Ágreda, per quanto riguarda lo studio della figura della madre di Gesù.
ll regista ridisegna una conoscenza attribuita all’umano dall’uomo stesso e non vuole chiedere allo spettatore se fosse andata veramente così. Non c’è tempo per le domande.
Lo spettatore viene inchiodato allo schermo dal regista, la cui mano appare proprio nella scena dove Gesù viene inchiodato alla croce.
Lo spettatore, di qualsiasi religione sia, o che sia ateo, vede un uomo e su di lui violenza, tragedia, sangue: un horror. Vede ciò che potrebbe accadere se poco poco si discosta dalla massa; vede ciò che esso stesso affligge quotidianamente a tutti gli esseri viventi, nel sacrificio perpetuo e salvifico.
Se noi siamo Gesù inchiodati allo schermo, Gibson si pone come Dio, che insegna, punisce e non lascia scampo.
La scelta della lingua, interamente in latino e aramaico, non permette sovrastrutture.
Un altro segreto del film nel film -che solo ora se lo rivediamo ce ne accorgiamo- è l’attualità del finale, il quale preannuncia il sequel del kolossal con “Ressurrection”, un grande progetto cinematografico, già in lavorazione, che non si occuperà della sola resurrezione del profeta.
“La passione di Cristo” si chiude (per riaprirsi) con un Gesù nudo, bello e forte, come primo uomo sulla terra, che sgonfia il telo che lo avvolgeva nella cripta, lo stesso telo che ci ricorda quello con cui coprivano il pane azzimo; lo stesso che ricorda quello con cui si asciugavano le mani durante l’ultima cena e lo stesso che riporta al Pilato il quale si asciugò le mani dopo essersi liberato dal peso della decisione ma non della coscienza. Quel Gesù così attraente e indistruttibile, lascia presagire l’intento del racconto supereroistico che vuole il regista e che ha espresso anche nel suo ultimo capolavoro “Hacksaw Ridge”, tratto da una storia vera, in cui il giovane militare Desmond Doss, viaggia parallelo alla figura del primo eroe -e mito- per gli uomini: Gesù.
Nel film, non solo questi richiami estetici, ma tante simbologie, partendo proprio dai colori che caratterizzano le scene cruciali del film: tinte fredde e calde, dal sinedrio in un inverno materano gelido, dove fiumi di sangue porpora, macchiano il suolo bianco e pietroso.
Matera è stata meta cruciale per Gibson, vera e propria attrazione, ritenuta location perfetta per girare il film. Le sue mura antiche e l’architettura, da sempre ispirano i registi che vogliono ritrovare una Gerusalemme intatta.
Alcune scene sono state girate presso la Masseria Radogna, dove sono ambientati alcuni attimi dell’infanzia di Gesù. Il celebre Sasso Caveoso, davanti al complesso di Santa Lucia alle Malve, fa da sfondo alle scene del mercato e alle abitazioni di Gerusalemme.
Si procede per via Madonna delle Virtù e Piazza Porta Pistola, dove lo scenario fu ripreso per costituire la Porta di Gerusalemme.
Nel centro storico, presso la Civita, luogo più antico della città, è stata ripresa la scena della Via Crucis e della Passione, lungo Via Muro e più in basso della Cattedrale medioevale.
Il Belvedere di Murgia Timone è lo scenario naturale che ha reso iconica la scena della crocifissione e il discorso del Monte. Presso il complesso rupestre di Madonna delle Virtù e San Nicola dei Greci sono state girate le scene dell’Ultima Cena e della Lavanda dei Piedi, mentre il suicidio di Giuda è stato girato nel borgo fantasma di Craco, inserito dal World Monuments Fund nella lista di monumenti da preservare. Proprio grazie alla sua atmosfera ancestrale, inquietante, surreale e spoglia, fu scelto da alcuni registi per girare alcune scene.
“Cristo si è fermato a Eboli” e “Tre Fratelli” di Francesco Rosi; “Il Vangelo Secondo Matteo” di P.P.Pasolini; le scene iniziali ne “L’uomo delle stelle” di Giuseppe Tornatore; King David di Bruce Beresford; “Il sole anche di notte”, dei fratelli Taviani e il più recente Agente 007 – Quantum of Solace” di Marc Forster , rientrano tra i film più importanti e celebri girati tra Matera e Craco.
La notizia? Beh, sembra confermato “Resurrection” verrà girato nuovamente a Matera.
Attendiamo intrepidi il 2019.

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