QUEL VISCONTI CHE HA FATTO GRANDE LA BASILICATA

Di Roberta Gambaro

Parliamo di quel cinema italiano, immortale, che grande ha fatto l’Italia e che ha descritto ed esportato le nostre peculiarità, usi e costumi, in giro per il mondo. “Rocco e i suoi fratelli” non è solo un film. Occorre adottare la parola “cinema” quando ci riferiamo a un’opera come questa.
Divenne – ed è tutt’ora- non solo manifesto dell’immigrazione meridionale al nord; non solo il ritratto fedele della Basilicata ma uno strumento potentissimo che ancora scuote gli animi. Se è vero che dagli anni ’60 la società è cambiata notevolmente, così come la Milano di Visconti, fatta di fabbriche e fumo, ma culla di una vena intellettuale ben più progredita di quella di oggi, è vero pure che guardando “Rocco e i suoi fratelli”, ci accorgiamo di come venga descritta fedelmente anche la realtà odierna, con i suoi chiaro-scuri, bianco e nero, luce e buio tipici della società, della vita e dell’uomo in costante progresso e successo. La riflessione di Visconti poggia su una storiografia molto significativa che va a toccare la letteratura più colta, come i Malavoglia di Verga, di cui abbiamo un approccio di neorealismo diretto e dialettico; Il Ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori: il racconto biblico di Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann; come pure l’eterna compenetrazione tra bene e male ne l’Idiota di Fëdor Dostoevskij e il romanzo Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi. Il progresso, come il successo, hanno un prezzo e tale questione Visconti ben la definisce attraverso il protagonista Rocco Pafundi, che per motivi di omonimia, i quali sfociarono quasi in vie legali, diventò Parondi.
Per Visconti era necessario che “gli uomini fossero dentro le cose e non le cose per se stesse”.
La ricetta viscontiana, oltre a questo principio fondamentale che presumeva studi antropologici specifici, prevedeva ingredienti necessari e unici alla realizzazione di questo film, così complicata a causa della censura per le scene forti di violenza.
Tra i primi ingredienti, gli attori: un giovane Alain Delon al suo esemplare debutto nella veste del protagonista Rocco Parondi; un più noto Renato Salvatori, conosciuto già per il film “Poveri ma Belli”, qui calato nella parte drammatica del fratello delinquente e violento, Simone; un’acerba Claudia Cardinale, già brillante; la meravigliosa Anne Girardot, nei panni della femme fatale Nadia, tanto forte quanto fragile e sfortunata; la strepitosa attrice greca Katina Paxinou, interpreta la madre dei fratelli Parondi; Paolo Stoppa nei panni dell’allenatore Cerri; Roger Hanin in quelli dell’ex pugile Duillio Morini e tanti altri attori che hanno reso grande questo film.
Tra gli altri ingredienti, troviamo i viaggi di Visconti per descrivere la Basilicata e le ispirazioni che questa terra ha dato, non solo al regista, ma a tanti altri cineasti dopo di lui, come ad esempio Brunello Rondi per “Il Demonio”, e a Pier Paolo Pasolini ne “Il Vangelo Secondo Matteo”.
Rocco Parondi, era lo “spirito” nobile, dolce, passionale del sindaco di Tricarico e poeta lucano Rocco Scotellaro e la “carne” del pugile Rocco Mazzola. Rocco, dunque, assume la veste di “santo”, sacrificato dalla scalata sociale e dunque dalla famiglia per una buona reputazione, la cui carne e spirito si fusero col sangue della sua amata, in momenti diversi, ma entrambi ad opera della violenza del fratello Simone.


Mi sono confrontata con il critico cinematografico, scrittore e direttore della Lucana Film Commission, Paride Leporace, per sapere qualcosa di più sul film.
Grazie al suo restauro e al reintegro delle scene violente che furono tagliate dalla censura, oggi si può godere appieno dell’opera che si avvicina di più al volere di Visconti. Viene ritenuto uno dei film fondamentali del regista, ma scendiamo nei particolari del film: la sceneggiatura. L’intento di Visconti era quello di portare la Basilicata nel film e dato che non ci riuscì per motivi di lunghezza, ce l’ha fatta lo stesso e con una fedeltà e forza unica. Cosa puoi dirmi di quella parte tagliata?
«Il film aveva un prologo scritto. C’era tutta una prima parte scritta in Basilicata e doveva iniziare lì, con la morte del padre e il funerale. Poi, chiusa questa prima parte, c’era la parte dell’emigrazione. Siccome Visconti non tralasciava niente, tra il ’59 e ’60 fece una spedizione in Basilicata, documentata da fotografie fatte emergere dalla ricercatrice e professoressa Teresa Megale, la quale ha ritrovato all’istituto grafici questo corpus che ricostruisce un po’ tutte le tappe. Assieme pure agli scatti del fotografo americano di scena, Paul Ronald, vi sono oltre 300 scatti effettuati tra Matera e Pisticci che documentavano questa base lucana del film».
Cosa puoi dirmi sulla costruzione del personaggio di Rocco?
«Il film fu molto condizionato dal clima culturale che viveva un intellettuale e un cineasta comunista come Visconti, poiché conosceva molto bene la vicenda del sindaco-poeta lucano Rocco Scotellaro, ove in un brano di un dialogo, viene direttamente citato. Questo pesa anche molto sulla attribuzione del nome del protagonista Rocco Parondi, anche se non è l’unica. Infatti, il richiamo della visione pugilistica riguarda il pugile potentino Rocco Mazzola. Rocco Mazzola era realmente di Potenza e nell’elemento di racconto, quando il fratello di Rocco che è il primo pugile ad entrare in campo in questa sorta di trasformazione sociale e combatte per una società milanese, si trova di fronte a una società di Potenza da cui l’incontro di boxe degenererà in una rissa con i lucani, i quali accusano i loro conterranei di tradimento. Visconti e un suo amico frequentarono assiduamente le palestre di Milano di quegli anni. L’ambiente del pugilato lo raccontavano, documentandosi bene. Era un ambiente di outsider e la vicenda di Rocco Mazzola era coeva di quegli anni, essendo campione. Unendo questi addendi, nasce la figura di Rocco Parondi. Ricordo inoltre che l’ambiente del pugilato, come quello dei calciatori, riuniva i ceti sociali più bassi che speravano nel successo e nella crescita economica, grazie a quegli sport».
Visconti porta i lucani nel mondo, riproducendo la carriera del pugile Rocco Mazzola. Attraverso lo sport si eliminano i confini geografici e si compie la doppia esportazione/emigrazione della cultura lucana ovunque, nonostante come evidenzi Paride Leporace: « Rocco non dimentica la sua terra e invita il fratello minore Luca a tornare nella sua terra, facendo la promessa di tornarci, un giorno».
Tra le importanti, sottili e numerose operazioni di Visconti, spicca curiosa e rivelatrice l’inquadratura del piccolo Luca, nel finale, come speranza e futuro.
Quel Luca, nella realtà, si chiama Rocco, proprio come il nome che ha fatto grande questo film e che ha permesso all’anima della Basilicata e alla sua parte più profonda e descrittiva di essere esportata in tutto il mondo, grazie al maestro Luchino Visconti.