Processo a Massimo Bossetti: LETTERA APERTA AL DOTTOR MARCO MARTANI

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4.7.17 LETTERA APERTA AL DOTTOR MARCO MARTANI

Egregio Dottore,

Le scrivo apertamente perché tutti i giornali hanno riportato che nel suo intervento in qualità di pubblico accusatore nel processo d’appello a Massimo Bossetti ha definito la sentenza della Corte d’Assise di Bergamo “ineccepibile”, ineccepibile alla pari della giacca del Celledoni, la storiella che ci raccontò Walter Chiari nel 1968, una giacca perfetta, che non faceva una piega, avendo preferito il famoso sarto convincere il cliente a portarla come un povero disgraziato per farci intendere da dove arrivava la sua conclamata bravura.

Solo che nel nostro caso il Celledoni di turno, gli inquirenti della Procura di Bergamo, non si son trovati davanti il vanaglorioso impiegato fiorentino che voleva farsi ammirare con addosso un pezzo unico dai costi stratosferici, ma un semplice muratore di Mapello che non si è voluto piegare ai consigli del sarto, pur essendo stato massacrato e vilipeso sin dal primo giorno al momento della cattura, con le credenziali di assassino fornitegli dal ministro senza quid, per di più presentato come possibile cornuto con papà cornuto e mamma poco di buono.

Come può essere ineccepibile una sentenza dove è scritto che il Dna è dirimente e che lascia pieni di punti interrogativi tutti gli innumerevoli dubbi che il caso ha suscitato?

Ineccepibile, dirimentesono parole che non ammettono replica, mentre il pubblico ministero dovrebbe raccogliere le testimonianze anche a favore degli imputati, che nel primo grado sono state accantonate e per nulla tenute in considerazione (la palestra, il cantiere), e non ripetere ossessivamente soltanto quelle che fan comodo all’accusa: il Dna, il Dna, il Dna… di quello ne parliamo tra poco.

Sulla conduzione del processo di primo grado che ha portato alla sentenza di condanna all’ergastolo ci sono molte cose che nel processo d’appello andrebbero chiarite, econ molta calma, cosa che il programma del processo invece sembra voler evitare bruciando le tappe e finire in quattro e quattr’otto con un esito che il Procuratore Generale di Brescia, che si è pure opposto all’assoluzione per l’ insussistente diffamazione del collega di Bossetti, ha voluto in qualche modo adombrare rendendo pubbliche con quell’impugnazione le sue convinzioni colpevoliste.

Ecco perché Lei è sembrato subito adeguarsi ai desiderata del suo superiore, richiedendo con estrema disinvoltura la conferma dell’ergastolo per l’imputato, con un ulteriore incremento di pena, fotocopia dell’arringa già sentita della sua collega bergamasca Letizia Ruggeri. Si vede che pure Lei ritiene che gli argomenti che sostiene siano talmente deboli, che basta avanzare un piccolo dubbio per far crollare tutto il castello costruito a tavolino. Perchè la dinamica del delitto non è stata provata ma solo immaginata, come si può leggere nei motivi della sentenza. Lei con troppa leggerezza ha creduto di indicare il Bossetti come il custode dei segreti di quella strana scomparsa; non ha mai provato a pensare che è forse qualcun altro il custode di quei segreti?

Parliamo ora del Dna dirimente che ha deciso le sorti del processo di primo grado.

Partiamo da una affermazione che troverà spiazzante ma purtroppo per Lei vera: il Dna di Ignoto 1 prelevato dagli slip di Yara non è quello di Massimo Giuseppe Bossetti. Lo hanno stabilito proprio i genetisti incaricati dell’accusa.

Infatti il RIS di Parma il 6 maggio 2011 ha consegnato agli inquirenti il profilo di Ignoto 1 che presentava20 marcatori + uno, mentre a Pavia il 15 giugno 2014 il profilo di Ignoto1 presentava 21 marcatori+uno, e da quest’ultimo profilo (che si dovrebbe chiamare per chiarezza Ignoto 1+1) i genetisti Prevedirè e Grignani hanno concluso che Ignoto1 era figlio di Guerinoni e di Ester Arzuffi e corrispondeva al Dna di Massimo Bossetti. L’intuizione decisiva secondo il racconto che è stato fatto nel processo è venuta alla dottoressa Grignani, che si è ricordata che tra le oltre 400 donne preventivamente esaminate con un Dna mitocondriale errato (così s’è detto, ma errori di questo tipo hanno davvero dell’incredibile) ne esisteva una con un allele raro, il 26, che era proprio nel Dna di Ester Arzuffi. E così, come si dice in linguaggio tecnico, si è fatto match, e il caso per i nostri esperti era risolto.

Dimenticando però un particolare per niente irrilevante ma decisivo e cioè che il marcatore SE33 18-26 che ha consentito di stabilire il nome della mamma di Ignoto1, mancava del tutto nel profilo genetico di Ignoto1 rilevato dai RIS il 6 maggio 2011.

Dunque Ester Arzuffi è sì la madre di Massimo Bossetti, ma non può essere la madre di Ignoto1, perché Ignoto 1 ha una madre sconosciuta, che non è Ester Arzuffi.

La differenza dei profili del 15 giugno 2014 e di quello del 6 maggio 2011 sta nell’aggiunta del marcatore SE 33 18-26, inesistente sugli slip di Yara secondo il RIS di Parma, e miracolosamente comparso all’Università di Pavia tre anni dopo, introdotto da una manina misteriosa, che misteriosa non sembra più, almeno a leggere le mail del 17.6.2014 diHacking Team, maestri con i loro prodotti nell’introdursi in computer altrui secondo i desiderata dei loro clienti. Clienti che dalle mail sembrano pure avere un nome e non in codice.

E qui dovrebbe concludersi il processo in Corte d’Assise d’Appello con l’assoluzione di Massimo Bossetti, non so se con il rinvio a giudizio di qualcun altro, sta a Lei stabilirlo.

Poi si dovranno riprendere con criteri meno astrusi le ricerche degli assassini di Yara, certamente più di uno, perché il delitto di Yara non aveva e non ha bisogno di un colpevole qualsiasi, ma che siano assicurati alla giustizia (se così si può ancora dire) i veri responsabili della sua atroce fine.

Spero di esserLe stato utile e rimedi subito al granchio che Si è preso nella prima udienza.

Cordialmente.

Alfredo Mori

Brescia 4 luglio 2017

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