IL PROCESSO NON È A PORTE CHIUSE MA È BLINDATO!

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Caso MASSIMO BOSSETTI: AL VIA IL PROCESSO DI APPELLO A BRESCIA
IL PROCESSO NON È A PORTE CHIUSE MA È BLINDATO!

Il processo non è a porte chiuse ma non sono consentite le riprese, all’ingresso del Tribunale sequestrati smartphone e videocamere.
di Domenico Leccese

SCARDINA IL DOGMA DEL DNA PETER GILL, È IL PROFESSORE DI OSLO, CITATO EGREGIAMENTE DAI DIFENSORI DI MASSIMO BOSSETTI.

“L’attribuibilità del DNA a Bossetti non ne significa sicura colpevolezza. Bisogna dmostrare come e quando quella traccia sia giunta sul corpo di Yara e soprattutto è compito dell’accusa (metodo Popper) dimostrare che non vi sia stata contaminazione. Probatio diabolica nella nostra procedura in quanto la mancata presenza di un controllore a monte, un consulente pro ignoto, impedirà di dire se vi stata o meno contaminazione da parte dei prelevanti o del laboratori come di sicuro avvenuto nel caso Kercher. Da sottolineare anche il j’accuse da parte di Gill ai media che plagiano con ricostruzioni non scientifiche opinione pubblica e giudici.”

La difesa del muratore di Mapello ha prodotto, nei motivi aggiunti dell’atto d’appello, “una fotografia satellitare scattata il 24 gennaio 2011 che ritrae la zona del campo di Chignolo d’Isola dove successivamente, il 26 febbraio, è stato trovato il corpo della ragazzina, ma il cadavere quel giorno di fine gennaio non era là”.
Una foto satellitare dimostrerebbe l’innocenza di Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo in primo grado per l’omicidio della tredicenne Yara Gambirasio, morta il 26 novembre 2010.

A questo punto, spiega il legale Avv. Claudio Salvagni, “la sentenza va riscritta, perché l’accusa e i giudici hanno sostenuto che Yara scomparve e venne uccisa il 26 novembre 2010 e il cadavere restò in quel campo per tre mesi”.

Il nuovo elemento portato dalla difesa del muratore è stato depositato il 15 giugno 2017 alla Corte d’Assise d’appello di Brescia, dove il 30 giugno ha preso il via il processo di secondo grado.
La foto accompagna la richiesta della difesa di una maxi perizia su più elementi, tra cui il dna. Come consulente i difensori hanno ora ingaggiato Peter Gill, uno dei padri della genetica forense. Il carpentiere è stato condannato il primo luglio di un anno fa dopo quattro anni d’inchiesta, 18 mila prelievi del dna tra gli abitanti di Brembate e delle valli circostanti, oltre alla scoperta che Bossetti è il figlio illegittimo dell’autista di bus di Gorno, Giuseppe Guerinoni, morto nel 2009.
Da tre anni il muratore MASSIMO BOSSETTI si proclama innocente e ora i suoi avvocati puntano a ribaltare il verdetto del carcere a vita partendo da una riapertura del dibattimento e soprattutto dall’accoglimento della richiesta, bocciata anche in primo grado, di una perizia sul dna trovato sui legging della piccola ginnasta.
La decisione della corte bresciana, presieduta da Enrico Fischetti, che sia la sentenza o un’ordinanza di rinnovazione del procedimento, dovrebbe arrivare tra il 14 e il 17 luglio 2017, stando al calendario già comunicato dai giudici alle parti.
L’appello è iniziato con la lettura delle relazione del processo di primo grado.
Poi, la parola è passata al sostituto pg Marco Martani, il quale ha chiesto che Massimo BOSSETTI, il carpentiere, venga condannato anche per calunnia nei confronti di un collega verso il quale avrebbe cercato di indirizzare le indagini
(N.d.r. imputazione già caduta in primo grado).

SETE DI VERITÀ

I genitori di Yara, assistiti dagli avvocati Enrico Pelillo e Andrea Pezzotta, non assisteranno nemmeno al secondo grado, davanti alla Corte di Bergamo (N.d.r. andarono solo per testimoniare) .
Massimo BOSSETTI , in carcere dal 16 giugno 2014, continua a vedere moglie e figli e professa la sua innocenza.
Ha scritto di recente in una lettera, rivolgendosi ai giudici in vista dell’appello:
“La società ha sete di verità, se non volete farlo per me, facciamolo tutti per Yara, la povera Yara, l’angelo di tutti noi”.
I suoi legali, Claudio Salvagni e Paolo Camporini, porteranno anche davanti ai nuovi giudici la loro battaglia sul dna, che è la prova principale a carico del muratore.
Hanno scritto i difensori nell’atto d’appello:
“Si è ritenuto di poter giungere alla responsabilità penale valorizzando un unico elemento (traccia di Dna) in rapporto soltanto alla sua collocazione (leggings e slip), senza alcuna considerazione in ordine alle ragioni ed alle modalità dell’azione, senza alcun raffronto con tracce ben più significative attribuite ad altri”.
Per la Corte del primo grado, invece, quel profilo genetico è la “prova granitica” a carico di Bossetti anche “direttamente” confermata “da elementi ulteriori, di valore meramente indiziante, compatibili con tale dato e tra di loro”.

Yara, al via il processo d’appello. La difesa di Bossetti gioca la carta di una foto satellitare.
Massimo Bossetti, camicia bianca e jeans e un’incredibile abbronzatura, sorride a sua moglie Marita Comi. Quando si vedono in aula si toccano le mani con una carezza.
È il processo d’appello per la morte di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate sparita da casa il 26 novembre 2010 e ritrovata in un campo a Chignolo d’Isola tre mesi dopo. Il muratore di Mapello si gioca il tutto per tutto per evitare l’ergastolo preso in primo grado l’anno scorso.
I suoi difensori insistono nel chiedere di ripetere l’esame del dna, incompleto visto che manca il dna mitocondriale.
E agli atti depositano una fotografia ripresa da un satellite in cui non si vedrebbe il corpo della ragazzina nel campo dove sarebbe poi stata ritrovata.
Cosa che potrebbe rimettere in discussione l’impianto accusatorio che ha sempre sostenuto che Yara è morta proprio lì, la sera stessa della sua scomparsa.
Enrico Fischetti, il giudice d’Appello, nella sua relazione introduttiva indirettamente affronta già la questione del corpo della ragazzina: «Il cadavere non era visibile da più di un metro».
Lunga la requisitoria del pg Marco Martani che finirà chiedendo la conferma della condanna all’ergastolo. «La sentenza di primo grado è ineccepibile», esordisce nell’aula della corte d’Appello di Brescia con oltre 100 persone del pubblico, il processo non è a porte chiuse ma non sono consentite le riprese.

Poi Marco Martani : «Statisticamente non è possibile che esista un altro soggetto con il dna di Ignoto 1 attribuito a Massimo Bossetti» insiste che non è decisivo il dna mitocondriale, basta quello nucleare. Quello che proverebbe che le tracce (presumibilmente di sangue) trovate sui leggins di Yara non possono che essere di Matteo Bossetti definito come Ignoto 1 attraverso il dna prima di essere identificato.

A un anno esatto dalla condanna in primo grado all’ergastolo, davanti alla Corte d’appello di Brescia è iniziato il processo contro Massimo Giuseppe Bossetti, il muratore di Mapello ritenuto dal Tribunale di Bergamol’assassino di Yara Gambirasio, la 14enne di Brembate scomparsa il 26 novembre 2010 e, secondo la sentenza, uccisa quella stessa sera.
Il processo di secondo grado si è aperto con una notizia clamorosa, almeno stando alle 100 pagine di motivi aggiuntivi depositate poche settimane fa dai legali di Bossetti. Dentro quel dossier, infatti, c’è allegata una fotografia.
Si tratta di un’immagine recuperata dai satelliti e che porta la data 24 gennaio 2011, esattamente un mese e due giorni prima il ritrovamento del corpo di Yara nel campo di Chignolo d’Isola.

Si legge nel documento: “La difesa è venuta in possesso di un’immagine (…) in cui appare l’esatto punto del ritrovamento del corpo della vittima che, tuttavia, parrebbe non essere identificabile”.
Parole chiare, ma non troppo. L’immagine sarà probabilmente proiettata in aula. L’obiettivo è quello di dimostrare che il corpo della 14enne non è stato tre mesi in quel campo, come invece sostiene la sentenza di primo grado e le 400 pagine di annotazione forense, ma che è stato trasportato in un secondo momento, certamente, secondo l’impianto difensivo, dopo quel 24 gennaio.
Lo scenario, se sarà confermato, ha del clamoroso e potrebbe in ipotesi scagionare lo stesso Bossetti. Nel frattempo, poi, la difesa una vittoria l’ha già ottenuta.
Gli investigatori in questi anni d’indagine (Bossetti viene arrestato il 16 giugno 2014) hanno sempre dichiarato che non esistevano immagini satellitari con dati coincidenti la presenza del corpo della vittima nel campo. Il documento della difesa potrebbe dimostrare il contrario. Il colpo di scena della fotografia satellitare rientra poi in un impianto difensivo che tende a corroborare l’ipotesi che il muratore di Mapello sia stato incastrato dal “depistaggio del vero assassino”.
Da chi, naturalmente, resta un mistero.
La difesa, però, prosegue sul punto. E in un altro passaggio del documento scrive: “Non si dimentichi la facilità di rinvenimento di materiale sporco del sangue dell’imputato che soffriva di epistassi”.
E ancora: “Se è vero che la caratteristica della traccia, assai meno degradata rispetto al resto del corpo della vittima, è tale da far ritenere una contribuzione successiva dell’omicidio, può ragionevolmente ritenersi che il vero responsabile, allo scopo di sviare le indagini, abbia attinto gli indumenti con materiale biologico rinvenuto casualmente”.
E poi la parte più interessante: “Una traccia di Dna, nelle condizioni avverse verificatesi, non può resistere all’aperto oltre il periodo di tre settimane”.
Certo è solo un parere, ma che, a quanto risulta, proviene da uno scienziato molto autorevole (N.d.r. PETER GILL)
Qualcosa da capire sembra esserci, considerando che, la sopravvivenza di un Dna all’aperto, di appena tre settimane, contrasta oggettivamente con il corpo rimasto in quel campo ben tre mesi, e cioè dalla sera della scomparsa.
Una tesi, quest’ultima, corroborata da una sentenza. Particolare non di poco conto. Certo, è stato detto in aula, quel materiale genetico rinvenuto era di buona qualità.
Ma lo era anche il Dna di Yara. Quello che si apre non sembra solo una formalità, anche perché, conclude la difesa di Bossetti:
“l’assioma contatto-assassino non può reggere se non supportato da risultanze idonee”.

CHI HA PAURA DELLA VERITÀ ?

In apertura di processo la richiesta del sostituto pg di conferma dell’ergastolo. Probabile sentenza nell’udienza del 14 luglio
Caso Yara, Bossetti esplode al processo d’appello e si scaglia contro il pg:
Dice solo idiozie

Viene qua a dire idiozie“: Massimo Bossetti è esploso in aula, nel corso dell’udienza che ha aperto il processo d’appello e ha protestato per alcuni secondi, alzandosi dal banco degli imputati, fin quando le guardie penitenziarie non lo hanno richiamato. Oggetto dell’invettiva, un passaggio dell’intervento del sostituto pg Marco Martani.
Il magistrato stava affermando che le fibre dei sedili del furgone Iveco di Bossetti erano compatibili con quelle trovate sugli abiti di Yara Gambirasio.

La protesta è stata subito bloccata dal presidente Enrico Fischietti, lo ha ammonito
ed ha aggiunto, il giudice: “Bossetti lei deve stare seduto e zitto e, se vorrà, quando sarà il momento potrà fare dichiarazioni spontanee”
Durante la relazione del pg, l’imputato aveva scambiato lunghe occhiate di disapprovazione per la ricostruzione dell’accusa con la moglie Marita, che è seduta nella fila dietro la sua insieme ai consulenti della difesa. Camicia bianca e jeans, dimagrito, Bossetti ha stretto per qualche secondo le mani alla donna.

Il sostituto pg aveva esordito con una richiesta chiara e netta: il muratore di Mapello condannato in primo grado per l’omicidio della tredicenne merita, anche in appello, la massima pena. La condanna del primo grado, ha precisato il magistrato, è stata “ineccepibile”, presenta “una motivazione coerente, logica, completa”.

Il processo di appello si è aperto con una partecipazione massiccia di media e pubblico. Il tentativo dei magistrati bresciani era “evitare la spettacolarizzazione”, per questo in aula non avevano ammesso telecamere, computer o cellulari.
Ma quando alle 9 del mattino, il blindato con a bordo Bossetti è arrivato al palazzo di giustizia di Brescia, c’era già una folla fuori dai cancelli.
La strada che porta al palazzo di giustizia era stata chiusa al traffico. Vista la mole di curiosi, giornalisti, telecamere e fotografi,

Massimo Bossetti, per voce dei propri avvocati, ha dichiarato di essere “fiducioso di avere giustizia in appello”.
I legali hanno chiesto ai giudici di poter integrare i motivi aggiunti d’appello con una fotografia satellitare che, secondo la difesa, potrebbe dimostrare che il cadavere di Yara non è rimasto nel campo di Chignolo d’Isola per tre mesi prima del ritrovamento. Il sostituto pg, Marco Martani, non si è opposto, spiegando che ciò che interessa nel processo è “accertare la verità”.

La fotografia ora, secondo il difensore, “dovrà essere interpretata e guardata, ma a nostro avviso dall’immagine non emergerebbe la presenza del corpo un mese e due giorni prima del suo ritrovamento in quel punto del campo”.
E se il cadavere non era là, mentre secondo accusa e giudici sarebbe rimasto nel campo per tre mesi (N.d.r. Yara è scomparsa ed è stata uccisa il 26 novembre 2010), secondo i legali di Bossetti, la sentenza andrebbe comunque riscritta.

LE FASI DEL PROCESSO DI APPELLO

A inizio udienza è stata letta la relazione del processo di primo grado, un sunto dei 34 faldoni di cui si compone un’inchiesta senza pari con oltre 118mila utenze di cui sono stati acquisiti i tabulati e più di 25mila profili genetici acquisiti da polizia scientifica e Ris. Segue l’intervento del sostituto pg che chiede di condannare il carpentiere di Mapello anche per aver calunniato un collega (accusa che cadde a Bergamo).
Nelle udienze successive (6 e 10 luglio) parleranno parte civile e difesa e la sentenza della Corte d’Assise d’appello bresciana (sentenza o ordinanza di riapertura del processo) potrebbe arrivare in un’udienza di metà luglio, o il 14 o il 17 luglio 2017.

PROCESSO a MASSIMO BOSSETTI:

Ricorda i processi di stregoneria o di omicidio rituale dove l’imputato doveva assolutamente risultare colpevole per cui le sue argomentazioni di difesa venivano ignorate.
In questa specie di Sharia il DNA viene considerato una verità rivelata per cui sia l’Accusa che Parte Civile si chiudono ad ogni ragionevole dubbio:
1. Quale valore ai fini giuridici – motivazione di una condanna – ha l’analisi di reperti genetici rimasti esposti a 9 giorni di neve, 15 giorni di pioggia e oltre 40 giorni di gelate notturne?
2. Gli elicotteristi della Protezione Civile sorvolando quel campo nei giorni successivi alla sparizione di Yara non avevano rilevato la presenza della salma?
3. La Consulente dell’Accusa Dott.ssa Cataneo non esclude che la salma sia stata tenuta per un certo tempo altrove e al chiuso?
4. La foto satellitare presentata dalla Difesa non può essere scartata a priori; certamente non è un pezzo di avanspettacolo come dice l’avvocato di PC.

Ma Procura Generale e Parte Civile vogliono la condanna del vero colpevole oppure vogliono offrire il sacrificio umano di un povero uomo?

Intanto la difesa ha ingaggiato come consulente il numero uno della genetica forense, Peter Gill, britannico che lavora all’Università di Oslo, per dimostrare, tra le altre cose, che il profilo genetico rintracciato, l’ormai famoso ‘Ignoto 1’ poi attribuito a Bossetti, avrebbe potuto resistere all’aperto e in quelle condizioni solo poche settimane.

pubblicato sul quotidiano ROMA lunedì 3 luglio 2017

Domenico Leccese 

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