MAFIA: L’EDITORE DELLA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO A PROCESSO PER CONCORSO ESTERNO

POTENZA. L’editore de La Gazzetta del Mezzogiorno, Mario Ciancio Sanfilippo, nelle scorse settimane, è stato rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa. Gravi sono le accuse nei confronti dell’editore imputato. Poichè gli viene contestato dagli investigatori siciliani il concorso esterno in “Cosa Nostra”. In particolare con le ramificazioni catanesi, ma anche con altre famiglie, che hanno permesso di allargare il campo di indagine all’intero territorio siciliano. Concorso che materialmente, per l’accusa, è consistito, in base alle prove raccolte, «in un concreto contributo causale ai fini della conservazione e del rafforzamento del sodalizio, nonché della realizzazione del programma criminoso». Ciò attraverso la messa a disposizione della propria attività economica, finanziaria e imprenditoriale, continuano gli inquirenti. Inoltre, la Procura ritiene che, attraverso la promozione di affari di interesse dell’associazione mafiosa, siano stati piegati al proprio volere soggetti politici, pubblici funzionari e dipendenti. Ma vi è di più. Perchè, secondo la Procura, Mario Ciancio Sanfilippo che detiene le quote di maggioranza della società che edita la Gazzetta del Mezzogiorno, il cui figlio Domenico è legale rappresentate della stessa, dava direttamente lavoro ai mafiosi. Ovvero avrebbe creato più di una società, attraverso le quali sono state coinvolte persone legate all’organizzazione criminale.
L’elenco delle accuse nei confronti dell’editore, non finisce qua. Perchè, gli inquirenti sostengono di aver fatto emergere con la loro inchiesta come Ciancio Sanfilippo affidava lavori per la realizzazione di progetti o affari da lui promossi a imprese mafiose o a imprese a disposizione dell’associazione mafiosa. Partecipando, in più, alla distribuzione di lavori controllati direttamente o indirettamente dal sodalizio criminale. Secondo l’impianto accusatorio, l’editore era fondamentale per il ricilaggio di denaro sporco e ricopriva un ruolo di rilievo nella gestione e spartizione dei grandi affari imprenditoriali, ai quali era interessata “Cosa nostra”.
L’iter giuridico della vicenda, che per ora si è concluso con la prima importante tappa del rinvio a giudizio, è stato complesso e articolato. Il caso Mario Ciancio Sanfilippo, imprenditore approdato alla Gazzetta del mezzogiorno nel 2001, ha rispolverato per gli inquirenti siciliani i fantasmi contro i quali i loro illustri predecessori, Falcone tra primi, si erano scontrati quando hanno dovuto affrontare il reato di concorso estero in associazione mafiosa. La cosiddetta zona grigia della mafia. E, infatti, inzialmente, per l’inchiesta della Procura di Catania, durata vari anni, era stata richiesta l’archiviazione dal Gup, per la questione di diritto del cosidetto concorso esterno. A dicembre del 2015 il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Palermo dichiarò, per questo motivo, il non potersi procedere nei confronti di Mario Ciancio Sanfilippo per il reato ascrittogli con la formula che il fatto non è previsto dalla legge come reato. Successivamente, però, la Cassazione ha annullato con rinvio il proscioglimento dell’imprenditore disposto dal Gup Gaetana Bernabò Distefano. La Suprema Corte, dunque, ha annullato l’archiviazione rinviando per nuovo esame il caso al Tribunale di Catania. Dove la dottoressa Pezzino, riesaminata l’inchiesta, ha disposto, nelle scorse settimane, definitivamente il rinvio a giudizio, contestualmente fissando la prima udienza del processo, il 20 marzo 2018, davanti la prima sezione del Tribunale penale etneo.

Ferdinando Moliterni