PARIDE LEPORACE in occasione del suo 55° compleanno si racconta a modo suo.

PARIDE LEPORACE 55anni il 3 giugno 2017

Un’autobiografia alla vigilia del mio compleanno numero 55. Cinque decenni e un lustro raccontati a modo mio. Per capirsi e per capirmi.

Da domani sono da cinque decenni e un lustro su questa Terra.

Sono nato su un tavola di formica verde in una casa di Cerisano, casale posto a Ovest di Cosenza. Fratello sconosciuto di altri bambini nati in casa nel boom economico che riempiva quelle stesse case di frigoriferi e televisioni e le strade di Fiat 500. Mio padre aveva un 600 e quando nelle strade della Calabria lo vedevano arrivare quasi tutti si facevano di lato perché i motori erano ancora sconosciuti.

Emigrammo a Cosenza in tre stanze e un bagno a Cosenza Vecchia che non era ancora centro storico. I lattai con gli asini che passano per casa. Le fiabe di Andersen il primo libro a farmi piangere per la piccola fiammiferaia.

Con i miei coetanei mangiavo a colazione pane e zucchero e guardavo Rita Pavone che cantava “Viva la pappa con il pomodoro”.

Con mia madre andavo quasi ogni giorno al cinema. La mitragliatrice di Indio-Volontè di “Un pugno di dollari” tra i primi ricordi, anche la carica dei cosacchi del Dottor Zivago. D’estate il tetto del cinema Citrigno che si apre e illumina la visione de “La caduta dell’impero romano”. La prima volta che andai allo stadio ebbe la fortuna di vedere Riva e Mazzola con la maglia azzurra. Mamma era l’unica donna in una tribuna di maschi urlanti. Mi sconvolse il verde del campo così diverso del bianco e nero della televisione. Lo stesso bianco e nero di ItaliaGermania4-3 quando scoprimmo in massa che di notte si poteva sciamare festanti vivendo una città . Salvo deprimersi dopo una finale persa con il Brasile che metteva in soffitta un tricolore colorato a cera e appeso ad una bacchetta di zucchero filato.

Iniziai a comprare ogni settimana “Il corriere dei Ragazzi” e non potevo sapere che quel Corto Maltese l’avrei continuato a leggere per tutta la vita. Quel giornalino di fumetti e articoli più degli altri condizionò le mie idee. A 9 anni ero contro la caccia, pacifista convinto , aspirante contestatore. Al mercato compro la T-shirt di Jesus Christ Superstar. Mi ritrovai in collegio a conoscere la vita e leggere per sconfiggere la noia e la clausura. Decine di fratelli nelle camerate con la lampada cieca. Quel che è mio e’ anche tuo. Mala educazione alla Almodovar. Spesso puniti a ricreazione e messi ad un muro guardare gli altri giocare. Un istitutore con i capelli lunghi che esulta per l’attentato a Carrero Blanco.

In collegio nasce il mio primo giornale con le fotocopie . Qualche anno dopo il secondo che si chiama “Area creativa”. Anni prima avevo avuto in regalo una valigetta del giornalista con taccuino e macchina fotografica e la carta dell’Asia. Guardavo i servizi in televisione sul Vietnam e li ambientavo attorno al Busento. Andando una sera in centro a corso Mazzini vidi sfilare una folla di persone che urlavano: “Nixon boia”.

In periodo di elezioni collezionavo facsimile e santini come fossero figurine. Collezionavo anche quelle, di ogni tipo. La notte sognavo gli album completi. Dopo aver visto “Il selvaggio” in televisione ne scrissi in un tema identificandomi non poco in Marlon Brando. Mi rimase impresso lo sceneggiato sul Maestro di Pietralata di De Seta.. Il mia maestro delle elementari che mi aveva appassionato ai poemi omerici disse che era una boiata insensata. Era un militante ortodosso del Poi.

La prima volta che andai a Roma vidi un signore che urlava all’Altare della Patria contro dei monarchici che manifestavano per il ritorno dei Savoia . Nei treni che si chiamavano rapidi i viaggiatori socializzavano molto raccontandosi ogni cosa. C’era paura per le bombe sui treni. Un po’ come adesso quando vai in una capitale europea. D’estate le città di domenica si svuotavano riempiendo treni di famiglie. Ci furono anche le domeniche che per l’austerità nelle strade  videro sparire le auto. Non erano ancora isole pedonali. A Seveso comparve una nube. Me ne ricordai dopo Chernobyl.

Alla radio si apprendevano le notizie. Ricordo il golpe del Cile, la morte di Pasolini. Le strade pulsavano di politica.La campagna per il divorzio era dappertutto. Tutti ne parlavano. Il mondo cambiava. Io iniziavo a portare i pantaloni lunghi e crescevo i capelli lunghi. I peli sul pube invece non crescevano. Dopo le medie compravo ogni giorno un quotidiano. Per la prima volte al ginnasio iniziavo a frequentare compagne di classe. L’educazione sentimentale si avviava tra passioni e tormenti esistenziali. Scribacchiavo poesie maledette, leggevo Sartre e Fantozzi, preferivo il rock’n’roll all’aoristo, avevo banalmente il poster di Che Guevara affisso in camera vicino al meno scontato ritratto di Gabriele Lavia in “Profondo rosso”.

Andavo allo stadio a tifare Cosenza e mi piaceva vedere in tv i gruppi di tifosi giovani di serie A con gli striscioni con nomi variopinti. Pure noi? Quando? Presto. L’esperienza ultrà avrebbe infatti presto ripagato il riflusso che aveva desertificate piazze e impegno. Altri fratelli e sorelle per sempre. Avevo già visto Moro rapito e ucciso, partecipato ad uno scontro di classe epocale che mandava in soffitta il breve Novecento avviandoci sul postmoderno. Iniziavo a leggere Baudrillard  e Tondelli . I mondiali del 1982 furono una grande gioia collettiva nel paese nel Pallone. Mamma non era più l’unica donna ai festeggiamenti.  Avevo vent’anni e se mi volto indietro mi sembrano cento. In quel lessico famigliare fatto di occupazioni e manifestazioni, voglia di cambiare il mondo e sballi continui ci sono le radici della mia esistenza. La linea d’ombra non ci si accorge di averla attraversata. Probabilmente l’ho superata in terra d’Africa portando a casa la vita dopo una febbre malarica. I mondiali del 2006 vinti a Berlino non avevano lo stesso sapore di quelli vinti a vent’anni in Spagna.

Rimase il cinema che cambiava modificando le estetiche e i racconti. Cura indispensabile della mia esistenza. Sono stato orfano giovane adottato da amici, parenti e comunità autogovernate. La laurea come ascensore sociale. Insegnante, rilevatore storico nell’Italia socialista dell’effimero pratico. Punk metropolitano, redattore di rivista rock a la page, dj radiofonico militante, indomito sostenitore di cause perse in partenza.  Frequentatore compulsivo di concerti e partite. Giornalista precario e sperimentatore di linguaggi in televisioni scalcinate. Meridionalista militante anche da prof a  Milano in piena Tangentopoli. La vita agra vissuta a morsi e attraversata in lunghi viaggi in treni verso ogni dove.

Poi Lucia la mia indomita, solare e e insostituibile compagna da 22 anni vitale a far sbocciare una famiglia come punto di riferimento con Tullio e Rosa da oltre un decennio e coltivare le nuove speranze e resistenze in nome dell’oggi e mai del domani.  Un centro di gravità permanente che ha permesso di ritrovare e allargare la famiglia dall’Argentina a Pagani e anche nella mia stessa Cosenza dove molti ceppi li avevo perduti.

A trent’anni tornai a Cosenza dal Nord “perché non possiamo andare tutti via”. Tornammo in tanti al Sud e costruimmo la società aperta preglobalizzata degli anni Novanta. L’Ulivo non ne seppe tener conto. Ma le città seppero esprimere la potenza dei loro cittadini.  Berlusconi occupava la scena per non lasciarla più in mezzo  all’11 settembre  e la nuova onda che a Genova trovò la risacca. Indagai e ancora mi spendo a capire perché in Italia siano stati ammazzati una trentina di magistrati. Strano destino per un  Paese in cui una corporazione giudiziaria ha manovrato politica e società con spregiudicata arroganza. Avverso le mafie di tutte le risme e combatto l’antimafia di professione. Un comico diventava politico palingenetico della decrescita. Un ex boys scout prometteva crescita e rottamazione. L’eterno fascismo italiano continua a circondare la penisola. La sinistra ha perso ragione e sentimento.  Ho visto cadere il Muro di Berlino e crescere Internet con molto mutamento di senso comune. Ho visto alzarsi tanti muri e il Mediterraneo trasformarsi in una bara gigante. Anch’io continuo a vivere nella più grande crisi economica degli ultimi due secoli.

Entrai a far parte della classe dirigente governando giornali e cultura pubblica fedele alle idee e mantenendo disincanto. Mi sono guadagnato la patente di Dandy meridionale.   Passai il limes e giunsi in Basilicata regione mosaico incastonata nelle molte luci e in qualche ombra della Questione meridionale. Qui ho scoperto la paesologia e gli abitanti culturali modificando le antiche pulsioni metropolitane.

Continuavo a costruire comunità ma i giornali appassivano come i fiori e il digitale modificava le abitudini, allentava i consumi culturali, tramutava il Tempo e la Storia. I corpi si allontanavano, l’odio non più sociale come un celebre e vibrante film in francese in bianco e nero diventava il fiele cui troppo ci abbeveriamo. Nell’ultimo lustro del mio cammino mi sono trovato ad essere monaco laico e chierico umano di quello che andava preservato per nuove ricostruzioni economiche e civili.

Scrive Corrado Alvaro che il calabrese ha una sua antica tradizione monacale. Alvaro grande scrittore e giornalista. Utile a farmi comprendere anche il mio carattere calabrese ovunque abbia operato in questi 5 decenni e un lustro;   oscillante tra il primitivo e il raffinato, a tratti patriarcale e spesso avventuroso, suscettibile verso chi contesta il mio agire , dotato di feroce passione accompagnata al discettare storico e aneddotico.

Pasolini, Scola, Sorrentino, Risi, Truffaut, Moretti, Fellini, Allen i giovani registi che si vanno affermando sono ancora qui a tenermi ancora sana compagnia. Più a casa che in sala nel mondo cambiato.  Sono alcuni dei miei Lari. Insieme a scrittori e poeti che curano  i miei dolori dell’anima. La coscienza ha una forza illimitata e anche se a volte ci sembra di avvertire solo dolore in quel caso bisogna sapersi accontentare della difficile algebra della nostra condizione. Come scrisse Henry James ad una sua amica depressa: “Il dolore passa, noi rimaniamo”.

Per me il lettore  è un ospite e un amico , e quindi in ricorrenza dei miei cinque decenni e un lustro ti offro un pezzo di torta virtuale tenuta da Marilyn Monroe, icona pop del nostro contemporaneo morta a due mesi dalla mia nascita.

Ti ringrazio con affetto per avermi letto.