‘NDRANGHETA: GLI STRALCI CHE FANNO TREMARE LA BASILICATA

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L’operazione della Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, condotta dal Ros dei Carabinieri, non solo tocca, ma entra diretta nelle questioni della Basilicata. Al momento però, nonostante i molteplici profili penalmente rilevanti che si profilano nei confronti dei molti soggetti individuati nelle circa duemila pagine e gli oltre ottocento allegati dell’informativa della Procura di Reggio, non tutti sono stati iscritti nel registro degli indagati. Ma non è detto che ciò non possa avvenire a breve presso le procure territorialmente competenti. Pare, infatti, che i faldoni con gli stralci siano già pronti a partire da Reggio Calabria in direzione delle magistrature di mezza Italia, Basilicata compresa. La questione è più tecnica che sostanziale. E lo spiegano gli stessi inquirenti negli atti d’indagine «tali profili saranno oggetto di successivo approfondimento anche in ragione della procedibilità». Dall’ordinanza cautelare richiesta dai Pm Di Palma, Centini, Miceli e Pantano, si apprende, infatti, che come spesso accadde in casi di operazioni così diffuse in ambito nazionale, c’è la questione della competenza territoriale. Il luogotenente lucano del clan Piromalli, Nicola Rucireta, è stato tratto in arresto a Torino nell’operazione denominata “Provvidenza” ed è indagato presso la Procura di Reggio Calabria perché affiliato all’organizzazione criminale. Riguardo all’associazione a delinquere di stampo mafioso, gli inquirenti ritengono di aver competenza sull’imprenditore lucano perché in quanto egli sodale del clan si deve aver far riferimento come competenza «al luogo in cui l’associazione si è costituita». Caso diverso è per i reati che gli inquirenti hanno scoperto nell’inchiesta “Provvidenza”, ma perpetrati da soggetti non organici al clan. Come dettato dalla norma per questi soggetti Reggio Calabria non può procedere, soprattutto se, come nel caso di specie, è chiaro che essi non hanno agito né come associati, né come concorrenti esterni (nell’informativa un intero capitolo è dedicato alla questione), ma che abbiano fraudolentemente agito solo nel proprio interesse personale e senza avere la percezione di aver sostenuto così il clan. Per questi soggetti le notizie di reato sono state trasferite, o lo saranno a breve, alle procure competenti. L’indagine, che riguarda droga, armi, tangenti, e molto altro e che, lo ricordiamo, ha portato all’arresto di 33 persone, non è ancora chiusa, anzi. Tanti gli aspetti ancora da chiarire. Come per esempio quello riguardo al business dell’agro-alimentare. Il giovane boss Antonio Piromalli (45 anni) gestiva, secondo gli inquirenti, il commercio dell’olio negli Stati Uniti grazie a due capobastone che avevano a che fare anche con il lucano Nicola Rucireta: Alessandro Pronestì e Rosario Vizzari. Quest’ultimo, residente a New York e ritenuto “testa di ponte della cosca Piromalli negli Usa”, è il presidente della “Avant Gard”, una delle società che si occupava di piazzare l’olio della ‘ndrangheta nel mercato statunitense. “Olio di sansa” che, oltre oceano, veniva rietichettato diventando così olio extravergine di oliva. Per comprendere bene quanto fosse importante il giro d’affari del boss è sufficiente leggere le intercettazioni in cui Rosario Vizzari spiegava a un produttore di olio di cosa si occupa: «Noi abbiamo una catena per esempio che ha mille e cinquecento punti vendita, questa catena qua su mille e cinquecento punti vendita è divisa su… le tre zone degli Stati Uniti… quando lo vendiamo a loro lo importiamo non etichettato perché.. perché sulla costa ovest vogliono un’etichetta, sul centro vogliono un’etichetta e sulla costa est ne vogliono un’altra… allora noi ci abbiamo un olio non etichettato quando in base alle richieste che ci fanno glielo etichettiamo… siccome gli mettiamo pure le etichette finali dei prezzi al dettaglio…». E’ evidente quindi che molte cose dovranno essere ancora chiarite. Molti altri fascicoli stanno per aprirsi in tutta Italia, Basilicata compresa, per analizzare e approfondire le posizioni dei tanti soggetti che con il clan hanno fatto business e per i quali Reggio Calabria non ha potuto analizzare tutti gli aspetti.

Ferdinando Moliterni

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