Cronaca

LE MANI DELLA ‘NDRANGHETA SULLA BASILICATA: SEQUESTRATI 40 MILIONI D’EURO

La procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, ha inflitto un duro colpo alla cosca dei Piromalli. Il noto clan, con

La procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, ha inflitto un duro colpo alla cosca dei Piromalli. Il noto clan, con base nella piana di Gioia Tauro, aveva messo pesantemente piede anche in Basilicata. Tra i fermi, infatti, c’è anche un lucano. È Nicola Rucireta, classe 1972 nato a Policoro e residente a Pisticci. Il suo nome appare collegato a un esponente di primo piano della ‘ndrina’, ossia Francesco Cordì, cognato dei Piromalli, che operano negli ambiti più diversi e disparati tra loro, come l’ortofrutticolo e l’edilizia. Sul fronte patrimoniale, secondo le indagini dei Carabinieri dei Ros, è stato accertato il reimpiego dei proventi illeciti in società di servizio operanti in Basilicata. Tali attività sono per l’appunto riconducibili agli affiliati Cordì e Rucireta. Gli investigatori hanno raccolto documentazione volta a dimostrare come la struttura criminale fosse riuscita ad inserirsi, in modo fraudolento, nella gestione dei servizi di pulizia e catering di strutture turistiche di primissimo livello anche nella fascia jonica lucana. Questo nel pieno ossequio di quello che gli inquirenti definiscono una vera e propria «holding criminale». L’organizzazione avrebbe riservato a Nicola Rucireta il settore del turismo. È stato, per la Dia calabrese, lui a strappare milionarie commesse a grandi gruppi come Club Med, Valtur e Alpitour, i cui massimi vertici sono stati convinti ad affidare forniture e servizi ai clan grazie a sostanziose tangenti. Il nome di Rucireta è molto noto anche in altri settori dell’imprenditoria come quello dell’edelizia. Le sue aziende, infatti, hanno anche avuto modo di avere continguità con il settore degli appalti pubblici, partecipando a diverse gare in comuni lucani. Rucireta è stato anche main sponsor e patron di società calcistiche lucane e parrebbe che anche su questi intrecci gli inquirenti vogliano vederci chiaro. Grosso, grossissimo il giro. Nell’inchiesta anche l’agro-alimentare. La Procura Calabrese ha disposto il sequestro alla cosca di ben quaranta milioni di euro. Affari che svariavano dal riciclaggio alla droga. L’operazione denominata “Provvidenza” ha visto al lavoro un pool di ben quattro Pm: Roberto Di Palma, Matteo Centini, Luca Miceli e Giulia Pantano, che ieri hanno ottenuto il fermo di 33 persone. Fra loro c’è anche Antonio Piromalli, rampollo dell’omonimo casato di ‘ndrangheta, assurto al ruolo di reggente per ordine del padre, Pino “Facciazza”, da tempo detenuto al 41 bis. Un regime carcerario che non gli ha impedito di dettare le strategie economiche, imprenditoriali e criminali del clan, diligentemente messe in pratica dal figlio. Per ordine del padre, Piromalli jr si è trasferito a Milano e lì ha ricostruito la testa di un clan, il cui cuore continua a battere a Gioia Tauro. «Quella di Antonio Piromalli è stata una scelta strategica, dettata dalla volontà di allontanarsi dalle attenzioni investigative, come dalle pressioni degli altri clan» spiega il procuratore capo Federico Cafiero de Raho. Grazie ad una galassia di società intestate a prestanome, ma che di fatto governava, Antonio Piromalli gestiva un impero in grado di investire nei più diversi settori commerciali, anche in Basilicata. Quarantaquattro anni, faccia pulita e anonima, una cravatta all’occorrenza e la consapevolezza di amministrare un impero, il rampollo dei Piromalli aveva messo le mani sul mercato ortofrutticolo, sull’edilizia, sulla distribuzione alimentare, sul turismo, sui grandi centri commerciali, sull’abbigliamento. «Aveva persino messo gli occhi su una palestra con un fatturato da un milione e mezzo l’anno – aggiunge Cafiero de Raho – come su una società che commercializzava auto a livello internazionale». Interessi diversi che il rampollo dei Piromalli, insieme al cognato e luogotenente Francesco Cordì, ha saputo distribuire fra cognati e fedelissimi. Sullo stesso livello di Cordì il lucano Nicola Rucireta per il quale le indagini continuano per capire se in Basilicata, vista anche la galassia di società e prestanome, operasse da solo o se ci fossero altri con lui o dietro di lui. I Piromalli, infatti, consapevoli di essere nel mirino della Procura usavano società prestanome e avevano rinunciato ai moderni mezzi di comunicazione per tornare ai pizzini. Ma con un sistema di consegna e distribuzione su scala nazionale. Un’intera parte dell’organizzazione era infatti composta da postini, incaricati di recapitare messaggi o imbasciate orali da un capo all’altro della penisola, come scoperto dal colonnello Galimberti dei Ros.

Ferdinando Moliterni

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com
error: Contentuti protetti